#withsyria: la Siria e la guerra che continua

Quando ho visto apparire la Siria sui telegiornali era 3 anni fa, durante la Primavera Araba. All’inizio le notizie parlavano di proteste contro il regime di Assad, che si svolgevano per lo più durante i giorni di preghiera. Poi, più le forze governative siriane tentavano la repressione violenta del dissenso, più le fazioni ribelli si organizzavano e radicalizzavano. Perché quando gli spazi della democrazia cessano di esistere, i violenti prendono il sopravvento: un pacifico democratico non vale in guerra quanto un jihadista pronto a morire.

Nel mentre le grandi potenze internazionali, quelle che siedono al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, non trovavano una soluzione. La Siria ha il suo porco posto nello scacchiere globale, quindi le cose non possono essere semplici: specie quando la Russia mantiene una base nel Mediterraneo proprio in territorio siriano.

Ora sono passati 3 lunghi anni: una terra dilaniata, migliaia di profughi e morti. Soprattutto famiglie distrutte e vittime innumerevoli fra bambini e adolescenti.

Vite ancora da vivere, come quelle di ragazzi e ragazze, sono spezzate o piegate. Accartocciate. Riusciamo noi da qui, dall’Italia, a sentire che rumore fanno le loro speranze e illusioni che crollano? Credo che nessuno di noi abbia un udito così fine.

Noi spesso, quando scriviamo, dimentichiamo dove siamo nati. Non abbiamo avuto la preoccupazione di evitare di essere coinvolti in un conflitto a fuoco, o che un nostro familiare venisse rapito, torturato e ucciso. La carestia non l’abbiamo conosciuta, le cure mediche erano accessibili. E infine abbiamo potuto ricevere un’educazione, ovvero quella cosa per cui spesso ci illudiamo di avere qualche importanza su questa terra.

Invece ci sono parti del mondo dove a chi nasce il futuro è negato a priori. Posti dove crescere equivale a sopravvivere, sempre se ce la fai. Ne cito due ultimamente tornati recenti, il Sud Sudan e la Repubblica Centrafricana. Ma sapete che ce ne sono innumerevoli, tra cui anche alcune zone della nostra stessa Italia.

Cerchiamo di fare tutto quel che possiamo, almeno nelle nostre coscienze.

Francesco ♠

Un ultimo appello: vorrei richiamare alla memoria anche Padre Dall’Oglio, il gesuita italiano da mesi scomparso in Siria.

La struggente sequenza animata è ispirata allo street artist Banksy e al film Il palloncino rosso.

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Letteratura e pedagogia della scoperta

Traggo spunto da alcune considerazioni di Davide Mana, a cui va la mia stima, sul gusto dei lettori. Quella che segue è una risposta che s’andava articolando troppo per essere contenuta in un commento a piè del suo post.

Cito le parole conclusive del Mana:

“L’incontro fra lettore e autore è una miscela di mercato, seduzione e intesa intellettuale le cui alchimie neanche lo zio Oswald sarebbe riuscito a cartografare.
Pretendere una laurea umanistica quale certificazione del gusto è profondamente stupido – e segnala probabilmente un laureato in materie umanistiche molto convinto (ingiustificatamente) della propria superiorità intellettuale.
Sperare in uno straccio di cultura – come quella magari che ci si costruisce leggendo col cervello i classici popolari – sarebbe tuttavia assolutamente auspicabile.”

Io condivido e sottoscrivo queste conclusioni, voglio solo aggiungere una cosa.

Più che sperare in uno straccio di cultura, per me la questione veramente fondamentale è che il lettore, tra l’altro ormai sempre più scrittore, possa divenire maggiormente non tanto una persona che ha letto liste di classici di vario genere, ma anzi una persona che rimanga sempre aperta a confrontarsi con i testi che gli si parano innanzi. E per ottenere questo, quello che credo tu diresti “leggere con il cervello”, serve che chi legge sia stato però in qualche modo educato e condotto alla curiosità, alla sperimentazione.

Una cosa che l’educazione scolastica, per esempio, è tutt’altro che scontato garantisca. Ed hai ragione da vendere quando critichi la supponenza di chi consegue dei titoli in ambito umanistico. Il problema è che alcune di queste persone finiscono poi ad insegnare.

Fortunatamente si vedono in giro anche molte altre menti “illuminate” che si dannano l’anima per diffondere l’amore per i libri e la lettura. Perché ciò che va insegnato non è tanto un gusto accademico e formale giustificato da un canone (stabilito da chi, poi?), bensì una impostazione fatta di amore e generosità con cui accettare e scoprire le ragioni più intime degli scritti che si leggono, saper discernere e navigare fra i generi e divenire così consapevoli dei propri gusti e per certi versi della propria indole.

Rodari parlava, con molta modestia, di tentare l’insegnamento di una grammatica della fantasia. Che poi non era altro che una citazione del poeta tedesco Novalis. Altri tempi. Anche a me piacerebbe che si scoprisse l’arcano della fantasia, ma mi accontenterei pure semplicemente che si applicasse una pedagogia della curiosità, della ricerca di una letteratura sempre nuova e sempre da scoprire o riscoprire.

Mi sono soffermato molto sulla scuola, perché è lì che forzatamente la maggior parte di noi si schianta sui libri, ed è lì soprattutto che si sbatte il muso contro la Letteratura, quella con la ELLE maiuscola. Per me ci saranno miglioramenti solo quando quella dannata L scarlatta verrà abbattuta, e si passerà all’insegnare le letterature, scritto al plurale. Ma soprattutto ad insegnare l’amore di un incontro con uno scrittore, che rimane pur sempre un altro essere umano, alla stregua di chi legge.

Francesco ♠