Letteratura e pedagogia della scoperta

Traggo spunto da alcune considerazioni di Davide Mana, a cui va la mia stima, sul gusto dei lettori. Quella che segue è una risposta che s’andava articolando troppo per essere contenuta in un commento a piè del suo post.

Cito le parole conclusive del Mana:

“L’incontro fra lettore e autore è una miscela di mercato, seduzione e intesa intellettuale le cui alchimie neanche lo zio Oswald sarebbe riuscito a cartografare.
Pretendere una laurea umanistica quale certificazione del gusto è profondamente stupido – e segnala probabilmente un laureato in materie umanistiche molto convinto (ingiustificatamente) della propria superiorità intellettuale.
Sperare in uno straccio di cultura – come quella magari che ci si costruisce leggendo col cervello i classici popolari – sarebbe tuttavia assolutamente auspicabile.”

Io condivido e sottoscrivo queste conclusioni, voglio solo aggiungere una cosa.

Più che sperare in uno straccio di cultura, per me la questione veramente fondamentale è che il lettore, tra l’altro ormai sempre più scrittore, possa divenire maggiormente non tanto una persona che ha letto liste di classici di vario genere, ma anzi una persona che rimanga sempre aperta a confrontarsi con i testi che gli si parano innanzi. E per ottenere questo, quello che credo tu diresti “leggere con il cervello”, serve che chi legge sia stato però in qualche modo educato e condotto alla curiosità, alla sperimentazione.

Una cosa che l’educazione scolastica, per esempio, è tutt’altro che scontato garantisca. Ed hai ragione da vendere quando critichi la supponenza di chi consegue dei titoli in ambito umanistico. Il problema è che alcune di queste persone finiscono poi ad insegnare.

Fortunatamente si vedono in giro anche molte altre menti “illuminate” che si dannano l’anima per diffondere l’amore per i libri e la lettura. Perché ciò che va insegnato non è tanto un gusto accademico e formale giustificato da un canone (stabilito da chi, poi?), bensì una impostazione fatta di amore e generosità con cui accettare e scoprire le ragioni più intime degli scritti che si leggono, saper discernere e navigare fra i generi e divenire così consapevoli dei propri gusti e per certi versi della propria indole.

Rodari parlava, con molta modestia, di tentare l’insegnamento di una grammatica della fantasia. Che poi non era altro che una citazione del poeta tedesco Novalis. Altri tempi. Anche a me piacerebbe che si scoprisse l’arcano della fantasia, ma mi accontenterei pure semplicemente che si applicasse una pedagogia della curiosità, della ricerca di una letteratura sempre nuova e sempre da scoprire o riscoprire.

Mi sono soffermato molto sulla scuola, perché è lì che forzatamente la maggior parte di noi si schianta sui libri, ed è lì soprattutto che si sbatte il muso contro la Letteratura, quella con la ELLE maiuscola. Per me ci saranno miglioramenti solo quando quella dannata L scarlatta verrà abbattuta, e si passerà all’insegnare le letterature, scritto al plurale. Ma soprattutto ad insegnare l’amore di un incontro con uno scrittore, che rimane pur sempre un altro essere umano, alla stregua di chi legge.

Francesco ♠

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7 pensieri su “Letteratura e pedagogia della scoperta

  1. Il punto è che la fantasia non si può insegnare, come nemmeno l’amore per la lettura, per la letteratura, per il libro in sé. Anche la curiosità non si insegna, si certo a scuola si cerca di instillarla negli animi degli alunni, ma in realtà l’artificio non funziona. A scuola nessuno mi diceva di essere curiosa verso determinate letture, ma proponeva sempre le stesse solite letture da tutti considerate le indispensabili, le migliori, le più formanti. In realtà quelle letture non avevano nulla a che vedere con la vera lettura, con la vera curiosità verso la scrittura di qualcun altro o di noi stessi (come nel mio caso): erano soltanto degli insegnamenti, puri e semplici. E la scrittura, come anche la lettura, non si insegnano, ma si vivono in prima persona, nel folto della vita, nel vivo delle esperienze (letterarie e non), nel bel mezzo dei dolori e dei piaceri che la vita ci riserva. Finché la gente non capirà questo, saranno vani tutti i tentativi di insegnamenti “ALL’ARTE”.
    L’arte non si insegna, si vive.

