Diavolo di un ponte!

Enzo Lunari, Le Chroniche di Fra’ Salmastro, 1966-1982. Un’immagine di quella che credo essere una vecchia raccolta delle strisce a fumetti di Fra’ Salmastro, creato da Enzo Lunari.

L’altra mattina, mentre mi riprendevo da un mal di testa, all’improvviso le mie orecchie hanno udito nuovamente le parole di un antico rituale magico-elettorale*: “ponte sullo Stretto”.

In prima battuta, le ho attribuite al forte tambureggiare che avvertivo alla tempia sinistra: probabilmente, era il segno di un mio non troppo precoce impazzimento. Poi mi sono accorto che le parole non venivano da una voce dentro la mia testa, e nemmeno da una voce ultramondana. In realtà venivano dalla televisione.

Parrebbe che qualcuno abbia ritirato nuovamente fuori l’idea del ponte sullo Stretto di Messina, con corollario annesso di millemila posti di lavoro e orgoglio patriottico.

A me invece, che sono abbastanza giovane d’età ma vetusto dentro, tutta questa allegrissima vicenda piena di folclore tipicamente italiano ha ricordato una storia a fumetti che avevo letto da piccolo, su un vecchio numero di Linus trovato per casa.

Con mia grande fortuna, tutta la storia è leggibile sul sito del fumettista, Enzo Lunari (classe 1937). Quindi vi rimando lì: basta cliccare QUI. Sempre se vi fidate, insomma.

Diciamo che la storia, ambientata in un fantarealistico medioevo italiano e narrata da un fraticello francescano – Fra’ Salmastro, per l’appunto – parla di un politico, di un patto col diavolo e della costruzione di un ponte in Italia…

Francesco

* Si attesta in Italia la presenza su mezzo audiovisivo di questo rituale, unito alla prova cartacea del cosiddetto “Contratto con gli italiani”, dal tardo XX secolo.

Alfons Mucha – Manifesto per l’Amleto di Sarah Bernhardt

Alfons Mucha, Manifesto per l’Amleto di Sarah Bernhardt, 1899. Fonte immagine: Wikimedia Commons.

Dalla fotografia di ieri, dal bianco e nero, al colore – e al calore – della stampa in stile art nouveau di Mucha. Il soggetto è lo stesso, ma tra la foto e la stampa passa un fiume: in un alternarsi di tonalità di colore, Mucha costruisce un’intera architettura di riquadri e forme, di vignette che si mettono immediatamente in relazione con la figura slanciata della Bernhardt nei panni di Amleto. E pensare che questa non è altro che pubblicità per uno spettacolo!

Félicien Rops e il Satana contadino, Van Gogh e i braccianti: immagini dal contado e dai Paesi Bassi

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Félicien Rops, Le Sataniche – Satana semina la zizzania, 1882.

Mentre qualche tempo fa scrivevo la recensione de Il diavolo probabilmente, dalla mia memoria era emersa l’immagine demoniaca con cui si apre questo post. Nel film si vociferava infatti del diavolo, più principio metafisico che “demone”, che incantava e seduceva melodiosamente le masse verso la distruzione: alla stessa maniera di quello che accade in questa raffigurazione.

Nel cuore della notte, alla spettrale luce di un plenilunio, una figura gigantesca e scheletrica attraversa non vista la città. Cappello a tesa larga, e non zoccoli da caprone ma zoccoli da contadino: perché è la metropoli il suo “campo” da coltivare ed accudire. I vicoli dei ladri e delle prostitute, le case borghesi che nascondono i loro indicibili segreti, uomini e donne che nel buio gestiscono affari non meglio precisati, e di cui forse è opportuno sapere il meno possibile. È questo il sempre fertile terreno del “vizio”, le paradossali e contradditorie mille possibilità di una città.

E su questo campo vengono dall’aria “seminate” e gettate, a grossolana parodia degli angeli, quelle che sembrerebbero essere delle succubi portatrici di zizzania, destinate a cadere in terra e a rovinare la vita delle persone. Donne, mi spiace: la figura della femmina seduttrice e che conduce alla dannazione o alla follia i piccoli uomini, nel decadentismo è una vera e propria icona pop.

