Placebo – Pure morning: diapositive di un dramma (?)

Buongiorno, è di nuovo Lunedì. Per alcuni un vero dramma, quando si ripetono sempre le stesse cose.

Nessuna evasione, davanti a noi i segni scavati da tutte le volte che abbiamo fatto la stessa strada e gli stessi errori.

Ma davvero dovremmo essere destinati a cadere al suolo ogni volta? In fin dei conti, chi l’ha detto? Immaginazione e speranza spesso scavano inaspettate vie di fuga. Forse non se ne esce illesi, ma ci si diverte di più.

Per iniziare una nuova settimana, il vecchio ricordo di una canzone di circa dieci anni fa. Ed accompagnata da uno dei migliori video musicali che abbia finora visto. La situazione è costruita tramite un accavallarsi in crescendo di persone, e quindi di stati emotivi: la storia è raccontata dai volti, tutti di fronte alla terribile attesa di un suicida.

In un incrociarsi di prospettive e vite diverse che condividono però lo stesso tempo, i momenti e le azioni, come la stessa vita, si scompongono e dilatano. Sotto un cielo plumbeo, in una metropoli catturata da una fotografia grigio-acciaio, quello che apparirebbe essere l’estremo gesto di una persona accomuna altri individui, per qualche istante, prima che tutto torni nell’indifferenza del quotidiano.

La disperata rincorsa di un poliziotto, scosso e dalla barba incolta, scandisce i tempi del dramma. Poi, l’inaudito e l’irreale.

Forse c’è speranza per tutti, allo stesso modo di come la troviamo, per qualche frangente, negli occhi di chi liberamente ci ama.

Francesco ♠

Recensione: Il diavolo probabilmente (1977)

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Un giovane s’ammazza. Anzi, no, sembra che sia stato suicidato da qualcuno. Non sappiamo cosa è successo, l’unica via per scoprirlo è percorrere la visione di questo film, Il diavolo probabilmente (Le Diable probablement, 1977), che Robert Bresson girò alla tenera età di circa 76 anni. Se si riflette su questo mero dato anagrafico, già si può comprendere la magnifica statura di un personaggio, Bresson, che con questo film tenta di raccontare secondo un proprio originale stile la gioventù del ’77, al fine di estrarne quel condensato d’Assoluto che riguarda proprio la giovinezza, concetto cristallino eppure sempre sfuggente per chiunque. D’altronde, le migliori giovinezze si vivono senza saperlo.

Una notizia di giornale quindi ci riporta, subito all’inizio, della morte di quello che comprenderemo essere il protagonista del film. Ma forse, più che protagonista, lo potremmo definire personaggio principale di un racconto corale: un filo d’innocenza che si dipana fra le pieghe di una realtà che sembra molto più assurda e annientante dello stesso pensiero del suicidio.

Aspetti e forme della Distruzione, fagocitando brandelli di realtà, infatti s’avvolgono come edera su di un edificio, quello della società, che sembra diroccarsi lentamente Segnali continui di disfacimento e smantellamento attraversano tutto il film, come monito di una condanna che non solo è già stata pronunciata, ma che è anche già messa in atto.

Il film segue quelli che sono stati gli ultimi sei mesi di vita di Charles, il giovane suicida. Se ne attraversano gli ambienti, le conoscenze, gli slanci che compie per affrontare la sua lotta metafisica contro l’idra a nove teste della Distruzione. Charles vive una sua libertà selvaggia e metropolitana, per certi versi con una vitalità e una serenità tali da essere distante anni luce dalla depressione che ci si aspetterebbe da un personaggio che si suiciderà. È simile al filosofo cinico che invece d’insegnare la sua filosofia nelle scuole, lo fa nella vita scontandone i dettami sulla propria pelle. D’aspetto, con i suoi lunghi capelli castano-chiari, pare uscito da un quadro preraffaellita (forse un’eco del Lancelot du Lac?).

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Charles è quindi prima di tutto un individuo, un singolo. Soprattutto, come s’addice ad una figura del genere, è un solitario in piena contrapposizione alle masse, di qualunque forma. Non rientra infatti nemmeno fra la folla dei giovani rivoluzionari, che mentre invocano in gregge la Distruzione dell’ordine stabilito, sono compagni segreti – nell’annientamento della libertà dell’individuo – dello stesso sistema consumistico.

