Jan Gossaert detto Mabuse – Danae

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Jan Gossaert detto Mabuse, Danae, 1527. Per alcuni, in questo quadro c’è un insegnamento morale: non compromettere la propria innocenza davanti alla tentazione della ricchezza. Il pittore di quest’opera è nordeuropeo, ma nel suo dipinto salda la propria tradizione, visibile nei tratti stupiti e sinceri della ragazza, alla lezione rinascimentale italiana. Intorno all’evento culmine del mito di Danae, cioè la sua fecondazione tramite un Zeus trasformatosi in pioggia aurea, il Mabuse costruisce una intera architettura a custodire il momento, lasciando però libero l’occhio indiscreto dello spettatore. È come quindi se il colonnato, di chiaro stile classico e italiano, incorniciasse tutta la narrazione in una vignetta, la cui profondità è ancor più aumentata dal panorama maestoso di una città immaginaria. Fonte immagine: Wikimedia Commons.

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Jean-François Millet – Caccia notturna agli uccelli: fuochi nella notte delle campagne

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Jean-François Millet, Caccia notturna agli uccelli, 1874.

Una notte densa come olio avvampa fra le fiamme: i contadini corrono tra le fronde dei cespugli e degli alberi, agitando le loro torce e bastoni per frastornare i volatili assonnati, che cadono in terra. Alla luce delle vampate dei fuochi, fra il buio, rapide mani li raccolgono, catturandoli o peggio. Un’atmosfera rudimentale, atavica e senza tempo, ai margini del fantastico: un altro racconto di una vita contadina che, ancora ad Ottocento inoltrato, ha poco di differente dal medievale. Il moderno ed il contemporaneo dovranno ancora aspettare, per illuminare la notte delle campagne. Da vedere assieme a quello di cui abbiamo già parlato qui e qui.

Nota: tra l’altro, visto che finora non l’avevo detto, Van Gogh apprezzò molto proprio le raffigurazioni contadine di Millet.

Francesco ♠

Notre Dame in Rouen: prima e intorno a Monet

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William Froome Smallwood, Torre di S. Romano della Cattedrale di Rouen, acquarello, 1831.

Con il titolo del post di oggi, comincerete a capire dove voglio arrivare con il nostro discorso intorno a Notre Dame di Rouen: a Claude Monet e alla sua interpretazione di quest’edificio sacro. Ma prima di affrontare direttamente la questione, mi pareva opportuno offrirvi una carrellata di altre rappresentazioni più o meno coeve. Anche se non ve ne importa un fico secco del Monet, spero che almeno vi godrete le immagini: soprattutto se siete amanti del gotico, del medioevo e di atmosfere notturne o fantastiche.

Sono convinto che per poter apprezzare davvero cosa abbia voluto dire la sfida degli impressionisti, bisogna coglierne le differenze con gli altri stili dell’epoca. Spesso infatti ho visto insegnare l’Impressionismo in astratto, preso singolarmente, come se ad un tratto ad una serie di artisti prendesse voglia di dipingere a macchie, ottenendo un effetto sfocato e perdendo la bella e netta definizione di origine classicista.

Certo, viene detto che gli impressionisti si presentano come alternativa all’arte delle accademie, uscendo all’aria aperta (en plein air), e che nei loro quadri penetrano con pennellate veloci nella vita quotidiana dell’epoca. Ma questo non è sufficiente a spiegare in cosa tangibilmente consista la loro vera innovazione. Per non parlare poi del fatto che spesso il tardo Ottocento sembra in alcune lezioni ridursi solo all’Impressionismo, facendo perdere così ogni costruttivo confronto fra le varie maniere pittoriche: infatti anche altri stili, certo magari meno innovativi, producevano contemporaneamente altrettanto bravi e solidi artisti.

Sfortunatamente, nel proporvi le raffigurazioni della Cattedrale di Rouen non ho trovato veri dipinti. Quello che si avvicina di più alla pittura, è l’acquarello che vedete all’inizio del post, nella prima immagine. È datato 1831, e nel tratto chiaro e di gusto romantico ci attesta, nonostante l’irrimediabile differenza fra tecniche pittoriche, quale poteva essere un modello e uno stile già disponibile agli impressionisti. Eppure loro non hanno preso questa strada.

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Auguste Lepère (1849-1918), Facciata della Cattedrale di Rouen, xilografia.

La seconda immagine è un lavoro a stampa. Non ho disponibile la data, ma già l’arco di vita dell’autore ci indica che quest’ultimo è un pieno contemporaneo di Monet. Un uomo del suo stesso tempo, ma specializzato in incisione, e che ha prodotto una bella e piuttosto dettagliata immagine di quella stessa cattedrale che Monet, al contrario, raffigurerà dipingendo cosi sfocata.

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William Henry Goodyear, Interno della Cattedrale di Rouen, forografia, 1903.

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William Henry Goodyear, Interno della Cattedrale di Rouen, fotografia, 1910.