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Vincent Van Gogh, Anziano intorno al focolare, 1881.

Il particolare degli zoccoli di legno mi ha colpito molto, perché riconduce direttamente agli ambienti provinciali e rurali da cui proveniva Félicien Rops, artista belga apprezzato da Baudelaire e dai decadenti in generale. Gli zoccoli erano infatti la calzatura tipica per chi lavorava la terra nei Paesi Bassi, volendo comprendere con questa definizione sia l’Olanda che il Belgio. Interessante quindi che Rops raffigurando il suo Satana seminatore faccia mostra di un certo realismo figurativo, abbigliandolo come i contadini che conosceva bene, piuttosto che andare invece a cercare qualche consueta e ghirigorata immagine “diabolica”. Curioso anche che sia poi un “contadino” a seminare la perdizione per la città, come fosse una paradossale rivincita dei tempi della campagna su quelli della metropoli.

La raffigurazione di Rops è pienamente coeva ai dipinti che vedete di Vincent Van Gogh, artista olandese che ha dedicato parte dei suoi quadri alla vita rurale dei suoi conterranei. Il vecchio che vedete qui sopra indaffarato intorno al modesto focolare casalingo, indossa sempre gli stessi zoccoli di legno del Satana di Rops.

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Vincent Van Gogh, Piantatori di patate, 1884.

E lo stesso fanno questi piantatori di patate, che paiono indossare queste calzature di legno per non affondare nel fango della terra. Ognuno è chiuso nel silenzio del suo lavoro, affaticato e chino alla mercè di un’altra giornata di lavoro. Figure che poco hanno di aggraziato, perché lavorare stanca, deforma, ingrossa le spalle e le mani. La matrice del realismo figurativo si incrocia con la personale rielaborazione di Van Gogh, che attraverso i colori e le pennellate dipinge un quadro dall’atmosfera grave e di intima solennità, celebrazione compassionevole di chi ogni stagione affronta, in un eterno ripetersi, la battaglia per la terra.

 Francesco ♠

Nota: anche Ermanno Olmi, alla lignea calzatura, ha intitolato un celebre film sulla vita dei contadini italiani del settentrione: L’albero degli zoccoli (1978).

Esclusivo: dalle migliori discoteche medievali di Norimberga, la Danza Macabra!

Illustrazione dalla cronaca di Norimberga (1493).

Illustrazione dalla cronaca di Norimberga (1493).

No, non sono follemente impazzito. Almeno non più del solito.

Con questa immagine inauguriamo una serie di post dedicati all’allegoria della danse macabre (danza macabra).

Gli scheletri dei morti si alzano dalle tombe per coinvolgere nella loro danza i vivi e portarli con loro. Perché nessuno, né ricco né persona di prestigio, infatti può contrastare il suo momento. Ricchezza e potere sono strumenti vani nel confronto con la Morte: nessuna cosa di questo mondo varrà a proteggerci nell’ora fatale, perché la mietitrice è indifferente ad ogni corruzione e coglie indiscriminatamente chi vuole.

Certo, messa così sembra una mazzata all’inguine. Ma in realtà il significato dell’allegoria può essere considerato positivamente: se ogni ricchezza o prestigio che accumuliamo su questa terra non è altro che un omaggio alla nostra vanità, che cosa rimane? Chi crede può rispondere “l’anima”, e non avrebbe torto, essendo questo appunto un significato spirituale e anche cristiano della danza macabra.

Più secolarmente, però, se c’è qualcosa di invisibile che oltrepassa ciò che nella vita possiamo toccare con mano, sono i memorabili affetti e sentimenti di cui possiamo essere capaci una volta accettato il fatto che, se agiamo, non lo facciamo per interessi materiali: ma per dare qualcosa di noi stessi agli altri.