Nella sua foga, la società dei consumi ha incalzato l’industria nello sfruttamento di qualcosa che all’umanità non appartiene, ma che è le dato solo in prestito: la Natura. Nel film compaiono più sequenze dedicate alle conseguenze dell’inquinamento, registrando così già nel ’77 la sensibilità dell’anziano Bresson per un tema, quello dell’ecologia, che ancora oggi fatica a trovare il suo spazio nonostante tutti i passi fatti. E in Italia, paese dissestato da smottamenti e veleni, sappiamo bene cosa è voluto dire non avere coscienza dell’ambiente.

La natura è così invasa e lentamente distrutta. Gli alberi vengono tagliati anche per fare quei preziosi libri su cui gli intellettuali ripongono tante speranze. La stessa cultura è in declino, crepuscolare, in frantumi; in ultima istanza, minacciata dal Nulla. Se mai le elaborazioni degli intellettuali hanno fornito soluzioni ad una società, dandole unità, in queste condizioni sembrano fallire: la frattura fra pensiero ed azione è consumata, e il “pensiero” sembra essere solo sepolcro a se stesso.

La cultura degli uomini è stanca, inerte davanti alle crepe che minano profondamente la società. Nemmeno la religione, storico collante ideologico, sembra più saper svolgere il suo ruolo aggregante. “Dio è un traditore”: così recitano alcune foto erotiche, che qualcuno pone per scherno in mezzo a dei libri dedicati alla Fede. Il cristianesimo per cui le cattedrali gotiche sono state innalzate, sopravvive faticosamente fra i fedeli spaesati: il mistero della Fede, della comunione fra un Dio distante e il minimo individuo, è alla mercè della dissezione intellettuale. L’esperienza dell’Assoluto si perde fra i vaniloqui recitati nei sacri libri dei pensatori alla moda.

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È un crepuscolo di civiltà, e le masse si muovono inconsapevoli, s’agitano e danzano alla musica del melodioso flautista: il diavolo, probabilmente. Il medioevo è distante (?), ma la danse macabre è un ballo eterno, inarrestabile. E coinvolge tutti noi. Organizziamo i nostri passi e le nostre movenze sperando di seguire il ritmo di una musica lontana, la cui partitura è invisibile e negata all’occhio umano.

Ma mantenere il passo e il tempo giusto, mentre una società chiude i suoi orizzonti, è cosa ardua. Tempo di Dio, tempo degli affetti e tempo economico collidono e si scontrano fra loro: la prima vittima è la coscienza dell’individuo, e il nostro rapporto col tempo perde via via la sua compattezza ed unità, lasciando il singolo confuso all’interno della propria esistenza. Come in una gabbia fatta di specchi.

Quando le illusioni ci circondano, è meglio affidarsi alle ragioni del cuore. Così tra i momenti in cui forse si ritrova la vita, ci sono gli amplessi e le emozioni dell’amore, di quei legami che per qualche istante sembrano trapassare la notte del mondo.

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Che l’amore sia una delle forme più sincere di vita, Charles lo racconta ad uno psicanalista verso il quale è stato indirizzato dai suoi amici, impauriti che egli possa suicidarsi. È vero, lui ci andrà, forse anche con la speranza di trovare delle risposte: ma il colloquio “terapeutico” diverrà una sfida in cui Charles, rispondendo con onestà al medico della mente, mostrerà a quest’ultimo la verità. Anche lo psicanalista, con la sua scienza, non è che parte del meccanismo economico di produzione: se la psicanalisi un tempo poteva essere una liberazione del singolo dalla società, ora è pienamente partecipe nell’oppressione. Nel suo tentativo di razionalizzare l’invisibile, razionalizza e riduce anche l’individuo dalle sue originalità: e alla fine della seduta, lo psicanalista si fa pagare per aver restituito una persona alla produttività. La cartamoneta che Charles gli dà è la testimonianza di come una scienza passi da soccorso a consumo.

Una droga, per certi versi simile all’eroina di cui fa uso Valentin, un amico di Charles. Il nostro protagonista cercherà di salvarlo dalla dipendenza che lo costringe a rubare. Ma Valentin non è che la estrema conseguenza dell’ordinamento economico: come gli altri che, quando s’annoiano e non sanno che fare delle loro vite, spendono i loro salari per acquistare porzioni di piacere, lui fa lo stesso. Con l’eccezione che, quei soldi che garantiscono la consumazione del piacere, Valentin li ruba.

