Nostalgia di un amore

william-maw-egley-shalott

William Maw Egley, La Signora di Shalott, 1856. Fonte immagine: Wikimedia Commons.

“Era proprio al tempo
in cui si odia l’infelicità;
si era adornato
il bosco ed un bel vestito
aveva indossato incontro all’estate […].
Un mattino, sul presto,
poiché non riusciva per le sue pene
né a dormire né a restare distesa,
la signora si alzò.
Nella sua afflizione lei andò allora
dove, sopra le mura del castello,
era costruita una loggia;
lì si reco da sola.
Stette ad una finestra,
come fanno spesso le donne prese dalla nostalgia,
quando l’amore causa dolore;
bisogna vederle quando sono così afflitte.
Così era successo a lei.
La sua mano bianca ben fatta
appoggiò sulla guancia
ed ascoltò il canto degli uccelli.” (vv. 1686-1712)

Da: Anonimo tedesco del XII-XIII secolo, Moriz von Craûn, traduzione di A. Palermo.

Annunci

Onore, uomini e bestie ai tempi dei cavalier cortesi

Miniatura dal Codex Manesse, rappresentante il poeta e cavaliere Hartmann von Aue. Fonte: Wikimedia Commons.

“Colui che è spinto dal suo animo
a compiere volentieri azioni buone,
è destinato a riuscire.
Invece oggi ci sono molti uomini
nel mondo, che io vedo
vivere senza onore, come bestie.
Che scopo ha vivere, per un uomo così?
Costui sperpera vanamente
la grazia e l’aiuto
che Dio ha dato al mondo”. (vv. 123-132)

Da: Anonimo tedesco del XII-XIII secolo, Moriz von Craûn, traduzione di A. Palermo.

Alfons Mucha – Manifesto per l’Amleto di Sarah Bernhardt

Alfons Mucha, Manifesto per l’Amleto di Sarah Bernhardt, 1899. Fonte immagine: Wikimedia Commons.

Dalla fotografia di ieri, dal bianco e nero, al colore – e al calore – della stampa in stile art nouveau di Mucha. Il soggetto è lo stesso, ma tra la foto e la stampa passa un fiume: in un alternarsi di tonalità di colore, Mucha costruisce un’intera architettura di riquadri e forme, di vignette che si mettono immediatamente in relazione con la figura slanciata della Bernhardt nei panni di Amleto. E pensare che questa non è altro che pubblicità per uno spettacolo!

Sulla morte di Umberto Eco

Qualche minuto fa ho appreso della morte di Umberto Eco dalla televisione.

Lascio ad altri l’ingrato compito di descrivere, punto per punto, chi era e cosa ha fatto: senza falsa modestia, non ne sarei davvero capace.

L’unica cosa che so, e che mi sento di scrivere, è che con lui se ne va un uomo poliedrico e dai mille interessi, animato da una curiosità senza pregiudizi verso tutto ciò che, all’interno di una società, può essere considerato cultura: dalla televisione ed i fumetti alla letteratura e la filosofia. All’interno dell’ambiente intellettuale italiano, e forse anche internazionale, sono state e rimangono rare le figure come quella di Eco: persone che, senza farsi fermare da categorie fisse ed univoche, le attraversano ed oltrepassano – e lui, con un merito mai troppo grande, lo ha fatto spesso giocando. Non aveva quindi paura di attraversare la cultura che altri dicevano “bassa”, perché sapeva che comunque, nel gran gioco dell’umanità, anch’essa era cultura.

Inoltre, con lui se ne va uno degli ultimi intellettuali “italiani”: dove l’aggettivo che uso non nasconde nessun bigotto ed odioso nazionalismo, ma il semplice ricordo di una prospettiva culturale capace di parlare al resto del mondo, con originalità e alla pari. Infatti Eco, nella sua saggia e vivace attenzione per la contemporaneità, non dimenticava mai ciò che di buono, nel tempo, aveva offerto la nostra tradizione umanistica.

Oggi il panorama della cultura italiana, già spesso insidiato e compromesso da più punti di vista, perde una voce insostituibile.

Francesco

Aggiunta: ecco il breve passaggio di una intervista ad Eco che ho visto su Twitter.

“Ho il sospetto che [il senso dell’umorismo] sia collegato al fatto che siamo tra i soli animali che sanno che devono morire. Gli altri animali non lo sanno. Lo capiscono solo improvvisamente, nel momento in cui muoiono. […] Penso che la commedia sia la quintessenziale reazione umana alla paura della morte. Se lei mi chiedesse qualcosa di più, non potrei dire. Ma forse potrei creare un segreto fittizio ora, e lasciar pensare a tutti che io abbia una teoria sulla commedia tra i mie lavori, cosicché quando sarò morto sciuperanno molto tempo nel tentativo di ritrovare il mio libro segreto”. (Umberto Eco, traduzione mia dall’intervista in inglese)

John Milton – Canzone su una mattina di Maggio

John Constable, La cattedrale di Salisbury vista dal Giardino del vescovo, 1826.

John Constable, La cattedrale di Salisbury vista dal Giardino del vescovo, 1826.

