Francesco Landini – Ecco la Primavera: in questo vago tempo ogni cosa ha vaghezza

Cominciano oggi, un po’ in ritardo rispetto alle intenzioni, le mie personali celebrazioni per il mese di Maggio. Un tempo simbolico, intrecciato a petali di rose e all’amore: sia sacro, come quello che il culto cristiano riserva alla Madonna, sia profano, come risveglio di sensazioni pagane e terrene.

Iniziamo oggi con una ballata di Francesco Landini, compositore e musicista del Trecento italiano. Il testo è il migliore che ho potuto trovare in rete (lo dico per i filologi), non avendo ora sotto mano il libretto del cd dove ho la registrazione di questa musica. In ogni caso, la versione che possiedo è quella incisa dallo storico Early Music Consort, la stessa che potrete apprezzare ascoltando il brano con cui si apre il post.

La versione che invece vi propongo per seconda è del Waverly Consort (stando a ciò che è nella descrizione del brano su YouTube), e rispetto alla prima presenta un’accentuata essenzialità vocale, con una riduzione al minimo dell’intervento degli strumenti: la ballata è resa soprattutto dal calore delle voci femminili, scandite vagamente dal soffio di un tintinnio, fino ad arrivare per accumulo al finale, intregrando infine l’irruenza di strumenti e voci maschili. È il Trionfo della Primavera.

“Ecco la primavera

che ‘l cor fa rallegrare;

temp’è da ‘nnamorare

e star con lieta cera.

No’ vegiam l’aria e ‘l tempo

che pur chiama allegreza;

in questo vago tempo

ogni cosa ha vagheza.

L’erbe con gran frescheza

e fiori copron prati

e gli alberi adornati

sono in simil manera.”

Nota: se qualche grammatico ortodosso fra voi sta piangendo per quelle “z” orfane della loro compagna, ricordo che la stabilizzazione delle doppie e della grafia è qualcosa di più tardo del Trecento. 😉

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Tra medioevo, musica ed intolleranza: i Sefarditi di Spagna

Iniziamo la settimana con un viaggio ai margini della storia, della poesia in musica e dell’intolleranza religiosa.

Dal tramonto di oggi cade la Pasqua ebraica, Pesach, la festività che segna la liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù dei Faraoni egiziani. È proprio per festeggiare Pesach che Gesù Cristo, pochi giorni prima della sua crocifissione, si reca in Gerusalemme ed è accolto dalle Palme dei suoi fedeli – questo per chi crede nel cristianesimo. Sotto più aspetti, oggi mi pare quindi una buona occasione per condividere con voi questo brano appartenente alla tradizione musicale dell’ebraismo sefardita. Il testo dovrebbe essere del filosofo, teologo e poeta Yehuda ha-Levi.

La lingua in cui è scritto e cantato è il ladino, forse detto più precisamente giudeo-spagnolo – in modo da non creare confusioni con il ladino del Nord Italia, che non c’entra assolutamente niente con l’ebraismo. Mentre a molti è forse noto l’yiddish, che può essere per certi versi definito come una “versione” ebraica del tedesco, il ladino è invece un vero calderone di trame linguistiche romanze (ovvero derivate dal latino, come spagnolo, catalano, portoghese..) mischiate al lessico religioso ebreo-aramaico, il tutto poi miscelato per ragioni storiche persino con il turco e l’arabo.

Assieme agli Aschenaziti e al loro yiddish, i Sefarditi infatti sono una delle due grandi tradizioni classiche dell’ebraismo. Mentre con il nome dei primi si indicano storicamente gli appartenenti alle comunità ebraiche del Nord Europa e dell’Europa Centrale ed Orientale, “Sefarditi” indica invece gli ebrei delle comunità che esistettero nella penisola iberica per tutto il medioevo.

Dico “esistettero” perché, tramite un atto che può essere storicamente comprensibile ma modernamente ingiustificabile, nel 1492 – lo stesso anno della scoperta dell’America – gli ebrei delle comunità spagnole furono espulsi dai Re Cattolici Ferdinando ed Isabella – gli stessi che appunto finanziarono Cristoforo Colombo, esatto.

Nel 1492 veniva infatti completata anche la cosiddetta Reconquista, ovvero la riunificazione della Spagna da parte dei regni cristiani contro quelli islamici. Naturalmente, si poneva perciò il problema di come integrare le comunità di religione differente dal cristianesimo, ovvero islamici e nel nostro caso gli ebrei. Alla faccia della nostra moderna tolleranza, fu scelta la soluzione drastica. Venne quindi dato agli ebrei un comodissimo tempo di tre o quattro mesi per sloggiare baracca e burattini e andarsene dove loro paresse adatto – naturalmente purché fuori dalla Spagna.

Già è complicato in tre mesi abbandonare la propria casa, il proprio lavoro e trasferirsi in un’altra nazione oggi, figuratevi nel XV secolo. Chi fra gli ebrei dopo questi pochi mesi fosse poi rimasto nelle felici terre dei Re Cattolici, o si convertiva al cristianesimo o si convertiva alla morte.

A completare il quadro, nel 1496 anche i regnanti in Portogallo, legati alle corone di Spagna, adottarono misure analoghe. Iniziò così la dispersione in lungo e largo di queste famiglie spagnole e portoghesi, che trovarono rifugio o presso altre comunità europee – per esempio in Olanda, il filosofo Baruch Spinoza era discendente di questi esiliati – o anche sotto l’Impero dei Turchi Ottomani – in zone come la Grecia o la Turchia (da qui le tracce di lingua turca nel ladino).