Ad ogni desiderio, si può trovare un accomodamento: è questo che promette la società dei consumi. È la meccanizzazione dei piaceri sintetici. E Charles, simbolicamente troverà la fine proprio per mano di chi deve garantirsi accesso al Piacere: la società non ammette eccezioni per chi è selvaggio. Un misero carnefice, in una notte, non farà altro che eseguire una sentenza di morte già scritta dall’ordine sociale.

Il film rappresenta così il transito di chi passa dagli ideali della giovinezza al sistema industriale contemporaneo: Charles, questo rito di passaggio lo fallisce. Non trova infatti collocazione né professionale né sociale, e conclude la sua vita nella sterilità. La sua non sarà una morte importante, il mondo rimarrà indifferente, perché resterà solo uno dei tanti che se ne vanno. Il suicidio rimane un fatto veramente importante solo per chi lo compie.

Il quadro che il film dipinge davanti ai nostri occhi, sembrerebbe quindi desolante, senza via d’uscita: cercare la morte, alla resa dei conti, è una scelta che si può rispettare, ma idiota nei suoi risultati. Ma anche vivere per consumare in una eterna ripetizione i tanti piaceri sintetici, alla lunga non porta altro che a sopravvivere alla morte della propria stessa anima – Life-in-Death (Vita in Morte), per dirla con Coleridge. Eppure, a noi che sopravviviamo rimane un’alternativa, perché attraverso tutte le crepe della realtà batte anche una Vita che chiede di essere strappata via dalla rovina.

Come direbbe Michel, un amico di Charles, si tratta di vivere per vivere, di abbattere la noia con la forza stessa della vita. Non con il ragionamento o con l’intelligenza, ma con qualcos’altro. Michel è per tutto il film il più convinto e onesto combattente contro il Nulla. Forse sono i sentimenti che riscattano una vita: il solo combustibile per mantenere una ponderata anarchia esistenziale, l’unico modo per conservare una propria integrità e innocenza morale.

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In numeri: 7/10. Perché? Non è per tutti: a molti potrebbe apparire datato nella messinscena; inoltre la scelta di Bresson di non usare attori professionisti, per ottenere una recitazione il più possibile “pura”, potrebbe allontanare altri. Una recitazione che, per una scelta stilistica condivisibile o meno, è compassata e induce una estraneità da teatro epico brechtiano, accentuando gli elementi di ineluttabilità e fatalità caratteristici del film.

Ma ovviamente 8/10 se sapete cosa vuol dire bere fino nel profondo dall’amaro calice.

Dedicato a C., per i temi cari all’amica che avevo. E un grazie ad E. per i “suoi” Cocteau e Alain-Fournier.

Francesco ♠

Scheda tecnica. Regista: Robert Bresson. Attori principali: Antoine Monnier (Charles), Tina Irissari (Alberte), Henri de Maublanc (Michel), Laetitia Carcano (Edwige), Nicolas Deguy (Valentin), Régis Hanrion (Dr. Mime, Psicanalista), Geoffroy Gaussen (Libraio), Roger Honorat (Commissario). Durata: 93′.

Torquemada e l’Inquisizione spagnola secondo Mel Brooks e i Monty Python

Visto che ieri abbiamo toccato il tema dell’Inquisizione spagnola in un post abbastanza impegnato, oggi per allietarci facciamo un po’ di satira e provocazione all’insegna del politicamente scorretto.

Prima di tutto l’insormontabile Mel Brooks (ebreo, per chi non lo sapesse), che nel giro di pochi minuti ridicolizza l’antisemitismo e l’intolleranza. E poi…

NESSUNO SI ASPETTA L’INQUISIZIONE SPAGNOLA!

… uno dei vari sketch creati dai Monty Python sull’Inquisizione. Gli altri li troverete facilmente sul Tubo. Tra l’altro mi domando in quale era ItaliaUno trasmetteva i Python…

#withsyria: la Siria e la guerra che continua

Quando ho visto apparire la Siria sui telegiornali era 3 anni fa, durante la Primavera Araba. All’inizio le notizie parlavano di proteste contro il regime di Assad, che si svolgevano per lo più durante i giorni di preghiera. Poi, più le forze governative siriane tentavano la repressione violenta del dissenso, più le fazioni ribelli si organizzavano e radicalizzavano. Perché quando gli spazi della democrazia cessano di esistere, i violenti prendono il sopravvento: un pacifico democratico non vale in guerra quanto un jihadista pronto a morire.

