A proposito di gente con un teschio fra le mani: Amleto!

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Foto dell’attrice Sarah Bernhardt nelle vesti di Amleto, 1899. Ed ecco il famoso principe di Danimarca. Nell’età del tardo Rinascimento e del Barocco, non è un caso che anche Shakespeare rifletta sulla vanità e sul senso dell’esistenza attraverso un teschio, proprio come quasi contemporaneamente si facesse nei Paesi Bassi. La foto dell’Ottocento ritrae quella Sarah Bernhardt immortalata in alcuni celebri manifesti da Alfons Mucha. Fonte immagine: Wikimedia Commons.

Placebo – Pure morning: diapositive di un dramma (?)

Buongiorno, è di nuovo Lunedì. Per alcuni un vero dramma, quando si ripetono sempre le stesse cose.

Nessuna evasione, davanti a noi i segni scavati da tutte le volte che abbiamo fatto la stessa strada e gli stessi errori.

Ma davvero dovremmo essere destinati a cadere al suolo ogni volta? In fin dei conti, chi l’ha detto? Immaginazione e speranza spesso scavano inaspettate vie di fuga. Forse non se ne esce illesi, ma ci si diverte di più.

Per iniziare una nuova settimana, il vecchio ricordo di una canzone di circa dieci anni fa. Ed accompagnata da uno dei migliori video musicali che abbia finora visto. La situazione è costruita tramite un accavallarsi in crescendo di persone, e quindi di stati emotivi: la storia è raccontata dai volti, tutti di fronte alla terribile attesa di un suicida.

In un incrociarsi di prospettive e vite diverse che condividono però lo stesso tempo, i momenti e le azioni, come la stessa vita, si scompongono e dilatano. Sotto un cielo plumbeo, in una metropoli catturata da una fotografia grigio-acciaio, quello che apparirebbe essere l’estremo gesto di una persona accomuna altri individui, per qualche istante, prima che tutto torni nell’indifferenza del quotidiano.

La disperata rincorsa di un poliziotto, scosso e dalla barba incolta, scandisce i tempi del dramma. Poi, l’inaudito e l’irreale.

Forse c’è speranza per tutti, allo stesso modo di come la troviamo, per qualche frangente, negli occhi di chi liberamente ci ama.

Francesco ♠

Notre Dame in Rouen: prima e intorno a Monet

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William Froome Smallwood, Torre di S. Romano della Cattedrale di Rouen, acquarello, 1831.

Con il titolo del post di oggi, comincerete a capire dove voglio arrivare con il nostro discorso intorno a Notre Dame di Rouen: a Claude Monet e alla sua interpretazione di quest’edificio sacro. Ma prima di affrontare direttamente la questione, mi pareva opportuno offrirvi una carrellata di altre rappresentazioni più o meno coeve. Anche se non ve ne importa un fico secco del Monet, spero che almeno vi godrete le immagini: soprattutto se siete amanti del gotico, del medioevo e di atmosfere notturne o fantastiche.

Sono convinto che per poter apprezzare davvero cosa abbia voluto dire la sfida degli impressionisti, bisogna coglierne le differenze con gli altri stili dell’epoca. Spesso infatti ho visto insegnare l’Impressionismo in astratto, preso singolarmente, come se ad un tratto ad una serie di artisti prendesse voglia di dipingere a macchie, ottenendo un effetto sfocato e perdendo la bella e netta definizione di origine classicista.

Certo, viene detto che gli impressionisti si presentano come alternativa all’arte delle accademie, uscendo all’aria aperta (en plein air), e che nei loro quadri penetrano con pennellate veloci nella vita quotidiana dell’epoca. Ma questo non è sufficiente a spiegare in cosa tangibilmente consista la loro vera innovazione. Per non parlare poi del fatto che spesso il tardo Ottocento sembra in alcune lezioni ridursi solo all’Impressionismo, facendo perdere così ogni costruttivo confronto fra le varie maniere pittoriche: infatti anche altri stili, certo magari meno innovativi, producevano contemporaneamente altrettanto bravi e solidi artisti.