    • Il tema è così interessante che per risponderti compiutamente ci scriverei un libro. 😉 Nello spazio di un commento, invece ti rispondo questo: il senso di quello che ho scritto auspica una rivoluzione del rapporto didattico per la letteratura. Non più studenti-lettori che subiscono quelli che tu chiami “insegnamenti”, ma un dibattito partecipato coordinato dal docente: una libertà alle opinioni, e allora sì che ci sarebbe lo spazio per farne uscire delle belle, e soprattutto per far formare il gusto letterario. Naturalmente per una cosa del genere ci vuole un insegnante spesso diverso dai molti che abbiamo conosciuto: ma quello di cui parlo è più che possibile, e quindi realizzabile.
      Per quanto riguarda la seconda parte del tuo commento, sono d’accordo e in disaccordo con te. Parlando dello scrivere, quello che una scuola dovrebbe insegnare è la conoscenza dei vari stili possibili, e delle forme della scrittura: esporre gli studenti agli stimoli, e a giocare con le forme stilistiche – questo è il valore innegabile che una scuola dovrebbe avere, far conoscere modelli e immagini possibili e dire: “ecco, questi sono modi di scrivere, trovate quello che vi piace di più o se non c’è inventatelo!”. Sono perciò in disaccordo, perché per me quindi scrittura e lettura possono essere insegnate, ma nel senso di trasmettere a qualcuno la conoscenza di stili, immagini e forme che altrimenti non potrebbero essere conosciute.
      Sono invece d’accordo con te quando rivendichi il valore dell’esperienza personale: senza di quella, non si conclude niente. 🙂

      • Allora sulla questione del “dibattito partecipato” mi trovi d’accordo, effettivamente sarebbe un bel passo avanti nell’ambito dell’insegnamento odierno e rappresenterebbe un modo per aprire la mente delle persone e condurle al dialogo, che ahimè sempre più frequentemente manca tra i banchi di scuola, relegati ad un unico rapporto che è quello IO PARLO, TU ASCOLTI. Il dibattito dai tempi antichi fino a quelli attuali risulta essere sempre una buona strada da intraprendere e riesce quasi sempre ad evitare inutili demagogie e falsi buonismi legati alla morale da tutti accettata oggettivamente e passivamente. Nel dibattito possono coesistere, senza distruggersi a vicenda, opinioni contrastanti, energie differenti, e il loro connubio sarà sicuramente fertile e ricco. In questo credo che il tuo concetto sia lodevole, tuttavia mi sembra arduo definirlo possibile ed applicabile. La potenzialità di qualcosa non sottintende necessariamente la sua attualizzazione. Non tutto si può rendere effettivo, pur volendo. Ad ogni modo se ci fossero più dibattiti aperti e meno monologhi forse gli studenti italiani sarebbero meno distanti dalla cultura e dalla forza che essa sprigiona e si avrebbe anche meno dispersione scolastica perché il tutto sarebbe visto non più come una imposizione bensì come un invito, una compartecipazione, un gioco se vogliamo, un gioco chiamato cultura. Passando al resto del commento, vedi, non riesco a trovarmi d’accordo quando parli degli stili, delle figure retoriche, dei classicismi, delle forme stilistiche: è chiaro che a scuola queste cose vengono insegnate, nel senso che vengono esposte, spiegate alla bella e meglio, cose come la metrica greca, lo stile di catullo, lo stile surrealista, quello realista, Manzoni, Verga, il romanticismo tedesco e quello italiano, lo stile dei francesi ecc…però vedi io parlo da scrittrice, più che da lettrice o da persona che ha frequentato un liceo ecc. E parlando da scrittrice ti posso assicurare che la scrittura non si potrà mai insegnare, la scrittura non equivale ad esporre un concetto nel miglior stile possibile, utilizzando chissà quali tecnicismi. Il tecnicismo non ha veramente a che fare con la scrittura per come la intendo io. Certo è chiaro che se scrivi devi saperlo fare, devi conoscere la grammatica, l’ortografia, devi possedere comunque un certo magma culturale, ma scrivere non significa avere uno stile, scrivere non significa imparare a tavolino una forma stilistica e assumerla ad ipostasi. Quando scrivi non pensi minimamente a tutte queste cazzate che sinceramente lasciano il tempo che trovano. Quando scrivi ti stai aprendo al mondo, ti stai rivelando, è una rivelazione intima, personale, toccante a volte dolorosa e necessaria. Non pensi se stai scrivendo alla maniera dei realisti, o se ti senti più in vena di imitare il surrealismo o che so io la decadenza francese. Non te ne può fregar di meno: stai scrivendo, punto. E’ un legame che va ben al di là dello stile. Lo stile te lo crei tu, senza volerlo, man mano che scrivi, che le parole ti vengono suggerite dall’ispirazione del momento. Tu sei un tramite, il resto è tutto un flusso ininterrotto. In questo senso dico che la scrittura non potrà mai essere insegnata, non so se mi sono spiegata.

