A proposito di gente con un teschio fra le mani: Amleto!

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Foto dell’attrice Sarah Bernhardt nelle vesti di Amleto, 1899. Ed ecco il famoso principe di Danimarca. Nell’età del tardo Rinascimento e del Barocco, non è un caso che anche Shakespeare rifletta sulla vanità e sul senso dell’esistenza attraverso un teschio, proprio come quasi contemporaneamente si facesse nei Paesi Bassi. La foto dell’Ottocento ritrae quella Sarah Bernhardt immortalata in alcuni celebri manifesti da Alfons Mucha. Fonte immagine: Wikimedia Commons.

Frans Hals – Giovane uomo con teschio (Vanitas)

Frans Hals, Giovane uomo con teschio (Vanitas), 1626-28. Fonte immagine: Wikimedia Commons.

“Io ho veduto tutto ciò che si fa sotto il sole; ed ecco tutto è vanità e un correr dietro al vento” (Ecclesiaste, 1:14). Come promesso, eccovi una dimostrazione plastica dell’affinità fra Ensor e la propria tradizione fiamminga ed olandese. Questo quadro mi è tornato in mente proprio rivedendo quello di ieri: se avevate fatto caso, in mezzo alle maschere e ai teschi raffigurati nella tela alle spalle di Ensor, emergeva sbuffante una piuma rossa. Nel quadro di oggi, questo di Hals, non solo quindi ritorna il simbolo del teschio, ma per una coincidenza anche una evidente piuma rossa. Ed è proprio quest’ultima, curiosamente, a rivelarci ancora una sintonia fra Ensor e la pittura tradizionale dei Paesi Bassi: perché quella piuma ci rivela come pure il personaggio raffigurato nel dipinto di Hals sia a sua volta una “maschera” allegorica, proprio come avveniva nel simbolismo ensoriano.

Il quadro rappresenta un giovane, ma osserviamo i suoi abiti: anche a distanza di secoli, possiamo dire che probabilmente non sono le sue vesti quotidiane, quelle con cui affronta la vita di tutti i giorni. Anzi, tutto il contrario: mantello, cappello e piuma sembrano appartenere ad un costume di scena. È mia opinione infatti che Hals abbia fatto travestire il soggetto di questo dipinto, secondo un’usanza teatrale che massicciamente adopera anche Rembrandt: il grande mantello copre la maggior parte del suo corpo, lasciando in evidenza solamente il gesto del braccio, il volto ed un cappello reso vistoso sia dal colore, sia da una estesa e folta piuma – la stessa che rossastra sprizzava, come dicevamo, in mezzo a maschere e teschi nel dipinto di ieri su Ensor. E nella mano, poi, un teschio: il classico simbolo di quella vanità umana di cui parla il libro biblico dell’Ecclesiaste, e che è anche il secondo titolo del dipinto di Hals (Vanitas, vanità).

Il giovane diviene perciò una maschera dell’allegoria dell’esistere. Si sintetizzano due opposti: l’apertura alla vita della giovinezza, e la sua estrema chiusura nella morte. Al giovane viene dato perciò un avvertimento: potrai renderti bello, metterti un vistoso cappello rosso e adornarlo con una sfavillante piuma, ma il cranio umano di un tuo simile che tieni per la mani, quest’ultimo t’avverte che le energie che spenderai nell’arco della tua esistenza conosceranno un’inevitabile conclusione. Cosa quindi vorrai farne, le vorrai spendere dietro a ciò che è transitorio, o a ciò che è eterno?

Il vento della vanità soffia forte all’interno della vita di ognuno, anche senza che ci sia un simpaticissimo teschio a ricordarcelo. Ci sono tante cose che ci trascinano da una parte e dall’altra, e che eppure ci danno poco o sembrano, nella loro vuotezza (sinonimo di vanità), svuotarci da ciò che conta. In una vita quindi che può apparire troppo seria, forse è il momento di tornare a giocare al teatro, ed in questa commedia occorre mascherarsi come in questo quadro, per farci tornare in mente le meraviglie, anche piccole, da cui ci allontaniamo. In un gioco del genere, paradossalmente anche tenere un macabro teschio per le mani (come Amleto) può diventare qualcosa di positivo, ed essere un metro con cui giudicare quanto tempo si perde dietro a tante o troppe sciocchezze.

E nella nostra vicenda umana, l’amore sincero non è certo l’ultima di quelle meraviglie, soprattutto quando è rivolto alle persone che abbiamo vicine, con cui condividiamo la nostra storia, e che sono le uniche ad arricchirci nella nostra vita su questa terra. “Godi la vita con la moglie¹ che ami, durante tutti i giorni della vita della tua vanità, che Dio t’ha data sotto il sole per tutto il tempo della tua vanità; poiché questa è la tua parte nella vita, in mezzo a tutta la fatica che sopporti sotto il sole” (Ecclesiaste, 9:9).

Francesco

¹ Ovviamente il testo biblico risente di un’ottica maschile, ma credo si possa comprendere che il discorso può essere rivolto a tutti e a tutte. Ed anche se non si è sposati “ufficialmente”. 😉

Quoque tu WordPress

Ovvero, per chi non sapesse il latino, “anche tu WordPress”. Un po’ come si dice Cesare abbia detto a Bruto prima di essere assassinato.

Stanotte me ne sono andato infatti a letto tranquillo che il post che vi avevo promesso ieri, sarebbe stato pubblicato come programmato stamattina.