In ogni caso, proporvi la danse macabre serve, coraggiosi lettori, a prepararvi spiritualmente alla recensione del film che sto per pubblicare a breve – che è poi è lo stesso per cui ero arrivato a parlare delle cattedrali di Monet.

Francesco ♠

Nota: l’essere uguali davanti alla morte, è anche il concetto della livella di Totò. Per dire.

Notre Dame in Rouen: prima e intorno a Monet

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William Froome Smallwood, Torre di S. Romano della Cattedrale di Rouen, acquarello, 1831.

Con il titolo del post di oggi, comincerete a capire dove voglio arrivare con il nostro discorso intorno a Notre Dame di Rouen: a Claude Monet e alla sua interpretazione di quest’edificio sacro. Ma prima di affrontare direttamente la questione, mi pareva opportuno offrirvi una carrellata di altre rappresentazioni più o meno coeve. Anche se non ve ne importa un fico secco del Monet, spero che almeno vi godrete le immagini: soprattutto se siete amanti del gotico, del medioevo e di atmosfere notturne o fantastiche.

Sono convinto che per poter apprezzare davvero cosa abbia voluto dire la sfida degli impressionisti, bisogna coglierne le differenze con gli altri stili dell’epoca. Spesso infatti ho visto insegnare l’Impressionismo in astratto, preso singolarmente, come se ad un tratto ad una serie di artisti prendesse voglia di dipingere a macchie, ottenendo un effetto sfocato e perdendo la bella e netta definizione di origine classicista.

Certo, viene detto che gli impressionisti si presentano come alternativa all’arte delle accademie, uscendo all’aria aperta (en plein air), e che nei loro quadri penetrano con pennellate veloci nella vita quotidiana dell’epoca. Ma questo non è sufficiente a spiegare in cosa tangibilmente consista la loro vera innovazione. Per non parlare poi del fatto che spesso il tardo Ottocento sembra in alcune lezioni ridursi solo all’Impressionismo, facendo perdere così ogni costruttivo confronto fra le varie maniere pittoriche: infatti anche altri stili, certo magari meno innovativi, producevano contemporaneamente altrettanto bravi e solidi artisti.

Sfortunatamente, nel proporvi le raffigurazioni della Cattedrale di Rouen non ho trovato veri dipinti. Quello che si avvicina di più alla pittura, è l’acquarello che vedete all’inizio del post, nella prima immagine. È datato 1831, e nel tratto chiaro e di gusto romantico ci attesta, nonostante l’irrimediabile differenza fra tecniche pittoriche, quale poteva essere un modello e uno stile già disponibile agli impressionisti. Eppure loro non hanno preso questa strada.

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Auguste Lepère (1849-1918), Facciata della Cattedrale di Rouen, xilografia.

La seconda immagine è un lavoro a stampa. Non ho disponibile la data, ma già l’arco di vita dell’autore ci indica che quest’ultimo è un pieno contemporaneo di Monet. Un uomo del suo stesso tempo, ma specializzato in incisione, e che ha prodotto una bella e piuttosto dettagliata immagine di quella stessa cattedrale che Monet, al contrario, raffigurerà dipingendo cosi sfocata.

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William Henry Goodyear, Interno della Cattedrale di Rouen, forografia, 1903.

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William Henry Goodyear, Interno della Cattedrale di Rouen, fotografia, 1910.

Una sfocatezza che si pone agli antipodi di ciò che avviene nelle due foto qui sopra, dove dovremmo raggiungere il cosiddetto massimo della fedeltà e della definizione, secondo quella banale vulgata che vorrebbe la fotografia restituire una perfetta copia della realtà. Non dimentichiamo infatti che la fotografia, proprio su quel finire del secolo in cui Monet dipingerà la serie di quadri sulla Cattedrale, è ormai uscita dalla sua fase pionieristica. Ma è ancora in bianco e nero, se vogliamo escludere i tentativi di colorazione a mano.

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Muirhead Bone, Chiaro di luna alla Cattedrale di Rouen, disegno, 1918.

