Informazioni su Francesco M.

Uno strano individuo che si interessa di società, arte e cultura. Con curiosità, serietà ma non seriosità.

Nostalgia di un amore

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William Maw Egley, La Signora di Shalott, 1856. Fonte immagine: Wikimedia Commons.

“Era proprio al tempo
in cui si odia l’infelicità;
si era adornato
il bosco ed un bel vestito
aveva indossato incontro all’estate […].
Un mattino, sul presto,
poiché non riusciva per le sue pene
né a dormire né a restare distesa,
la signora si alzò.
Nella sua afflizione lei andò allora
dove, sopra le mura del castello,
era costruita una loggia;
lì si reco da sola.
Stette ad una finestra,
come fanno spesso le donne prese dalla nostalgia,
quando l’amore causa dolore;
bisogna vederle quando sono così afflitte.
Così era successo a lei.
La sua mano bianca ben fatta
appoggiò sulla guancia
ed ascoltò il canto degli uccelli.” (vv. 1686-1712)

Da: Anonimo tedesco del XII-XIII secolo, Moriz von Craûn, traduzione di A. Palermo.

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Lo storico e la sua coscienza

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Jean FouquetLa morte di Orlando, 1455-60. Nella leggenda, il paladino di Francia Orlando è trucidato dai Saraceni a Roncisvalle; nella storia, gli invasori franchi sono vittime di un’imboscata di baschi autoctoni e arabi. Già: spesso quando si confronta il mito con la storia, si scopre che le cose sono meno semplici e più articolate di quanto si pensi. Fonte immagine: Wikimedia Commons.

In che misura chi scrive la storia, o comunica i suoi studi al resto del mondo, è consapevole del suo ruolo? Questa domanda indubbiamente la pongo anche a me stesso, in veste di squalificato studente di storia.

Ma la scintilla per cui mi si è accesa nuovamente questa domanda – perché non sono così ingenuo da non essermela mai posta – è stato un post su Facebook di un amico distantissimo da me per opinioni e per convinzioni. Vi spiegherei meglio e in dettaglio – anzi, già avevo scritto qualche riga di spiegazione, ma l’ho cancellata per non stare a stilarvi un noioso verbale della mia polemica.

Dalla celebrazione che questo mio amico compieva della regina Isabella di Spagna (quella di Colombo, per capirci), emergeva anche una visione della Spagna quasi del tutto legata alla sua identità cristiana. E questa è una visione non solo unilaterale, ma anche confutabile.

La Spagna non è stata solo sede di regni cristiani, infatti. C’è tutta una storia, anche avvincente, di regni islamici la cui longevità fu tale che è impossibile non definirli appartenenti alla storia della Spagna. Soprattutto perché, sebbene di fede diversa, quelle comunità erano fatte di spagnoli: alla stessa identica maniera dei sudditi dei regni cristiani.

Potrei parlare poi molto di come la Spagna durante il Medioevo sia stato luogo di scambio culturale fra mondo mediterraneo ed Europa: di come le opere della filosofia classica, della poesia araba o quei commenti filosofici su cui gli intellettuali europei medioevali amavano scervellarsi, provenissero anche dalla Spagna islamica. Opere che spesso attraversavano i Pirenei grazie, tra l’altro, all’opera di mediazione culturale di dotti ebrei, capaci di tradurre dall’arabo al latino.

Affermare che la Storia della Spagna si esaurisca tutta nel moto di riconquista cristiana, è inverosimile. È ciò che in termini tecnici si definisce etnocentrismo.

Certamente, l’unificazione territoriale sotto una stessa monarchia e una stessa fede sono stati eventi cruciali per l’identità spagnola: si creò infatti un punto di non ritorno, una frattura tra la Spagna medievale dei regni cristiani ed islamici e la nuova Spagna imperiale, unitaria e cattolica. Uno storico che quindi negasse tale riunificazione e tutto l’apparato ideologico cattolico che trasformò definitivamente la società spagnola, sarebbe un cattivo storico. Ma è ugualmente antistorico un comportamento di cieca celebrazione e di voluta omissione. Ed è qui che entra in gioco la coscienza dello storico, di chi la storia la assiste e trascrive, spesso rimanendo più confuso di quando ha iniziato a scrivere.

Chi narra la storia dovrebbe infatti essere conscio del suo ruolo di mediatore fra i suoi contemporanei e le comunità umane del passato da cui noi tutti proveniamo; ed essendo la storia dell’umanità colma di stati di conflitto che hanno lasciato tra le ceneri sconfitti spesso sopraffatti non tanto da chi aveva più ragione di loro, ma da chi aveva semplicemente più violenza per sopraffarli, occorre un’estrema cautela per muoversi con la maggiore onestà possibile. Ciò non vuol dire astenersi dal dare un giudizio, ma semplicemente di motivarlo in buona fede, con giustizia.

