Sulla morte di Umberto Eco

Qualche minuto fa ho appreso della morte di Umberto Eco dalla televisione.

Lascio ad altri l’ingrato compito di descrivere, punto per punto, chi era e cosa ha fatto: senza falsa modestia, non ne sarei davvero capace.

L’unica cosa che so, e che mi sento di scrivere, è che con lui se ne va un uomo poliedrico e dai mille interessi, animato da una curiosità senza pregiudizi verso tutto ciò che, all’interno di una società, può essere considerato cultura: dalla televisione ed i fumetti alla letteratura e la filosofia. All’interno dell’ambiente intellettuale italiano, e forse anche internazionale, sono state e rimangono rare le figure come quella di Eco: persone che, senza farsi fermare da categorie fisse ed univoche, le attraversano ed oltrepassano – e lui, con un merito mai troppo grande, lo ha fatto spesso giocando. Non aveva quindi paura di attraversare la cultura che altri dicevano “bassa”, perché sapeva che comunque, nel gran gioco dell’umanità, anch’essa era cultura.

Inoltre, con lui se ne va uno degli ultimi intellettuali “italiani”: dove l’aggettivo che uso non nasconde nessun bigotto ed odioso nazionalismo, ma il semplice ricordo di una prospettiva culturale capace di parlare al resto del mondo, con originalità e alla pari. Infatti Eco, nella sua saggia e vivace attenzione per la contemporaneità, non dimenticava mai ciò che di buono, nel tempo, aveva offerto la nostra tradizione umanistica.

Oggi il panorama della cultura italiana, già spesso insidiato e compromesso da più punti di vista, perde una voce insostituibile.

Francesco

Aggiunta: ecco il breve passaggio di una intervista ad Eco che ho visto su Twitter.

“Ho il sospetto che [il senso dell’umorismo] sia collegato al fatto che siamo tra i soli animali che sanno che devono morire. Gli altri animali non lo sanno. Lo capiscono solo improvvisamente, nel momento in cui muoiono. […] Penso che la commedia sia la quintessenziale reazione umana alla paura della morte. Se lei mi chiedesse qualcosa di più, non potrei dire. Ma forse potrei creare un segreto fittizio ora, e lasciar pensare a tutti che io abbia una teoria sulla commedia tra i mie lavori, cosicché quando sarò morto sciuperanno molto tempo nel tentativo di ritrovare il mio libro segreto”. (Umberto Eco, traduzione mia dall’intervista in inglese)

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Paradiso: per di qui, per di là, chiedete agli Angeli

paradis

“PARADISO. Per di qui, per di là, 1K. 500. Proseguite fino alla fine, poi domanderete agli Angeli.”

Sarà questa la strada giusta per il Regno dei Cieli?

Per questo primo Aprile, mi raccomando seguite le indicazioni di questa “poesia in cartellone” (poème-pancarte) di Pierre Albert-Birot.

Renzi? Renzivich, Renzivich.

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Renzi? Renzivich, Renzivich.

Purtroppo solo chi ha visto il film Essere John Malkovich comprenderà appieno la genialità di questa trovata di Gazebo (e il titolo di questo post). Ma anche chi il film non se l’è visto, so che se la godrà almeno fin quando non si guarderà allo specchio.

Siamo tutti onde: Roberto Benigni 1976

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Nel tempo del wifi, anche l’internet viaggia su onde. Anche lo streaming viaggia su onde. Le onde sono tra noi, tutti a mangiare le onde del Trono di spade, Dexter, Breaking Bad, True Blood. I nostri occhi e i nostri sguardi emettono onde, siamo noi le onde.

Un Benigni assolutamente d’annata. E ora tutti a trattenere il respiro per far smettere le onde.

Scrivere per dimenticare

Scrivere per dimenticare, come farebbe un alcolizzato con i suoi bicchierini. A chi non capita di coloro che hanno assaggiato un po’ di letteratura? Non appena prendete una penna in mano, o battete i tasti della vostra tastiera, ripetete con me:

“La grafomania è una perversa patologia dell’alfabetizzazione occidentale.”

Come un mantra. Non vi impedirà di scrivere, così come disgraziatamente non l’ha impedito a me ora. Ma almeno vi renderete conto del vostro stato patologico, che probabilmente state scrivendo perché non siete riusciti a fare altro o perché avete fallito in qualcosa a cui tenevate.

Non c’è che un modo per guarire: scrivete qualcosa di veramente bello, che sudi passione e sangue per ogni parola che osate mettere su carta. E una volta finito, rileggete il prodotto e domandatevi perché diavolo qualcuno si dovrebbe prendere la briga di leggere le vostre cazzate.

Se alla fine persisterete nel voler fare leggere agli altri i vostri conati o i vostri mal di pancia, forse o non vi rendete bene conto della gravità del vostro gesto, oppure siete degli sfacciati che se ne fregano. Io tifo per quest’ultima.

Auguri e buona scrittura a tutti.

Francesco ♠