La Resurrezione di Piero della Francesca: Pasqua, Cristo e la vittoria sulla Morte

Buona Pasqua a tutti. Concludiamo il percorso sulla danse macabre svolto nei giorni scorsi, parlando oggi del revenant più famoso della storia: Gesù Cristo.

Se c’è una festività che mi coinvolge più da vicino, fra quelle comandate dal rito cristiano, questa è la Pasqua.

Parliamoci chiaro: le ascendenze pagane di Natale, Carnevale e Ognissanti le conosciamo bene. Quindi, dal mio punto di vista, se c’è una festa che si può definire il più autenticamente cristiana, e che definisce l’essenza stessa del cristianesimo, è proprio la Pasqua.

Certo, festeggiare in primavera la resurrezione di un dio, non è cosa nuova: nel mondo classico il mito di Adone, figura mitica fra dio e semidio adorata in ambito mediorientale, non può essere dimenticato.

Ma quando arriva Cristo, è proprio tutta un’altra storia. La celebrazione della Pasqua di Resurrezione abbatte il significato circolare legato al ciclo del rinnovarsi delle stagioni. La rivoluzione cristiana non parla più di un cerchio, ma di una linea diretta inevitabilmente verso il Regno dei Cieli.

Ma la novità del cristianesimo rispetto alle divinità del mondo classico, passa anche attraverso altri importantissimi aspetti. Il mai troppo grande Auerbach, nei primi capitoli di quel viaggio attraverso le letterature e le culture che è il suo Mimesis, fa percepire in maniera chiara cosa cambia fra il mondo religioso dei pagani, e quello di ebrei e cristiani. E lo fa attraverso la letteratura.

Il mondo classico è fatto di armi splendenti, e le divinità sono narrate in altisonanti poemi epici che ne esaltano le passioni più che umane. Non è infrequente che questi dei intervengano direttamente nelle questioni degli uomini, che siano visibili nelle loro forme.

Il Dio della rivelazione biblica ed evangelica è al contrario misterioso, richiede una Fede assoluta, incondizionata. Ed è per eccellenza l’Invisibile, non esistono forme né intellettuali né fisiche capaci di contenerlo: è concetto incomprensibile.

Lo stesso stile letterario dei testi pagani e quelli cristiani dimostra la differenza fra i due mondi: allo stile elevato di Omero, risponde lo stile umile, dimesso, degli anonimi estensori dei primi misteri biblici. E non da ultimo, il carattere proprio della narrazione evangelica.

La storia di Cristo è estesa secondo parole semplici, la parola si scansa dalla grandezza del messaggio. Nelle pagine dei vangeli, soprattutto quelli di Marco e Matteo, la rivoluzione è espressa nella vita di tutti i giorni: Gesù attraversa gli spazi della vita quotidiana degli umili, ne condivide la miseria. Il linguaggio, lo stile letterario, non può essere quindi elevato, ma condivide la stessa sorte degli ultimi. Gente di taverna, zoppi, prostitute, indemoniati e pescatori non conoscono Omero.

La stessa morte del Dio incarnatosi in uomo, non è nulla di più contrario all’epica classica. Cristo è percosso, bagnato da sudore e sangue, crolla umiliato sotto lo strumento della sua morte: la Croce. Una volta crocifisso, ad alcuni sembra rimproverare l’abbandono del Padre (“Dio è un traditore“?). In una sequenza di poche ore, è un Dio che attraversa tutti i dolori dell’essere umano: il tradimento, le ferite fisiche, la disperazione di chi non ha scampo. Infine china per l’ultima volta il capo, dal costato le ultime gocce di sangue: la morte.

È forse impossibile rimanere indifferenti alla figura di Gesù il Nazareno: fosse stato anche solo impostore o semplice profeta, anche chi non crede nel cristianesimo, nella divinità incarnata in essere umano, avverte qualcosa davanti a quell’Uomo. Ma c’è dell’altro.

Perché Cristo risorge. Sconfigge la Morte, e promette lo stesso a chi lo seguirà. Dallo scontro con la grettezza degli uomini, dal buio dell’oscurità eterna, emerge vittorioso – ferito e pallido, ma solido come la Salvezza. Cristo stesso diventa segno della promessa di vittoria sulla Morte. Ma anche, per chi non crede, nulla d’altro che la rappresentazione eterna dell’aspirazione umana di vincere il proprio limite più estremo: l’ombra della Morte.

Francesco ♠

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Letteratura e pedagogia della scoperta

Traggo spunto da alcune considerazioni di Davide Mana, a cui va la mia stima, sul gusto dei lettori. Quella che segue è una risposta che s’andava articolando troppo per essere contenuta in un commento a piè del suo post.

Cito le parole conclusive del Mana:

“L’incontro fra lettore e autore è una miscela di mercato, seduzione e intesa intellettuale le cui alchimie neanche lo zio Oswald sarebbe riuscito a cartografare.
Pretendere una laurea umanistica quale certificazione del gusto è profondamente stupido – e segnala probabilmente un laureato in materie umanistiche molto convinto (ingiustificatamente) della propria superiorità intellettuale.
Sperare in uno straccio di cultura – come quella magari che ci si costruisce leggendo col cervello i classici popolari – sarebbe tuttavia assolutamente auspicabile.”

Io condivido e sottoscrivo queste conclusioni, voglio solo aggiungere una cosa.

Più che sperare in uno straccio di cultura, per me la questione veramente fondamentale è che il lettore, tra l’altro ormai sempre più scrittore, possa divenire maggiormente non tanto una persona che ha letto liste di classici di vario genere, ma anzi una persona che rimanga sempre aperta a confrontarsi con i testi che gli si parano innanzi. E per ottenere questo, quello che credo tu diresti “leggere con il cervello”, serve che chi legge sia stato però in qualche modo educato e condotto alla curiosità, alla sperimentazione.

Una cosa che l’educazione scolastica, per esempio, è tutt’altro che scontato garantisca. Ed hai ragione da vendere quando critichi la supponenza di chi consegue dei titoli in ambito umanistico. Il problema è che alcune di queste persone finiscono poi ad insegnare.

Fortunatamente si vedono in giro anche molte altre menti “illuminate” che si dannano l’anima per diffondere l’amore per i libri e la lettura. Perché ciò che va insegnato non è tanto un gusto accademico e formale giustificato da un canone (stabilito da chi, poi?), bensì una impostazione fatta di amore e generosità con cui accettare e scoprire le ragioni più intime degli scritti che si leggono, saper discernere e navigare fra i generi e divenire così consapevoli dei propri gusti e per certi versi della propria indole.

Rodari parlava, con molta modestia, di tentare l’insegnamento di una grammatica della fantasia. Che poi non era altro che una citazione del poeta tedesco Novalis. Altri tempi. Anche a me piacerebbe che si scoprisse l’arcano della fantasia, ma mi accontenterei pure semplicemente che si applicasse una pedagogia della curiosità, della ricerca di una letteratura sempre nuova e sempre da scoprire o riscoprire.

Mi sono soffermato molto sulla scuola, perché è lì che forzatamente la maggior parte di noi si schianta sui libri, ed è lì soprattutto che si sbatte il muso contro la Letteratura, quella con la ELLE maiuscola. Per me ci saranno miglioramenti solo quando quella dannata L scarlatta verrà abbattuta, e si passerà all’insegnare le letterature, scritto al plurale. Ma soprattutto ad insegnare l’amore di un incontro con uno scrittore, che rimane pur sempre un altro essere umano, alla stregua di chi legge.

Francesco ♠