Nel mentre le grandi potenze internazionali, quelle che siedono al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, non trovavano una soluzione. La Siria ha il suo porco posto nello scacchiere globale, quindi le cose non possono essere semplici: specie quando la Russia mantiene una base nel Mediterraneo proprio in territorio siriano.

Ora sono passati 3 lunghi anni: una terra dilaniata, migliaia di profughi e morti. Soprattutto famiglie distrutte e vittime innumerevoli fra bambini e adolescenti.

Vite ancora da vivere, come quelle di ragazzi e ragazze, sono spezzate o piegate. Accartocciate. Riusciamo noi da qui, dall’Italia, a sentire che rumore fanno le loro speranze e illusioni che crollano? Credo che nessuno di noi abbia un udito così fine.

Noi spesso, quando scriviamo, dimentichiamo dove siamo nati. Non abbiamo avuto la preoccupazione di evitare di essere coinvolti in un conflitto a fuoco, o che un nostro familiare venisse rapito, torturato e ucciso. La carestia non l’abbiamo conosciuta, le cure mediche erano accessibili. E infine abbiamo potuto ricevere un’educazione, ovvero quella cosa per cui spesso ci illudiamo di avere qualche importanza su questa terra.

Invece ci sono parti del mondo dove a chi nasce il futuro è negato a priori. Posti dove crescere equivale a sopravvivere, sempre se ce la fai. Ne cito due ultimamente tornati recenti, il Sud Sudan e la Repubblica Centrafricana. Ma sapete che ce ne sono innumerevoli, tra cui anche alcune zone della nostra stessa Italia.

Cerchiamo di fare tutto quel che possiamo, almeno nelle nostre coscienze.

Francesco ♠

Un ultimo appello: vorrei richiamare alla memoria anche Padre Dall’Oglio, il gesuita italiano da mesi scomparso in Siria.

La struggente sequenza animata è ispirata allo street artist Banksy e al film Il palloncino rosso.

Dylan Dog – Vittima degli eventi: un film in crowdfunding

L’altro giorno apro il portale di RaiNews, e lo scorro. Dopo Renzi, Renzi e Renzi, intervallato da qualcosa di vagamente minaccioso come Putin e la Crimea, improvvisamente una notizia mi coglie alla sprovvista: un film su Dylan Dog.

Poi ancora Renzi.

Un altro film su Dylan Dog, quindi? Un’altra occasione sprecata per vederne fatta una trasposizione umiliante? Eh no, aspè, vedemo n’attimo. Così apro e scopro che è un progetto a cura di Luca Vecchi (The Pills) e Claudio Di Biagio (Freaks!), con Valerio Di Benedetto ad interpretare l’indagatore dell’Incubo. Tra l’altro faccio notare che chi ha redatto la notizia di RaiNews era assatanato e dylaniato dall’evento, perché nello scrivere l’articolo ripete per due volte le stesse cose. Ma andiamo avanti.

La prima considerazione è che evidentemente quando è uscita la notizia di questo progetto ero intento a salvare il mondo, uno dei tanti possibili. Oppure ero troppo concentrato a intendere la musica delle sfere celesti.

Ma la vera domanda è: questo tentativo ci farà finalmente dimenticare tutto ciò che di brutto è successo, cinematograficamente parlando, al nostro eroe Dylan?

Lasciamo prima di tutto la parola agli autori del misfatto, in un’intervista rilasciata alla Yamato durante il Lucca Comics del 2013.

“… il personaggio di Dylan Dog viene riformattizzato, viene rebboottato, ed è molto fico…”. Ed è subito il tremore alle gambe, il formicolio alla spina dorsale. Ma come avete visto si rincara la dose: “… forse il fondamentalista appassionato di Dylan Dog potrebbe avere qualcosa da ridire però obiettivamente se è una persona curiosa ed intelligente apprezzerà le similitudini ma anche un certo aggiornamento del personaggio che va posto in un contesto un po’ più odierno…” . Ecco alcune delle frasi incautamente formulate allora da Luca Vecchi. Ma rimane fatalmente impresso il pragmatismo di Di Biagio: “Pe’ completare il budget ce servono quei du’ spicci pe’ la postproduzione che ce stà a costà un boato”.