Amico mio, se mi leggi, non trovo che tu abbia fatto buon servizio alla giustizia. Dal mio punto di vista, riproponi ai nostri contemporanei un panorama storico che serve la tua causa religiosa e anche politica, ma che non omaggia il vero senso dell’essere storico: che è quello di prendersi una difficile, ardua, cruda responsabilità morale. Ovvero di restituire un senso di umanità a tutte le sofferenze che si consumano nella Storia.

La tua celebrazione della Spagna cattolica e della sua regina Isabella non può essere un mero e glorioso inneggiare, ma deve perciò prendersi anche la responsabilità dell’emarginazione e della cacciata di ebrei e islamici che tale sovrana promosse dopo l’unificazione. Atti che non solo mutarono di colpo la vita di migliaia di persone, ma che cancellarono irreversibilmente una porzione intera della storia spagnola medievale.

Glorificare e mitizzare un periodo di supposta ortodossia culturale, non è altro quindi che celebrare una violenza ed una prevaricazione sugli altri, sui diversi: un’ingiustizia che oggi con la nostra sensibilità odierna possiamo giustamente giudicare tale.

Ammettere ciò non è mettere in dubbio la nostra identità occidentale ed europea. Anzi, è tutto il contrario: è un atto di forza della nostra identità plurale, che proprio da questi conflitti spesso risolti tristemente è riuscita a ricavare un’umana lezione di tolleranza e fors’anche di giustizia.

Onore, uomini e bestie ai tempi dei cavalier cortesi

Miniatura dal Codex Manesse, rappresentante il poeta e cavaliere Hartmann von Aue. Fonte: Wikimedia Commons.

“Colui che è spinto dal suo animo
a compiere volentieri azioni buone,
è destinato a riuscire.
Invece oggi ci sono molti uomini
nel mondo, che io vedo
vivere senza onore, come bestie.
Che scopo ha vivere, per un uomo così?
Costui sperpera vanamente
la grazia e l’aiuto
che Dio ha dato al mondo”. (vv. 123-132)

Da: Anonimo tedesco del XII-XIII secolo, Moriz von Craûn, traduzione di A. Palermo.

Confessioni e propositi per il 2017

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Eugène Grasset, Manifesto per l’esposizione al Salon des Cent, 1894. Fonte immagine: Wikimedia Commons.

È inutile: negli ultimi mesi, nonostante i miei roboanti propositi, questo blog è giaciuto inerte, immobile nella vastità del web. Sniff.

Però – c’è sempre un “però” salvifico e autoassolutorio! – non è stata colpa mia. Oppure sì? Sarà davvero giunto per me il momento d’esser giudicato da voi lettori, come dal coro di una tragedia greca?

In realtà, deponendo le vesti del teatro, gli ultimi mesi sono stati problematici e impegnativi, anche se nel fondo carichi pure di qualche piccola soddisfazione. Ci sono state varie sfide da affrontare: scenari da recuperare in famiglia, questioni di vocazione biografica ed anche tante inutili burocrazie quotidiane. Qua e là c’è stata persino l’occasione di far del buono nei confronti non solo di se stessi.

In sostanza, un discreto numero di problemi che mi vengono dal 2016, ora che scrivo nel 2017 sono ancora da risolvere. Eppure, tutta la fatica di questi ultimi mesi m’ha gettato davanti un percorso per cui essere più spontaneamente fiducioso.

Ma così divaghiamo: arriviamo quindi alle conseguenze più dirette della mia vita su questo modestissimo blog! Care lettrici e cari lettori, ho davanti a me una serie di spine da togliermi, ma questo blog rimarrà vivo. Magari vivrà di fiammate improvvise di post, inframezzate da assenze colpevoli, ma andrà avanti. Anche solo perché comunque vi devo raccontare come va a finire, se sopravvivo io o sopravvivono i problemi. 😀

Un buon anno a tutte e tutti, anche se in ritardo!

Nel mentre

Vedo che ormai sono circa due settimane scarse che ho lasciato indietro l’aggiornamento del blog. Eccovi quindi un breve resoconto degli impegni che, tutti assieme appassionatamente, mi hanno trattenuto.

Prima di tutto, il rientro alla frequenza dei corsi universitari. Quali corsi frequentare? E soprattutto: quando e dove frequentarli? Per la risoluzione di tali problematiche, sono quindi occorse varie procedure, oscillanti fra il burocratico e il magico.

La prima è stata quella di decrittare, naturalmente attraverso un elaboratore a rulli meccanografico in stile anni ’40, la coincidenza fra i corsi tenuti in quest’anno accademico e il mio piano di studi.