Concludo oggi le celebrazioni per il Maggio, che purtroppo non sono andate come previsto a causa di miei vari malesseri sia “spirituali” che fisici – i quali mi hanno costretto, in questi ultimi tempi, a proporvi molte meno cose di quante ne avrei voluto. Per chiudere però la fine di un mese che auguro di cuore esservi comunque stato sorridente e lieto, vorrei salutare decorosamente il Maggio con una poesia giovanile di John Milton pubblicata intorno al 1646.

SONG ON MAY MORNING – CANZONE SUL SORGERE DEL MAGGIO (1646 c.)

Now the bright morning Star, Dayes harbinger,

Ora la brillante Stella del Mattino, del Giorno annunciatrice,

Comes dancing from the East, and leads with her

Viene danzando da Oriente, e porta con sé

The Flowry May, who from her green lap throws

Maggio in Fiore, che getta dal di lei¹ verde grembo

The yellow Cowslip, and the pale Primrose.

la gialla Primula, e il pallido fiore di Primavera².

Hail bounteous May that dost inspire

Salute a te Maggio, che generosa ispiri

Mirth and youth, and warm desire,

Gioia e giovinezza, e caldo desiderio,

Woods and Groves, are of thy dressing,

Alberi e Boschi, sono il tuo abito,

Hill and Dale, doth boast thy blessing.

Collina e Valle, vantano la tua benedizione.

Thus we salute thee with our early Song,

Perciò ti salutiamo con la nostra Canzone mattutina,

And welcom thee, and wish thee long.

E ti diamo il benvenuto, e che possa tu rimanere a lungo.

E che davvero il sentimento di fioritura del Maggio possa accompagnarvi ben oltre la fine di questo mese.

Francesco ♠

¹ Milton personifica il Maggio in una donna. Per chiarirlo nella traduzione italiana, ho perciò usato “di lei” piuttosto dell’ambiguo “suo”.

² Cowslip e Primrose sono entrambe delle primule. Essendo però il nome primula coniato proprio ad indicare i primi fiori primaverili che si schiudono all’inizio della stagione, per evitare la ripetizione ho quindi per questo tradotto “fiore di Primavera”.

Nota: testo tratto da The poetical works of John Milton (Gutenberg Project), traduzione alla mano del sottoscritto.

John Collier – Il Maggio della regina Ginevra: bianco nuziale fra riti pagani e cristiani

Immagine

John_Collier_Queen_Guinevre's_Maying

John Collier, Festa per il giorno di Maggio della regina Ginevra, 1900. Con un ritardo di cui mi scuso, prima che il Maggio finisca proseguiamo con le nostre celebrazioni primaverili. Ispirata alla vicenda arturiana, eccovi un’immagine della regina Ginevra che celebra il Primo Maggio, che ancora prima d’essere festa dei lavoratori, è stata la festa pagana per il ritorno della primavera – detta anche Calendimaggio, e legata nei paesi nordici alla notte di Valpurga. La consorte di Artù in questo momento non è solo regina di Camelot, ma è raffigurata nelle sue vesti fiorite di regina del Maggio: è simbolo, candido e tangibile agli occhi, della rinascita della Natura, e dell’inizio di un nuovo ciclo nel perpetuarsi dell’eternità. La dissoluzione del suo mondo mitico, come della stessa corte di Artù anche a causa del suo tradimento coniugale, dovranno avvenire: ma non ora, non in questo attimo e fra questi petali.

Francesco Landini – Ecco la Primavera: in questo vago tempo ogni cosa ha vaghezza

Cominciano oggi, un po’ in ritardo rispetto alle intenzioni, le mie personali celebrazioni per il mese di Maggio. Un tempo simbolico, intrecciato a petali di rose e all’amore: sia sacro, come quello che il culto cristiano riserva alla Madonna, sia profano, come risveglio di sensazioni pagane e terrene.

Iniziamo oggi con una ballata di Francesco Landini, compositore e musicista del Trecento italiano. Il testo è il migliore che ho potuto trovare in rete (lo dico per i filologi), non avendo ora sotto mano il libretto del cd dove ho la registrazione di questa musica. In ogni caso, la versione che possiedo è quella incisa dallo storico Early Music Consort, la stessa che potrete apprezzare ascoltando il brano con cui si apre il post.

La versione che invece vi propongo per seconda è del Waverly Consort (stando a ciò che è nella descrizione del brano su YouTube), e rispetto alla prima presenta un’accentuata essenzialità vocale, con una riduzione al minimo dell’intervento degli strumenti: la ballata è resa soprattutto dal calore delle voci femminili, scandite vagamente dal soffio di un tintinnio, fino ad arrivare per accumulo al finale, intregrando infine l’irruenza di strumenti e voci maschili. È il Trionfo della Primavera.

“Ecco la primavera

che ‘l cor fa rallegrare;

temp’è da ‘nnamorare

e star con lieta cera.

No’ vegiam l’aria e ‘l tempo

che pur chiama allegreza;

in questo vago tempo

ogni cosa ha vagheza.

L’erbe con gran frescheza

e fiori copron prati

e gli alberi adornati

sono in simil manera.”

Nota: se qualche grammatico ortodosso fra voi sta piangendo per quelle “z” orfane della loro compagna, ricordo che la stabilizzazione delle doppie e della grafia è qualcosa di più tardo del Trecento. 😉