Con l’espulsione del 1492, anche se molti non-ebrei poterono impossessarsi dei beni svenduti in fretta e furia dei sefarditi in fuga (a volte persino trucidandoli), i regni di Castiglia ed Aragona perdettero un ceto che non solo generava ricchezza tramite i commerci e la produzione artigianale, ma anche fondante per la stessa cultura spagnola ed europea: molte traduzioni di testi arabi essenziali per lo sviluppo del pensiero occidentale, li dobbiamo infatti alla mediazione e alla traduzione degli ebrei sefarditi.

In una parola, tutta la penisola iberica venne impoverita sotto più aspetti. Inoltre, sempre intorno al periodo di questa espulsione, in Spagna ebbe inizio un periodo di autentica paranoia incentrato sulla nozione di limpieza de sangre – la “purezza di sangue” – destinato a durare per circa i due secoli successivi, e in alcune sue forme fino al XIX secolo.

Gli editti dei re iberici avevano di fatto costretto islamici ed ebrei spagnoli alla conversione forzata al cristianesimo, cosicchè molti di questi aderirono solo nominalmente alla fede cristiana, per conservare la loro vita, i loro beni e le loro posizioni sociali. Quest’ultima cosa, vedere dei cosiddetti “falsi” cristiani mantenere la loro eventuale ricchezza, fece però venire la bava alla bocca a chi ne era per vari motivi geloso. Supportati dagli strumenti dell’Inquisizione cattolica, si cominciarono a scartabellare gli alberi genealogici, dando così avvio ad una campagna di restrizioni pubbliche per chi non fosse di pura ascendenza cristiana.

Mentre da una parte si dava “inizio” all’era moderna con la scoperta dell’America, nel 1492 si consumò così anche una triste lezione di intolleranza, per certi aspetti altrettanto moderna. Una pagina nera come solo la storia dell’Umanità è capace di offrirne, in cui il potere politico si giustifica attraverso la religione ed impone con la forza un determinato ordine sociale.

Ma questa lezione non serve solo a metterci in guardia dagli intrecci fra gerarchie religiose e politica, ma anche da tutti coloro che vogliono far credere che nelle nazioni esista una sola comunità monolitica – il popolo, unito, compatto ed indifferenziato come l’immondizia di Malagrotta.

In realtà esistono sempre più comunità e più identità che coabitano fra loro, e chi crede ancora alle gentili fiabe di popoli e popolani se ne faccia una ragione.

Francesco ♠

Nota: cinematograficamente parlando, il tema della limpieza de sangre appare per esempio nei film Alatriste e L’ultimo inquisitore (Goya’s Ghosts).

Carl Orff – Carmina Burana “Fortune plango vulnera”: ovvero la seconda parte (sfigata) di “O Fortuna”

Alzi fra voi la mano chi non ha sentito almeno una volta il celeberrimo e sputtanatissimo brano O Fortuna. Fatto? Dai, che l’avrete messo sicuramente in qualche circostanza in cui facevate i dementi o prima di un esame – le due cose non si escludono, tra l’altro.

Bene, questo è il “seguito”.

Mentre infatti parlavo di cattedrali gotiche e indulgevo in tirate misticheggianti, mi è venuta voglia di sentire qualcosa di musicale che mi accompagnasse adeguatamente. Ecco a voi Fortune plango vulnera, ovvero Piango le ferite della Fortuna. È la seconda parte della sequenza iniziale, dedicata per l’appunto alla Fortuna, dei Carmina Burana di Carl Orff (i “canti di Bura“, dal luogo di provenienza del manoscritto che contiene i testi). Scherzosamente, definisco questa parte “sfigata” rispetto all’estrema notorietà della prima, O Fortuna.

Perché questo brano in realtà di sfigato ha ben poco, anche se per taluni aspetti proprio di “sfiga” parli. O Fortuna e Fortune plango vulnera, i primi due brani dei Carmina Burana da ascoltare assieme, appartengono infatti come detto ad una sequenza dal significativo nome di Fortuna Imperatrix Mundi (Fortuna Imperatrice del Mondo). Entrambi costituiscono così una riflessione sulla caducità e i tradimenti della Fortuna nei confronti degli uomini.

Proprio quella che prosaicamente, in perfetto gergo tecnico-scientifico, può quindi essere definita pure come: la sfiga. Oppure anche: la Luna Nera (courtesy by La Zingara).

Purtroppo non ho occasione di tradurvi dal latino i due brani con sufficiente esattezza, ma questo estratto da Fortune plango vulnera basti per darvi un’idea:

“La ruota della fortuna gira:

ne discendo diminuito;

un altro è portato in alto;

esaltato oltre misura.

——————————

Un re siede alla sommità

– che tema la rovina! –

perché intorno al mozzo della ruota

leggiamo: Ecuba Regina! (x2)”

[minuti 1:47-2:30 del brano]

Ecuba è la moglie di Priamo, il re di Troia. Quando i Greci prenderanno la città, da regina diverrà schiava: il marito morto, i suoi figli uccisi, le sue figlie trofeo dei guerrieri achei. Nessuno scampa al proprio destino. O no?

Nota: traduzione mia e rigorosamente ad occhio, basata sul testo disponibile su Wikisource – dove troverete tutti i testi dei Carmina Burana, se avete il coraggio di cantarli a squarciagola in momenti di dubbia sanità mentale. Per una traduzione inglese dei due brani, su YouTube: O Fortuna e Fortune plango vulnera.