Nell’immagine: due studentesse cercano di far coincidere il loro piano di studi, redatto dal sistema informatico universitario, con i codici numerici delle lezioni. Fonte immagine: Wikimedia Commons.

Una volta che il mostro elettromeccanico ha risputato indietro il suo responso – anzi, in realtà ne aveva emessi due, ma quello con scritto sopra “42” non l’ho capito e quindi l’ho scartato – avuto quindi in mano perciò i corsi da seguire, sono passato dalla procedura così chiara e lineare che vi ho descritto, impregnata di razionalità, ad una seconda fase dominata dal mistero e dal magico.

Individuare gli orari delle lezioni, soprattutto quando non erano rinvenibili dal sito, è stata infatti operazione rapsodica e che ha richiesto rituali segreti ed oscuri, del tutto sconvolgenti.

È proprio per questo che non ve ne posso parlare. Sappiate solo che dopo ho dovuto lavarmi del sangue di un gallo nero nato in una notte senza luna, e levarmi dalla testa delle strisce di pelle di serpente maculato che avevano troppo aderito alle mie tempie.

Ora so, ora ho visto, e la verità mi è chiara. Avevo la chiave per poter accedere al sapere dei corsi universitari che avrei frequentato. E che quindi ora sto frequentando.

Ciò per quanto riguarda l’università, e la parte più scherzosa del mio racconto. Infatti all’università si sono aggiunti altri impegni ben più seri, presi in precedenza e da allestire assieme ad altri volenterosi: ma visto che ormai già l’ho fatta lunga, vi accenno solamente. Il primo è stato un evento culturale sulla costruzione del testo biblico, e sulle sue plurime modalità di lettura ed interpretazione, sia letteraria che religiosa. L’altro, per cui sto ancora lavorando, riguarda la creazione di un piccolo banchetto sul problema della violenza sulle donne, da tenere nel corso di una sagra locale abbastanza frequentata.

Durante questi prossimi giorni, quindi, i post non seguiranno un’esatta cadenza giornaliera feriale, ma credo di aver abbastanza tempo per mantenere comunque una certa regolarità.

Francesco

Diavolo di un ponte!

Enzo Lunari, Le Chroniche di Fra’ Salmastro, 1966-1982. Un’immagine di quella che credo essere una vecchia raccolta delle strisce a fumetti di Fra’ Salmastro, creato da Enzo Lunari.

L’altra mattina, mentre mi riprendevo da un mal di testa, all’improvviso le mie orecchie hanno udito nuovamente le parole di un antico rituale magico-elettorale*: “ponte sullo Stretto”.

In prima battuta, le ho attribuite al forte tambureggiare che avvertivo alla tempia sinistra: probabilmente, era il segno di un mio non troppo precoce impazzimento. Poi mi sono accorto che le parole non venivano da una voce dentro la mia testa, e nemmeno da una voce ultramondana. In realtà venivano dalla televisione.

Parrebbe che qualcuno abbia ritirato nuovamente fuori l’idea del ponte sullo Stretto di Messina, con corollario annesso di millemila posti di lavoro e orgoglio patriottico.

A me invece, che sono abbastanza giovane d’età ma vetusto dentro, tutta questa allegrissima vicenda piena di folclore tipicamente italiano ha ricordato una storia a fumetti che avevo letto da piccolo, su un vecchio numero di Linus trovato per casa.

Con mia grande fortuna, tutta la storia è leggibile sul sito del fumettista, Enzo Lunari (classe 1937). Quindi vi rimando lì: basta cliccare QUI. Sempre se vi fidate, insomma.

Diciamo che la storia, ambientata in un fantarealistico medioevo italiano e narrata da un fraticello francescano – Fra’ Salmastro, per l’appunto – parla di un politico, di un patto col diavolo e della costruzione di un ponte in Italia…

Francesco

* Si attesta in Italia la presenza su mezzo audiovisivo di questo rituale, unito alla prova cartacea del cosiddetto “Contratto con gli italiani”, dal tardo XX secolo.

Alfons Mucha – Manifesto per l’Amleto di Sarah Bernhardt

Alfons Mucha, Manifesto per l’Amleto di Sarah Bernhardt, 1899. Fonte immagine: Wikimedia Commons.

Dalla fotografia di ieri, dal bianco e nero, al colore – e al calore – della stampa in stile art nouveau di Mucha. Il soggetto è lo stesso, ma tra la foto e la stampa passa un fiume: in un alternarsi di tonalità di colore, Mucha costruisce un’intera architettura di riquadri e forme, di vignette che si mettono immediatamente in relazione con la figura slanciata della Bernhardt nei panni di Amleto. E pensare che questa non è altro che pubblicità per uno spettacolo!