E invece no. Vado a vedere: niente. Sniff e ahimé, sono stato tradito e colpito alle spalle. Però visto che una promessa è una promessa, e ne va del mio onore, rimedio ora. 😉

Francesco

Henry De Groux: ritratto di James Ensor

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Henry De Groux, James Ensor, 1907. De Groux sembra quasi voler rappresentare Ensor nella posa di un sovrano o di un sommo sacerdote, con in mano una bacchetta che si potrebbe facilmente scambiare per uno scettro o un bastone di Asclepio. Alle spalle del pittore belga spiccano, su quella che sembrerebbe essere una tela, quegli elementi singolari e grotteschi che caratterizzano la pittura di Ensor: una maschera umanoide, e teschi incerti nel loro essere o maschere o macabre realtà. Vi invito a riguardare L’entrata di Cristo in Brussels: e rivedrete sia maschere deformi, sia anche una specificatamente a forma di cranio. Nonostante Ensor sia belga, il teschio è in più immagine ricorrente e tradizionale della pittura olandese del Secolo d’Oro, a simboleggiare la vanità delle occupazioni terrene e più in generale il rapporto, a volte anche tragicomico, con la nostra vicenda umana. Quella piuma rossa, che emerge dal gruppo di teschi e maschere, proprio ora mi ha fatto venir in mente un quadro che fa al caso nostro, e che vi posto domani. Fonte immagine: Wikimedia Commons.

Entrata ed oltraggio di Cristo in Belgio: Ensor e De Groux

James Ensor, L’entrata di Cristo a Brussels nel 1889, 1888-89. Fonte immagine: Wikimedia Commons.

Per una serie di coincidenze, in quest’ultima settimana mi sono capitati sott’occhio questi due quadri, entrambi opera di due artisti belgi. I due pittori, James Ensor ed Henry De Groux, non solo furono coevi, ma parteciparono anche entrambi a Les XX (Les Vingt, I Venti), un circolo artistico ed intellettuale belga nato in opposizione ai canali ufficiali di promozione artistica.

Il quadro di Ensor è una perfida parodia: in prima battuta della società belga del tempo, e in secondo luogo di ogni società umana. Il pittore raffigura Cristo accolto da un’atmosfera carnascialesca e cialtrona che risente decisamente delle tradizionali feste popolari belghe, le quali tra l’altro godono già di altre rappresentazioni nella pittura fiamminga. Gesù, sul dorso di un asino, è al centro della scena: ma è quasi invisibile, sommerso da questa variopinta coltre umana che gli rende un omaggio ipocrita.

Sembrerebbe non solo che Cristo non sia riuscito a scacciare i mercanti dal tempio, ma che siano invece quest’ultimi ad aver vinto. Che alla sua entrata a Brussels sia data un’accoglienza buffonesca, denota tutta l’insofferenza quotidiana, se non anche l’aperta derisione, che la maggior parte delle persone, nell’affannosa ricerca di onori e piaceri, riserva a ciò può apparire come alto, spirituale o ideale. Le stesse maschere che molti indossano sono figurazioni plastiche della comune ipocrisia che vena le relazioni umane.

Henry De Groux, Cristo oltraggiato, 1889. Fonte immagine: Wikimedia Commons.

Ugualmente nel quadro di De Groux abbiamo un Cristo assediato da una folla: uomini, donne e bambini tendono le braccia ad offendere, si muovono convulsamente andandosi ad accalcare noncuranti gli uni sugli altri. Da un lato abbiamo l’insanguinata figura umana di Gesù che, ritraendo la gamba, sembra cedere; dall’altra, colta sul punto di travolgerlo, una violenta, torbida tempesta di corpi umani carichi di disprezzo.

Ensor riesce a cogliere con il suo sarcasmo la miseria della società umana nell’accogliere e strumentalizzare ipocritamente ciò che dovrebbe salvarla. Il quadro di De Groux invece vive tutto nella violenza, nella rabbia nera e cieca, che spesso la folla nutre verso il fragile e il debole.

Francesco

Postilla: Un ringraziamento speciale a DemoisElle per essere stata curiosa fautrice di questo post. 🙂

Gustav Klimt – Danae

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Gustav Klimt, Danae, 1907. Dopo la versione rinascimentale del mito di Danae, non poteva mancare, quasi fosse un obbligo, quella moderna di Gustav Klimt. Nell’opera di Mabuse, Danae era proiettata al centro della scena dal circostante colonnato classico; qui, invece, tutta la dimensione del quadro coincide con il suo corpo rannicchiato e nudo. Il dipinto vive interamente di questa ragazza, ne percorre l’intimità sorvolandone il viso preso fra il sogno e la carnalità. Intorno, convergono su di lei la massa dei suoi stessi capelli, il velo decorato e infine la pioggia d’oro, tutti elementi che sembrano volerla stringere in un abbraccio. In risposta, la sua mano cerca di avvinghiare con forza quelle briciole di desiderio che paiono sfuggire dal suo sogno. Fonte immagine: Wikimedia Commons.

Jan Gossaert detto Mabuse – Danae

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Jan Gossaert detto Mabuse, Danae, 1527. Per alcuni, in questo quadro c’è un insegnamento morale: non compromettere la propria innocenza davanti alla tentazione della ricchezza. Il pittore di quest’opera è nordeuropeo, ma nel suo dipinto salda la propria tradizione, visibile nei tratti stupiti e sinceri della ragazza, alla lezione rinascimentale italiana. Intorno all’evento culmine del mito di Danae, cioè la sua fecondazione tramite un Zeus trasformatosi in pioggia aurea, il Mabuse costruisce una intera architettura a custodire il momento, lasciando però libero l’occhio indiscreto dello spettatore. È come quindi se il colonnato, di chiaro stile classico e italiano, incorniciasse tutta la narrazione in una vignetta, la cui profondità è ancor più aumentata dal panorama maestoso di una città immaginaria. Fonte immagine: Wikimedia Commons.