Ora, visto che le piotte le hanno raccolte e che il film sta per uscire davvero, evidentemente il pio Giuda Ballerino ha voluto benedire personalmente questa impresa.

Battutacce a parte, andiamo un po’ più nel dettaglio. Il film “Dylan Dog – Vittima degli eventi” è un progetto che ha raccolto i suoi denari attraverso delle offerte in crowdfunding presso il sito IndieGoGo. Come ricorda Di Biagio nell’intervista, avendo i diritti gli americani, il film è una impresa no-profit. Per quanto concerne la durata è un mediometraggio di 60 minuti, che oltre alla partecipazione del già citato Di Benedetto e dello stesso Vecchi nei panni di Groucho, prevede anche quella di Alessandro Haber (Bloch) e Milena Vukotic (Madame Trelkvoski).

Ora non resta da sperare che al coraggio di Vecchi, Di Biagio e Di Benedetto – nonché di tutti coloro che hanno sganciato la grana – corrisponda un bel prodotto. Teniamo le dita incrociate per questo Dylan in salsa romana.

Nota: per chi volesse continuare a farsi un’idea, ecco anche un’altra intervista un po’ più pacata. Dura circa 11 minuti, e per quel che può contribuisce a darci qualche informazione in più.

Recensione: Dead Snow (2009)

Ah, le gite fra amici! Sapete perché i film horror che partono dalle scampagnate spesso sono palesemente irreali? Perché per farti paura ti fanno dimenticare che i veri mostri sono quelli della tua comitiva.

Dead Snow è un film del 2009 presentato al Sundance Film Festival, e come base ha per l’appunto il classico tema del weekend fra amici. Quando un film parte da uno spunto così trito, l’unica cosa che conta è che faccia bene il compitino per farci passare piacevolemente il tempo della sua durata.

E che il canovaccio sia scontato, qui lo sanno tutti. Sia gli sceneggiatori, che non a caso inseriscono all’inizio della vicenda un dialogo proprio su film come La casa e Venerdì 13; sia gli attori, la cui consapevolezza di una trama così scontata induce loro una recitazione il più delle volte divertita e ironica. Ho apprezzato molto quest’ultima cosa, perché rende la frivolezza del film molto più accettabile.

Non insisterò molto sulla trama: questi aitanti e baldi giovini arrivano in una baita fra le montagne della Norvegia. E da bravi giovani, sono del tutto all’oscuro della storia maledetta di turno: durante la Seconda guerra mondiale, da quelle parti si erano aggirati dei nazisti, fra i più cattivi sulla piazza. Sul finire della guerra però questi soldati tedeschi non avevano ripreso la strada di casa, ma avevano invece trovato la loro fine proprio fra le nevi della Norvegia. Inseguiti da una folla di civili armati di roncole e falci a cui avevano sottrato dell’oro, i nazisti presero la strada delle montagne senza che nessuno sapesse più niente di loro.

Fino ad oggi.

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Per quanto riguarda lo sviluppo di tale trama, diciamo che la sceneggiatura fa il suo lavoro onestamente, anche se per la prima metà del film non gestisce troppo bene la tensione, facendola allentare un po’ troppo. Fortunatamente poi le cose vanno meglio, con un crescendo di situazioni fino ad arrivare ad un’esplosione di truculenza e al bel finale. Rimarco comunque che questo film è piuttosto sadico nei confronti dei protagonisti: diciamo che non vi conviene affezionarvi troppo…

Sbrigate trama e affini, alcuni dettagli del film mi sono garbati abbastanza: una terzomondista-bio-rasta che per salvarsi la vita dovrà fare una certa scelta, o uno dei protagonisti che ricambierà il morso di uno zombie mordendolo a sua volta con tanto affetto. Su tutto però trionfa, in un clima da ragnarok nordico, lo sfoggio finale di asce, motosega e martelli. E persino di una mitragliatrice pesante d’annata. Un po’ più interdetto sono rimasto invece su una scena di sesso in una latrina di legno, che visto i protagonisti però la farà amare dai nerd segaioli in attesa della (S)volta buona.

Da un punto di vista tecnico, le scene di azione e lotta del film sono fatte per bene, e chi ama lo splatter (io non sono fra questi) credo che apprezzerà le molte interiora gettate al vento. Per quanto riguarda la colonna sonora, è un “classico” metal-noise-lofi che non mi ha esaltato molto. Anzi, per nulla.