L’ultima immagine, invece, è anche la più tarda di quelle che vi propongo. Un disegno fatto da un militare britannico di transito a Rouen, quando la città durante la Prima Guerra Mondiale era una delle sedi logistiche dell’esercito inglese in Francia. Uno schizzo veloce, fatto con chissà quale stato d’animo, e che presenta un altro ed ennesimo modo di rappresentare questa chiesa.

Ora possiamo dire di aver girato in lungo e largo intorno alla Cattedrale di Rouen, ai vari modi di raffigurarla: adesso abbiamo un parziale metro di paragone con cui “giudicare” a breve Monet. Ieri, però, abbiamo visto pure come quest’opera degli uomini ha rischiato di essere distrutta proprio per mano degli stessi uomini. Direte: è la stupidità della guerra.

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Per finire: Torre di S. Romano, 1944. Un po’ differente da come appariva nelle figure di prima, vero? Fonte: Bundesarchiv, Bild 146-1984-035-10A / CC-BY-SA

Ma quest’ultima affermazione, almeno in parte, è una menzogna: la guerra purtroppo non è mai stupida. Anzi, è razionale fino al punto di strumentalizzare tutte le risorse dell’ingegno umano al fine di ottenere la supremazia e l’annientamento del nemico. Abbiamo visto in passato le risorse di intere nazioni volte alla distruzione dei propri confinanti, mentre un’abile propaganda faceva illudere il “popolo” che i propri malanni venissero da oltre confine. Quando invece bisognava ponderare maggiormente le proprie responsabilità nel male. Ma per oggi basta con il sermone.

Francesco ♠

#withsyria: la Siria e la guerra che continua

Quando ho visto apparire la Siria sui telegiornali era 3 anni fa, durante la Primavera Araba. All’inizio le notizie parlavano di proteste contro il regime di Assad, che si svolgevano per lo più durante i giorni di preghiera. Poi, più le forze governative siriane tentavano la repressione violenta del dissenso, più le fazioni ribelli si organizzavano e radicalizzavano. Perché quando gli spazi della democrazia cessano di esistere, i violenti prendono il sopravvento: un pacifico democratico non vale in guerra quanto un jihadista pronto a morire.

Nel mentre le grandi potenze internazionali, quelle che siedono al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, non trovavano una soluzione. La Siria ha il suo porco posto nello scacchiere globale, quindi le cose non possono essere semplici: specie quando la Russia mantiene una base nel Mediterraneo proprio in territorio siriano.

Ora sono passati 3 lunghi anni: una terra dilaniata, migliaia di profughi e morti. Soprattutto famiglie distrutte e vittime innumerevoli fra bambini e adolescenti.

Vite ancora da vivere, come quelle di ragazzi e ragazze, sono spezzate o piegate. Accartocciate. Riusciamo noi da qui, dall’Italia, a sentire che rumore fanno le loro speranze e illusioni che crollano? Credo che nessuno di noi abbia un udito così fine.

Noi spesso, quando scriviamo, dimentichiamo dove siamo nati. Non abbiamo avuto la preoccupazione di evitare di essere coinvolti in un conflitto a fuoco, o che un nostro familiare venisse rapito, torturato e ucciso. La carestia non l’abbiamo conosciuta, le cure mediche erano accessibili. E infine abbiamo potuto ricevere un’educazione, ovvero quella cosa per cui spesso ci illudiamo di avere qualche importanza su questa terra.

Invece ci sono parti del mondo dove a chi nasce il futuro è negato a priori. Posti dove crescere equivale a sopravvivere, sempre se ce la fai. Ne cito due ultimamente tornati recenti, il Sud Sudan e la Repubblica Centrafricana. Ma sapete che ce ne sono innumerevoli, tra cui anche alcune zone della nostra stessa Italia.

Cerchiamo di fare tutto quel che possiamo, almeno nelle nostre coscienze.

Francesco ♠

Un ultimo appello: vorrei richiamare alla memoria anche Padre Dall’Oglio, il gesuita italiano da mesi scomparso in Siria.

La struggente sequenza animata è ispirata allo street artist Banksy e al film Il palloncino rosso.