Sfortunatamente, nel proporvi le raffigurazioni della Cattedrale di Rouen non ho trovato veri dipinti. Quello che si avvicina di più alla pittura, è l’acquarello che vedete all’inizio del post, nella prima immagine. È datato 1831, e nel tratto chiaro e di gusto romantico ci attesta, nonostante l’irrimediabile differenza fra tecniche pittoriche, quale poteva essere un modello e uno stile già disponibile agli impressionisti. Eppure loro non hanno preso questa strada.

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Auguste Lepère (1849-1918), Facciata della Cattedrale di Rouen, xilografia.

La seconda immagine è un lavoro a stampa. Non ho disponibile la data, ma già l’arco di vita dell’autore ci indica che quest’ultimo è un pieno contemporaneo di Monet. Un uomo del suo stesso tempo, ma specializzato in incisione, e che ha prodotto una bella e piuttosto dettagliata immagine di quella stessa cattedrale che Monet, al contrario, raffigurerà dipingendo cosi sfocata.

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William Henry Goodyear, Interno della Cattedrale di Rouen, forografia, 1903.

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William Henry Goodyear, Interno della Cattedrale di Rouen, fotografia, 1910.

Una sfocatezza che si pone agli antipodi di ciò che avviene nelle due foto qui sopra, dove dovremmo raggiungere il cosiddetto massimo della fedeltà e della definizione, secondo quella banale vulgata che vorrebbe la fotografia restituire una perfetta copia della realtà. Non dimentichiamo infatti che la fotografia, proprio su quel finire del secolo in cui Monet dipingerà la serie di quadri sulla Cattedrale, è ormai uscita dalla sua fase pionieristica. Ma è ancora in bianco e nero, se vogliamo escludere i tentativi di colorazione a mano.

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Muirhead Bone, Chiaro di luna alla Cattedrale di Rouen, disegno, 1918.

L’ultima immagine, invece, è anche la più tarda di quelle che vi propongo. Un disegno fatto da un militare britannico di transito a Rouen, quando la città durante la Prima Guerra Mondiale era una delle sedi logistiche dell’esercito inglese in Francia. Uno schizzo veloce, fatto con chissà quale stato d’animo, e che presenta un altro ed ennesimo modo di rappresentare questa chiesa.

Ora possiamo dire di aver girato in lungo e largo intorno alla Cattedrale di Rouen, ai vari modi di raffigurarla: adesso abbiamo un parziale metro di paragone con cui “giudicare” a breve Monet. Ieri, però, abbiamo visto pure come quest’opera degli uomini ha rischiato di essere distrutta proprio per mano degli stessi uomini. Direte: è la stupidità della guerra.

Frankreich, Rouen, beschädigte Kathedrale

Per finire: Torre di S. Romano, 1944. Un po’ differente da come appariva nelle figure di prima, vero? Fonte: Bundesarchiv, Bild 146-1984-035-10A / CC-BY-SA

Ma quest’ultima affermazione, almeno in parte, è una menzogna: la guerra purtroppo non è mai stupida. Anzi, è razionale fino al punto di strumentalizzare tutte le risorse dell’ingegno umano al fine di ottenere la supremazia e l’annientamento del nemico. Abbiamo visto in passato le risorse di intere nazioni volte alla distruzione dei propri confinanti, mentre un’abile propaganda faceva illudere il “popolo” che i propri malanni venissero da oltre confine. Quando invece bisognava ponderare maggiormente le proprie responsabilità nel male. Ma per oggi basta con il sermone.

Francesco ♠

Le fiamme della guerra: Rouen in Normandia

Rouen-1Per ricordare che cosa ha voluto dire in Europa la guerra: l’interno della cattedrale di Rouen. La capitale normanna dove venne arsa al rogo Giovanna d’Arco, fu a sua volta bruciata da vari bombardamenti alleati durante la Seconda Guerra Mondiale. Parti della città vennero distrutte nel 1944 anche dai combattimenti per sgombrare i tedeschi dalla Normandia.

Ricordatevi questa cattedrale, dove ora la luce penetra fra le colonne annerite del coro. Ne riparleremo a breve.