        • Vedi, io non ho mai scritto che la scuola deve insegnare “classicismi” o “tecnicismi” – mai adoperate queste parole – o “addestrare” una persona a scrivere in tutti gli stili, oppure in un fittizio stile “migliore possibile”. Ciò che intendevo dire, più modestamente, è che deve far conoscere gli stili possibili e le immagini – dico immagini perché uno stile non è solamente una questione sintattica, ma anche di metafore e affreschi. Quindi riassumendo tutto il mio concetto: la scuola deve fornire materiali per accompagnare la crescita di un individuo, e cercare di aiutare il singolo a trarre fuori il meglio da se stesso – ad aiutare in ognuno a gestire al meglio la necessaria dialettica tra “forma” e “contenuto”, dove nella parola “contenuto” è racchiusa tutta quell’intima esperienza di cui hai tessuto un veemente e sentito panegirico. 🙂 Infatti, senza addentrarsi nei pericolosi terreni sull’identità dello scrittore e su come ognuno possa percepire l’atto della scrittura, è per questo che prima io mi dicevo d’accordo con te, perché nessuno ti può instillare la necessità dello scrivere: in questo senso hai ragione a dire che la scrittura non può essere insegnata. Io invece rivendicavo semplicemente il ruolo di accompagnamento e crescita che un’educazione può fornire ad un individuo, proprio attraverso l’esposizione creativa a stimoli vari – ovvero a stili di scrittura diversi fra loro, che a loro volta servono al singolo da specchi in cui guardarsi meglio, e quindi a scrivere meglio e ad appropriarsi di uno stile che non potrebbe essere che il proprio. Come ultima cosa, io sciaguratamente penso ancora che una cosa se è possibile, è anche realizzabile – prima o poi! 😉 D’altronde un pizzico d’ottimismo è sempre necessario, se si vuole creare o migliorare qualcosa. 😀

          • Infatti non hai parlato di tecnicismo o classicismo, ma questi sono i termini giusti che includono in un unico grande insieme tutte le tecniche stilistiche e sintattiche che possano esistere nel mondo della letteratura, racchiudono le immagini, come dici tu, racchiudono le figure retoriche, le simbologie, insomma tutto ciò che è tecnica (e ciò di cui tu parli è comunque tecnica) può essere racchiuso nel termine TECNICISMO, che per carità non è negativo a priori, dico solo che il tecnicismo spesso e volentieri, soprattutto ai nostri giorni, tende a imbrigliare il genio, la genialità pura dell’arte, e a renderla schiava di questa forma asettica di comunicazione tra individui. La tecnica è importante ma fino ad un certo punto. Con questo non sto dicendo che non serve a niente, che anche il suo insegnamento è nullo o inutile, d’altronde per saper scrivere bisogna anche saper leggere e bisogna soprattutto aver letto, letto le cose che contano non solo quelle riconosciute FONDAMENTALI dai programmi scolastici del Ministero dell’Istruzione e simili. Sto solo dicendo che dare troppo peso allo stile, al tecnicismo in generale oggigiorno sta inquinando inesorabilmente il genio dell’artista, il suo vero essere, la sua essenza. Una volta che tutto si trasforma in tecnicismo allora anche il contenuto viene sminuito, non è più puro, immediato, si slega dall’ambito dell’esperienza viva umana e si riversa nel freddo mare della massificazione. Insomma è ovvio che io parli dalla parte di chi scrive, perché io scrivo e ho un’idea molto precisa di come questo avviene e di come per uno scrittore il tecnicismo sia veramente poca cosa rispetto al resto, tuttavia comprendo anche la tua posizione che sarà quasi sicuramente da lettore, da persona che si informa, che legge, e a cui piace la cultura, l’arte in genere (anche vedendo questo blog è proprio questo ciò che emerge). Il tuo ottimismo certo mi fa sorridere perché devi essere sicuramente una persona più ottimista di me e mi viene da sorridere perché forse sono convinta che la tua sia ingenuità o pura e semplice speranza e la speranza è sempre gioiosa e positiva in qualcosa di buono. Ad ogni modo i tuoi intenti sono sicuramente nobili e il tuo concetto lo è altrettanto.

