Recensione: Lukas – Deathropolis

LukasDeathropolis

La bella copertina di Lukas n.1 (Marzo 2014). Mi ricorda quella di un fumetto francese, ma non rimembro quale. Ovviamente tutti i diritti sono della Bonelli.

“Quella era una città spietata.

I Ridestati, riemersi dalle tombe affamati di carne umana, la chiamavano Deathropolis – la città della morte – perché, all’insaputa dei comuni mortali, la governavano.

Finché non arrivò un Ridestato diverso da tutti gli altri…”

Così inizia Lukas, la nuova serie della Bonelli che, come scrive proprio Davide Bonelli nell’introduzione all’albo, è fra le ultime approvate personalmente dal compianto Sergio. Alla creazione del personaggio, come alla sceneggiatura e ai disegni di questo primo numero, troviamo Michele Medda (Nathan Never, Dylan Dog) e Michele Benevento (Caravan).

Per parlarvi di questo fumetto non voglio iniziare dal personaggio protagonista, ma dall’ambiente in cui è calato come un angelo caduto. I disegni di Benevento delineano magistralmente gli spazi e le dimensioni di una città ipermetropolitana, definita da luoghi anonimi e alieni nella loro paradossale familiarità.

Una metropoli che per gran parte dell’albo è vista e vissuta di sera, immersa in un continuo chiaroscuro. Placida è la notte, come l’ombra della morte sulla vita della stessa umanità: la città di Lukas, assieme alle persone che la abitano, sembra addormentata dalle sue dipendenze e droghe in un sonno letale, in un clima di gelido torpore. Come se ogni luce della metropoli fosse stata risucchiata da un buco nero.

E l’avventura di Lukas è finora un notturno moderno, contaminato da spunti noir. Lui è un Ridestato, un uomo tornato dalla morte, o che la morte non ha voluto. Sulla sua natura ancora non sappiamo granché, e possiamo intuire che il graduale disvelamento della sua identità sarà un asse portante della serie. Da quello che leggiamo nell’incipit dell’albo, e dagli eventi che seguiranno, sappiamo pure che non è il solo a vivere la sua condizione di non morto.

Ce ne sono altri, e che gli danno per qualche ragione la caccia. Ma lui è diverso. Non ricorda niente di sé ed è sconosciuto a se stesso, ma sa ancora ciò che è giusto e ciò che sbagliato.

Caduto in questo inferno metropolitano, partirà da zero, come un qualsiasi immigrato o clandestino. L’Avventura di Lukas, scritta con quella A maiuscola che come orgogliosamente ribadisce Davide Bonelli è cara alla Bonelli, inizia proprio fra gli ultimi, rappresentati senza pietismo. Nella città terribile non c’è spazio per certe indulgenze.

Gli ultimi sono quindi pezzi di carne, braccia, organi, pronti ad essere sfruttati in ogni loro singolo elemento come oscuro combustibile di una società abnorme. Vite senza valore, senza dignità, fra cui partirà la non vita di Lukas. Lavorerà con loro, e per quel poco che potrà combatterà per loro.

Sebbene seguano l’incasellatura della tavola classica, le scene d’azione sono abbastanza potenti e drammatiche, e ben distribuite. Il disegno di Benevento, come già detto, restituisce eccellentemente un ambiente tetro e fortemente chiaroscurale. Si rimpiange ogni tanto che le vignette siano così piccole. Per gli amanti del truculento, non mancano inoltre alcuni dettagli sanguinolenti. Ma un vero tocco di stile è il ripetersi continuo di cartelloni pubblicitari inneggianti alla vita e all’allegria, un contrappunto di falsità e menzogna alla buia metropoli.

Giudicare la sceneggiatura è invece un compito più arduo: non essendo Lukas una serie ad episodi autoconclusivi, le incognite sono ancora molte. In ogni caso la sceneggiatura di quest’albo è ottima, quindi speriamo bene per gli altri episodi – che per inciso dovrebbero essere 12 per ognuna della due “stagioni” previste. Mi ha colpito uno dei colpi di scena finali, dove Lukas dovrà adoperare una violenta e doverosa pietà verso un altro Ridestato.

Le sensazioni e i dolori della vita potranno essere solo distanti ricordi, ma questo non è importante. È nel confronto con una città oscura che non possiede, che è lì e che lo aspetta immobile, che Lukas sa quasi istintivamente ciò che deve fare: qualcosa di giusto. Non importa ciò che non ricorda di sé, perché forse è proprio questo minimo etico che fa sentire una persona unita a se stessa, e che è sufficiente per vivere. O a non vivere.

In numeri: 7/10. Non di più perché al primo numero il rischio di sputtanarsi è alto. In ogni caso mi sento di consigliare ad ogni dylaniato di darci un’occhiata. 94 pp., € 3,30

Francesco ♠

Nota: per chi fosse interessato, ecco una intervista agli autori sul sito della Bonelli.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...