Eppure, nonostante tutto ciò che ha di buono, il film non mi convince del tutto. È come se fosse indeciso se stare o dalla parte della commedia (Shawn of the Dead), o da quella classica del survival horror. Da un canto non ci sono abbastanza situazioni comiche, dall’altro manca una vera e propria tensione drammatica. Quindi rimane un film a metà, che però dispone di una buona fotografia e di un bell’assortimento di effetti granguignoleschi.

Questo film non è quindi un capolavoro del genere, ma se avete una vera e propria passione per gli zombie e lo splatter, tutto sommato non resterete delusi. Se però non fate parte di tale categoria di aficionados malati di mente, non credo che sentirete il peso di non vederlo.

Per finire, un aneddoto: l’ufficiale non-morto che guida la sua malefica truppa, è il colonnello Herzog. Che zio Werner abbia pietà di chi ha fatto questo film. Anche perché io avrei più paura di lui che degli zombie.

In numeri: 5½/10, 6 se siete fan del genere.

Francesco ♠

Recensione: La fortezza (The Keep, 1983)

Percorrete con lentezza una gola montuosa dei Carpazi, e vi appare davanti. Una struttura nera, che già dall’apparenza vi dà indizio della sua estraneità a questo mondo. Sembra emergere da una sorta di basalto lavico, altrettanto oscuro quanto pare d’ossidiana l’edificio che avete di fronte. Il suo portale è una opprimente promessa di tenebre.

Un uomo entra, minuscola chiazza di luce, al suo interno: il cortile della rocca è partorito dal ventre stesso della terra. Ed è roccia irregolare, a volte aguzza e pronta a ferire. Improvvisamente, un muro vi chiude la vista, coperto di croci bianche poste ad intervallo regolare l’una dall’altra.

E con questo, vi ricorderete tutto ciò che c’è di buono in questo film.

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La fortezza (The Keep, 1983) sembra un film che promette molto, sia visivamente che narrativamente (tra l’altro è tratto da un romanzo di F. Paul Wilson, autore che nella mia ignoranza non conosco). Eppure non riesce a condurre in porto l’operazione, sprecando tutto. A fine visione, mi sono sentito pervadere come da un senso di incompiuto, e non tanto perché poco viene spiegato sui fenomeni che animano il film.

Ad una prima occhiata, la trama sembra intrigante: poco prima dell’Operazione Barbarossa, un plotone di soldati tedeschi viene inviato a sorvegliare una misteriosa fortezza situata in un valico rumeno. Ma qualcuno di loro fa qualcosa che non deve fare, e si aprono le solite porte dell’Inferno. E quando arrivano le SS, coinvolgendo fra l’altro anche uno studioso ebreo e sua figlia, le cose non fanno che peggiorare.

Come dicevo, però, al momento di passare dalle premesse alla sostanza, le cose prendono una brutta piega. I personaggi rimangono infatti senza un vero spessore, gettati e dispersi in un’ambientazione carica d’aspettative su quello che accadrà. Perché da oscuri arcani, nazisti e lingue morte la sensazione che qualcosa di terribile e annientante stia per accadere è palpabile: ma questo presentimento, a differenza degli spettri gotici, non si materializzerà mai accanto a voi fino al punto di dilaniarvi. Tutti gli spunti della trama spesso sono persi di vista, come dimenticati, in un intreccio senza carattere che trova il suo scioglimento in una fine incolore.

Per quanto riguarda regia e cast, il film presenta una line up di rispetto, e ciò rende la cosa ancora più triste. Alla regia c’è Michael Mann, e tra gli attori contiamo Ian McKellen, Scott Glenn, Gabriel Byrne. La colonna sonora, che in fin dei conti fa il suo sporco lavoro, è dei Tangerine Dream.

Per chi ha voglia e tempo di affrontare qualcosa di cui potrà facilmente rimanere deluso, rimane però un motivo per vedere questo film: ovvero, proprio per tutto ciò che spreca. Il potenziale visivo è suggestivo per chiunque si interessi minimamente di horror o fantastico, e tra l’altro lo stesso cattivone di turno, stando a ciò che leggo su Wiki, è stato concepito da Enki Bilal. Ma oltre quello che c’è da vedere, rimangono tutti gli spunti della trama, adattissimi ad essere rielaborati sia in qualche sessione di GDR sia per qualche altro vostro oscuro fine creativo.

In numeri: 5/10.

Francesco ♠