            • Che io sia un ingenuo è assodato: pensa che in genere mi indigno e rammarico ancora se ricevo un trattamento iniquo od ipocrita! 😉 Comunque, come spiegherò a breve nelle poche righe di un post, ho avuto nella mia vita privata da gestire una situazione, quindi scusami per il ritardo con cui ti rispondo. 😦
              Io penso che le nostre posizioni siano abbastanza chiare, in tutto ciò che concordano e nelle loro differenze, quindi non aggiungerò altro. Ti faccio solo un’osservazione: che la tua è una poetica dell’immediatezza, ma in fin dei conti ce ne sono altre – tante quante le persone che scrivono, se si dovesse essere paranoicamente precisi. C’è chi quando scrive vuole trasmettere lo slancio della propria vita, come mi pare tu vuoi, ma c’è anche chi scrive narrativa di genere (fantasy, horror, giallo, etc.), o chi magari riesce a trasformare un saggio di critica letteraria in carne viva. Oppure ci sono i poeti, che devono necessariamente inter-mediare il loro slancio confrontandosi con gli aspetti strutturali che definiscono il componimento poetico, e che lo rendono diverso dalla prosa. Sono tante le maniere con cui avvicinarsi alla scrittura, e diventare scrittori. In tutto questo splendido e variegato spettacolo di poetiche, per me l’unica cosa che conta è il motto del Candido di Voltaire: “bisogna coltivare il proprio campo”. Che poi considerala anche una risposta riguardo alla natura del mio ottimismo, ovvero “idealismo corazzato di realismo”, ovvero pure l’unica maniera per me per rimanere costruttivi e propositivi. 🙂 Concludo dicendo che, nonostante ciò che ci separa, apprezzo il tuo slancio e ti auguro di coglierne i frutti. 😀

              • Mi spiace per gli inconvenienti che hai dovuto risolvere, ad ogni modo si anche io credo che le nostre posizioni siano abbastanza chiare ad entrambi 🙂 l’una non escluda l’altra, d’altronde ognuno ha la sua visione delle cose, dell’arte, della scrittura, del mondo e nessuno può dire ad un altro dove sta o non sta il giusto. Il giusto probabilmente nemmeno esiste, esistono solo la diversità di opinione che dovrebbe essere di per sé costruttiva, come credo lo sia stata la nostra. La mia probabilmente hai ragione nel dire che è una poetica dell’immediatezza, io non scrivo se non sono ispirata, non sono di quegli scrittori che lavorano con appunti, con collage, che si devono sedere e concentrare a tavolino per far uscire fuori qualcosa. Fortunatamente posso ancora permettermi di attendere che arrivi l’ispirazione giusta, quella piena e corposa che ti fa pulsare la testa, e di scrivere solo sotto quell’influsso, spesso tralasciando la logica della razionalità. Per me scrivere significa proprio lasciarmi andare al flusso di quella ispirazione e se non c’è, beh non scrivo. Ho smesso di scrivere per ben 6 anni di fila, proprio perché l’ispirazione non veniva più a farmi visita. Chissà, magari una vita troppo monotona, altri pensieri per la testa, troppe cose materiali e reali a cui pensare, poco dinamismo e molta stanchezza, persone poco interessanti dal punto di vista artistico, costruttivo, situazioni del tutto normali: tutto questo ha fatto si che smettessi completamente di sentire il bisogno di scrivere. Poi dopo questi 6 anni ho ripreso, più fertile che mai, certo all’inizio lentamente, ma poi la velocità arriva e si porta via con sé tutti quegli anni di dormienza. Ho aperto il blog proprio per allenarmi nuovamente, per vedere se sapevo ancora scrivere, e se l’ispirazione era quella giusta: per ora sembrerebbe di si. Non starò qui a spiegare il perché del mio risveglio, chi, cosa, quando e come. Sono dettagli abbastanza personali.
                Ad ogni modo ti ringrazio per il tuo augurio e speriamo che questa ispirazione completamente folle resti con me ancora per un po’, giusto il tempo per creare qualcosa di nuovo e che trasmetta la vita a chi legge.

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