Jan Gossaert detto Mabuse – Danae

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Jan Gossaert detto Mabuse, Danae, 1527. Per alcuni, in questo quadro c’è un insegnamento morale: non compromettere la propria innocenza davanti alla tentazione della ricchezza. Il pittore di quest’opera è nordeuropeo, ma nel suo dipinto salda la propria tradizione, visibile nei tratti stupiti e sinceri della ragazza, alla lezione rinascimentale italiana. Intorno all’evento culmine del mito di Danae, cioè la sua fecondazione tramite un Zeus trasformatosi in pioggia aurea, il Mabuse costruisce una intera architettura a custodire il momento, lasciando però libero l’occhio indiscreto dello spettatore. È come quindi se il colonnato, di chiaro stile classico e italiano, incorniciasse tutta la narrazione in una vignetta, la cui profondità è ancor più aumentata dal panorama maestoso di una città immaginaria. Fonte immagine: Wikimedia Commons.

Pieter Brueghel il Vecchio – La Battaglia fra il Carnevale e la Quaresima

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Pieter Brueghel il Vecchio, Lotta fra Carnevale e Quaresima, 1559. Ovvero, una grande messinscena teatrale tardo-medievale. Un po’ in ritardo con la conclusione del Carnevale e l’effettiva entrata della Quaresima, ma ogni occasione è buona per tirar fuori dal proprio armadio virtuale qualcosa di fiammingo. Diretti riferimenti alle immagini di Bosch soprattutto nelle due figure allegoriche in primo piano, ovvero l’allegro sbevezzatore Carnevale e la macilenta Quaresima. Altri rimandi in italiano su Wikipedia.it. Fonte immagine: Wikimedia Commons.

Félicien Rops e il Satana contadino, Van Gogh e i braccianti: immagini dal contado e dai Paesi Bassi

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Félicien Rops, Le Sataniche – Satana semina la zizzania, 1882.

Mentre qualche tempo fa scrivevo la recensione de Il diavolo probabilmente, dalla mia memoria era emersa l’immagine demoniaca con cui si apre questo post. Nel film si vociferava infatti del diavolo, più principio metafisico che “demone”, che incantava e seduceva melodiosamente le masse verso la distruzione: alla stessa maniera di quello che accade in questa raffigurazione.

Nel cuore della notte, alla spettrale luce di un plenilunio, una figura gigantesca e scheletrica attraversa non vista la città. Cappello a tesa larga, e non zoccoli da caprone ma zoccoli da contadino: perché è la metropoli il suo “campo” da coltivare ed accudire. I vicoli dei ladri e delle prostitute, le case borghesi che nascondono i loro indicibili segreti, uomini e donne che nel buio gestiscono affari non meglio precisati, e di cui forse è opportuno sapere il meno possibile. È questo il sempre fertile terreno del “vizio”, le paradossali e contradditorie mille possibilità di una città.

E su questo campo vengono dall’aria “seminate” e gettate, a grossolana parodia degli angeli, quelle che sembrerebbero essere delle succubi portatrici di zizzania, destinate a cadere in terra e a rovinare la vita delle persone. Donne, mi spiace: la figura della femmina seduttrice e che conduce alla dannazione o alla follia i piccoli uomini, nel decadentismo è una vera e propria icona pop.

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Vincent Van Gogh, Anziano intorno al focolare, 1881.

Il particolare degli zoccoli di legno mi ha colpito molto, perché riconduce direttamente agli ambienti provinciali e rurali da cui proveniva Félicien Rops, artista belga apprezzato da Baudelaire e dai decadenti in generale. Gli zoccoli erano infatti la calzatura tipica per chi lavorava la terra nei Paesi Bassi, volendo comprendere con questa definizione sia l’Olanda che il Belgio. Interessante quindi che Rops raffigurando il suo Satana seminatore faccia mostra di un certo realismo figurativo, abbigliandolo come i contadini che conosceva bene, piuttosto che andare invece a cercare qualche consueta e ghirigorata immagine “diabolica”. Curioso anche che sia poi un “contadino” a seminare la perdizione per la città, come fosse una paradossale rivincita dei tempi della campagna su quelli della metropoli.

La raffigurazione di Rops è pienamente coeva ai dipinti che vedete di Vincent Van Gogh, artista olandese che ha dedicato parte dei suoi quadri alla vita rurale dei suoi conterranei. Il vecchio che vedete qui sopra indaffarato intorno al modesto focolare casalingo, indossa sempre gli stessi zoccoli di legno del Satana di Rops.

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Vincent Van Gogh, Piantatori di patate, 1884.

E lo stesso fanno questi piantatori di patate, che paiono indossare queste calzature di legno per non affondare nel fango della terra. Ognuno è chiuso nel silenzio del suo lavoro, affaticato e chino alla mercè di un’altra giornata di lavoro. Figure che poco hanno di aggraziato, perché lavorare stanca, deforma, ingrossa le spalle e le mani. La matrice del realismo figurativo si incrocia con la personale rielaborazione di Van Gogh, che attraverso i colori e le pennellate dipinge un quadro dall’atmosfera grave e di intima solennità, celebrazione compassionevole di chi ogni stagione affronta, in un eterno ripetersi, la battaglia per la terra.

 Francesco ♠

Nota: anche Ermanno Olmi, alla lignea calzatura, ha intitolato un celebre film sulla vita dei contadini italiani del settentrione: L’albero degli zoccoli (1978).

