Carl Orff – Carmina Burana “Fortune plango vulnera”: ovvero la seconda parte (sfigata) di “O Fortuna”

Alzi fra voi la mano chi non ha sentito almeno una volta il celeberrimo e sputtanatissimo brano O Fortuna. Fatto? Dai, che l’avrete messo sicuramente in qualche circostanza in cui facevate i dementi o prima di un esame – le due cose non si escludono, tra l’altro.

Bene, questo è il “seguito”.

Mentre infatti parlavo di cattedrali gotiche e indulgevo in tirate misticheggianti, mi è venuta voglia di sentire qualcosa di musicale che mi accompagnasse adeguatamente. Ecco a voi Fortune plango vulnera, ovvero Piango le ferite della Fortuna. È la seconda parte della sequenza iniziale, dedicata per l’appunto alla Fortuna, dei Carmina Burana di Carl Orff (i “canti di Bura“, dal luogo di provenienza del manoscritto che contiene i testi). Scherzosamente, definisco questa parte “sfigata” rispetto all’estrema notorietà della prima, O Fortuna.

Perché questo brano in realtà di sfigato ha ben poco, anche se per taluni aspetti proprio di “sfiga” parli. O Fortuna e Fortune plango vulnera, i primi due brani dei Carmina Burana da ascoltare assieme, appartengono infatti come detto ad una sequenza dal significativo nome di Fortuna Imperatrix Mundi (Fortuna Imperatrice del Mondo). Entrambi costituiscono così una riflessione sulla caducità e i tradimenti della Fortuna nei confronti degli uomini.

Proprio quella che prosaicamente, in perfetto gergo tecnico-scientifico, può quindi essere definita pure come: la sfiga. Oppure anche: la Luna Nera (courtesy by La Zingara).

Purtroppo non ho occasione di tradurvi dal latino i due brani con sufficiente esattezza, ma questo estratto da Fortune plango vulnera basti per darvi un’idea:

“La ruota della fortuna gira:

ne discendo diminuito;

un altro è portato in alto;

esaltato oltre misura.

——————————

Un re siede alla sommità

– che tema la rovina! –

perché intorno al mozzo della ruota

leggiamo: Ecuba Regina! (x2)”

[minuti 1:47-2:30 del brano]

Ecuba è la moglie di Priamo, il re di Troia. Quando i Greci prenderanno la città, da regina diverrà schiava: il marito morto, i suoi figli uccisi, le sue figlie trofeo dei guerrieri achei. Nessuno scampa al proprio destino. O no?

Nota: traduzione mia e rigorosamente ad occhio, basata sul testo disponibile su Wikisource – dove troverete tutti i testi dei Carmina Burana, se avete il coraggio di cantarli a squarciagola in momenti di dubbia sanità mentale. Per una traduzione inglese dei due brani, su YouTube: O Fortuna e Fortune plango vulnera.

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Hiroshima Mon Amour – Ultravox

Video

Fra i tanti che purtroppo muoiono ogni giorno, ieri se ne è andato anche Alain Resnais, regista di Hiroshima Mon Amour e de L’anno scorso a Marienbad (quest’ultimo con la sceneggiatura di Alain Robbe-Grillet).

Un omaggio attraverso una canzone degli Ultravox tratta dall’album Ha!-Ha!-Ha!, uscito nel 1977 prima della svolta anni ’80 del gruppo sotto Midge Ure.

Padroni dei sogni

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Da “Blade Runner”. Chi ha visto il film, capirà. A chi non l’ha visto, non glielo posso spiegare senza fare spoiler. Quindi che aspettate? Correte a vederlo.

Nessuno è padrone dei propri sogni

Ci si presentano di soppiatto, nel sonno, e forse non è un caso che chi ricorda i propri sogni è proprio colui che ha il sonno leggero, che si sveglia per quei due o tre momenti necessari per ricordarsi e catturare così qualcuna delle sue apparizioni mentali.

Immagini, i sogni, che creano spazi apparentemente infiniti all’interno della nostra mente. A volte la stessa dimensione del sogno sembra voler fuoriuscire dal cranio, dilatarlo e trascinarlo verso una realtà senza né tempo né luogo.

Eppure nessuno è padrone dei propri sogni. Lo stesso imprevedibile destino che sembra governare casualmente la nostra veglia, governa i sogni. Improvvisi, inusitati, strani percorsi che s’intraprendono senza volerlo. Siamo alla mercé del Caso, così come quando camminiamo per strada.

Immagini e soprattutto frammenti delle nostre emozioni collassano gli uni sulle altre, combinandosi. È l’esasperazione di ciò che abbiamo vissuto e visto, non ci è data la creazione di un qualcosa che non abbiamo mai davvero veduto o conosciuto. L’unica libertà che abbiamo è nel cavalcare l’onda.

Ma “sogno” ha anche un’altra accezione consueta, quella di aspirazione. Sintomatico che per ciò di cui non abbiamo ancora un’idea precisa, ma fumosa, e da cui però ci aspettiamo del bene, parliamo di sogno. Modelliamo spesso una vita alla rincorsa di un sogno, di una sua realizzazione.

Ci sfugge che quel sogno, quel modello di vita, non continua ad essere altro che un riflesso di ciò che abbiamo assorbito, non ricordiamo quando non ricordiamo dove.

Siamo tutti dei Replicanti. Replichiamo i sogni di qualcun’altro, cercando disperatamente di confermarci che stiamo deragliando da qualcosa di prestabilito.

Francesco ♠