La patria partecipata

Román Navarro, Ragazzo con vestito scozzese, 1878-1928. Trovata per caso, questa curiosa opera di un artista e soldato gallego rappresenta sì un bimbo vestito da piccolo scozzese, ma anche con un tricolore italiano.

Mesi fa ho lasciato su questo blog, come ultimo post, il ricordo di Umberto Eco. Ora che lo riprendo, sono i giorni del lutto nazionale per la morte del Presidente Ciampi.

A me non piace più di tanto dover parlare per forza di qualcuno d’illustre, soltanto perché è morto e quindi lo fanno tutti. Ci sarebbero tante considerazioni da fare, su come davvero gestiamo la memoria di quelle persone pubbliche che hanno dato qualcosa a tutti.

Ciò che mi spinge a prendere la parola, è l’insistere e lo sperticarsi, negli elogi funebri su Ciampi, sul suo attivismo patriota. Tutti hanno piacere a sentirsi italiani, soprattutto quando non costa nulla, e quindi ognuno sembra contento in questa celebrazione.

L’osservazione mi ha insegnato che spesso è proprio sui concetti di patria e nazione, soprattutto quando sono accolti con superficialità e senza ragionamento, che sorgono gli odii, le discriminazioni o anche quelle chiacchiere perbeniste a cui talvolta ci capita d’assistere sui mezzi pubblici. Quando perciò se ne parla, come ora avviene per ingessare Ciampi quale padre della patria, occorre perciò prestare attenzione.

Non fraintendetemi: Ciampi infatti è stato, a suo modo, un autentico custode del sentimento nazionale, specialmente negli anni delle derive regionalistiche di destra. Forse i latini avrebbero perfino detto un restitutor patriae¹. Ma nel mio ricordo giovane del suo settennato, le sue idee di patria e nazione non erano magnificazioni di una vuota italianità tricolore.

Nella concezione trasmessami da Ciampi, patria era anzitutto patrimonio collettivo, vivente nella dimensione pratica della realtà quotidiana: perché esiste una patria o una nazione solo dove dei cittadini se ne sentano partecipi protagonisti, e non sudditi. L’identità italiana quindi non era qualcosa di passivo, un povero ed inutile ossequio a incomprensibili simboli del passato, ma una forza dinamica che proprio a partire dalla memoria, soprattutto quella della lotta di liberazione contro la dittatura fascista, offriva una nuova energia per guardare al futuro.

Una volta quindi legata l’identità nazionale ad una prospettiva verso il futuro, essere italiani diveniva un qualcosa aperto a tutti. Perché paradossalmente vorrei sostenere che forse non si è automaticamente italiani, semplicemente perché “lo si nasce”, ma solo se ci si comporta prima di tutto da cittadini di questa comunità. E tutti lo possono fare, indipendentemente dal loro paese d’origine, perché chiunque in Italia stia costruendo con il suo lavoro e la sua fatica il futuro di questo paese, merita l’appellativo di italiano.

Francesco

¹ Ovvero un restauratore o salvatore della patria.

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