El Greco – Veduta di Toledo: moderno prima del moderno

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El Greco, Veduta di Toledo, 1596-1600 circa. Di genere inclassificabile: i moti del cielo fra il barocco e l’espressionismo; la natura rinascimentale e romantica al tempo stesso; la città, le costruzioni dell’uomo, gettate fra le colline come in un quadro d’inizio novecento. Una composizione in cui forma e materia del paesaggio vivono della stessa sostanza, senza soluzione di continuità: le vibrazioni sono le stesse. Da confrontare con il prossimo quadro, la montagna Sainte-Victoire di Cézanne.

Recensione: Lukas – Deathropolis

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La bella copertina di Lukas n.1 (Marzo 2014). Mi ricorda quella di un fumetto francese, ma non rimembro quale. Ovviamente tutti i diritti sono della Bonelli.

“Quella era una città spietata.

I Ridestati, riemersi dalle tombe affamati di carne umana, la chiamavano Deathropolis – la città della morte – perché, all’insaputa dei comuni mortali, la governavano.

Finché non arrivò un Ridestato diverso da tutti gli altri…”

Così inizia Lukas, la nuova serie della Bonelli che, come scrive proprio Davide Bonelli nell’introduzione all’albo, è fra le ultime approvate personalmente dal compianto Sergio. Alla creazione del personaggio, come alla sceneggiatura e ai disegni di questo primo numero, troviamo Michele Medda (Nathan Never, Dylan Dog) e Michele Benevento (Caravan).

Per parlarvi di questo fumetto non voglio iniziare dal personaggio protagonista, ma dall’ambiente in cui è calato come un angelo caduto. I disegni di Benevento delineano magistralmente gli spazi e le dimensioni di una città ipermetropolitana, definita da luoghi anonimi e alieni nella loro paradossale familiarità.

Una metropoli che per gran parte dell’albo è vista e vissuta di sera, immersa in un continuo chiaroscuro. Placida è la notte, come l’ombra della morte sulla vita della stessa umanità: la città di Lukas, assieme alle persone che la abitano, sembra addormentata dalle sue dipendenze e droghe in un sonno letale, in un clima di gelido torpore. Come se ogni luce della metropoli fosse stata risucchiata da un buco nero.

E l’avventura di Lukas è finora un notturno moderno, contaminato da spunti noir. Lui è un Ridestato, un uomo tornato dalla morte, o che la morte non ha voluto. Sulla sua natura ancora non sappiamo granché, e possiamo intuire che il graduale disvelamento della sua identità sarà un asse portante della serie. Da quello che leggiamo nell’incipit dell’albo, e dagli eventi che seguiranno, sappiamo pure che non è il solo a vivere la sua condizione di non morto.

Ce ne sono altri, e che gli danno per qualche ragione la caccia. Ma lui è diverso. Non ricorda niente di sé ed è sconosciuto a se stesso, ma sa ancora ciò che è giusto e ciò che sbagliato.

Caduto in questo inferno metropolitano, partirà da zero, come un qualsiasi immigrato o clandestino. L’Avventura di Lukas, scritta con quella A maiuscola che come orgogliosamente ribadisce Davide Bonelli è cara alla Bonelli, inizia proprio fra gli ultimi, rappresentati senza pietismo. Nella città terribile non c’è spazio per certe indulgenze.

Gli ultimi sono quindi pezzi di carne, braccia, organi, pronti ad essere sfruttati in ogni loro singolo elemento come oscuro combustibile di una società abnorme. Vite senza valore, senza dignità, fra cui partirà la non vita di Lukas. Lavorerà con loro, e per quel poco che potrà combatterà per loro.

Sebbene seguano l’incasellatura della tavola classica, le scene d’azione sono abbastanza potenti e drammatiche, e ben distribuite. Il disegno di Benevento, come già detto, restituisce eccellentemente un ambiente tetro e fortemente chiaroscurale. Si rimpiange ogni tanto che le vignette siano così piccole. Per gli amanti del truculento, non mancano inoltre alcuni dettagli sanguinolenti. Ma un vero tocco di stile è il ripetersi continuo di cartelloni pubblicitari inneggianti alla vita e all’allegria, un contrappunto di falsità e menzogna alla buia metropoli.

Giudicare la sceneggiatura è invece un compito più arduo: non essendo Lukas una serie ad episodi autoconclusivi, le incognite sono ancora molte. In ogni caso la sceneggiatura di quest’albo è ottima, quindi speriamo bene per gli altri episodi – che per inciso dovrebbero essere 12 per ognuna della due “stagioni” previste. Mi ha colpito uno dei colpi di scena finali, dove Lukas dovrà adoperare una violenta e doverosa pietà verso un altro Ridestato.

Le sensazioni e i dolori della vita potranno essere solo distanti ricordi, ma questo non è importante. È nel confronto con una città oscura che non possiede, che è lì e che lo aspetta immobile, che Lukas sa quasi istintivamente ciò che deve fare: qualcosa di giusto. Non importa ciò che non ricorda di sé, perché forse è proprio questo minimo etico che fa sentire una persona unita a se stessa, e che è sufficiente per vivere. O a non vivere.

In numeri: 7/10. Non di più perché al primo numero il rischio di sputtanarsi è alto. In ogni caso mi sento di consigliare ad ogni dylaniato di darci un’occhiata. 94 pp., € 3,30

Francesco ♠

Nota: per chi fosse interessato, ecco una intervista agli autori sul sito della Bonelli.