Una sfocatezza che si pone agli antipodi di ciò che avviene nelle due foto qui sopra, dove dovremmo raggiungere il cosiddetto massimo della fedeltà e della definizione, secondo quella banale vulgata che vorrebbe la fotografia restituire una perfetta copia della realtà. Non dimentichiamo infatti che la fotografia, proprio su quel finire del secolo in cui Monet dipingerà la serie di quadri sulla Cattedrale, è ormai uscita dalla sua fase pionieristica. Ma è ancora in bianco e nero, se vogliamo escludere i tentativi di colorazione a mano.

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Muirhead Bone, Chiaro di luna alla Cattedrale di Rouen, disegno, 1918.

L’ultima immagine, invece, è anche la più tarda di quelle che vi propongo. Un disegno fatto da un militare britannico di transito a Rouen, quando la città durante la Prima Guerra Mondiale era una delle sedi logistiche dell’esercito inglese in Francia. Uno schizzo veloce, fatto con chissà quale stato d’animo, e che presenta un altro ed ennesimo modo di rappresentare questa chiesa.

Ora possiamo dire di aver girato in lungo e largo intorno alla Cattedrale di Rouen, ai vari modi di raffigurarla: adesso abbiamo un parziale metro di paragone con cui “giudicare” a breve Monet. Ieri, però, abbiamo visto pure come quest’opera degli uomini ha rischiato di essere distrutta proprio per mano degli stessi uomini. Direte: è la stupidità della guerra.

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Per finire: Torre di S. Romano, 1944. Un po’ differente da come appariva nelle figure di prima, vero? Fonte: Bundesarchiv, Bild 146-1984-035-10A / CC-BY-SA

Ma quest’ultima affermazione, almeno in parte, è una menzogna: la guerra purtroppo non è mai stupida. Anzi, è razionale fino al punto di strumentalizzare tutte le risorse dell’ingegno umano al fine di ottenere la supremazia e l’annientamento del nemico. Abbiamo visto in passato le risorse di intere nazioni volte alla distruzione dei propri confinanti, mentre un’abile propaganda faceva illudere il “popolo” che i propri malanni venissero da oltre confine. Quando invece bisognava ponderare maggiormente le proprie responsabilità nel male. Ma per oggi basta con il sermone.

Francesco ♠

Recensione: La fortezza (The Keep, 1983)

Percorrete con lentezza una gola montuosa dei Carpazi, e vi appare davanti. Una struttura nera, che già dall’apparenza vi dà indizio della sua estraneità a questo mondo. Sembra emergere da una sorta di basalto lavico, altrettanto oscuro quanto pare d’ossidiana l’edificio che avete di fronte. Il suo portale è una opprimente promessa di tenebre.

Un uomo entra, minuscola chiazza di luce, al suo interno: il cortile della rocca è partorito dal ventre stesso della terra. Ed è roccia irregolare, a volte aguzza e pronta a ferire. Improvvisamente, un muro vi chiude la vista, coperto di croci bianche poste ad intervallo regolare l’una dall’altra.

E con questo, vi ricorderete tutto ciò che c’è di buono in questo film.

Keepposter

La fortezza (The Keep, 1983) sembra un film che promette molto, sia visivamente che narrativamente (tra l’altro è tratto da un romanzo di F. Paul Wilson, autore che nella mia ignoranza non conosco). Eppure non riesce a condurre in porto l’operazione, sprecando tutto. A fine visione, mi sono sentito pervadere come da un senso di incompiuto, e non tanto perché poco viene spiegato sui fenomeni che animano il film.

Ad una prima occhiata, la trama sembra intrigante: poco prima dell’Operazione Barbarossa, un plotone di soldati tedeschi viene inviato a sorvegliare una misteriosa fortezza situata in un valico rumeno. Ma qualcuno di loro fa qualcosa che non deve fare, e si aprono le solite porte dell’Inferno. E quando arrivano le SS, coinvolgendo fra l’altro anche uno studioso ebreo e sua figlia, le cose non fanno che peggiorare.

Come dicevo, però, al momento di passare dalle premesse alla sostanza, le cose prendono una brutta piega. I personaggi rimangono infatti senza un vero spessore, gettati e dispersi in un’ambientazione carica d’aspettative su quello che accadrà. Perché da oscuri arcani, nazisti e lingue morte la sensazione che qualcosa di terribile e annientante stia per accadere è palpabile: ma questo presentimento, a differenza degli spettri gotici, non si materializzerà mai accanto a voi fino al punto di dilaniarvi. Tutti gli spunti della trama spesso sono persi di vista, come dimenticati, in un intreccio senza carattere che trova il suo scioglimento in una fine incolore.

Per quanto riguarda regia e cast, il film presenta una line up di rispetto, e ciò rende la cosa ancora più triste. Alla regia c’è Michael Mann, e tra gli attori contiamo Ian McKellen, Scott Glenn, Gabriel Byrne. La colonna sonora, che in fin dei conti fa il suo sporco lavoro, è dei Tangerine Dream.

Per chi ha voglia e tempo di affrontare qualcosa di cui potrà facilmente rimanere deluso, rimane però un motivo per vedere questo film: ovvero, proprio per tutto ciò che spreca. Il potenziale visivo è suggestivo per chiunque si interessi minimamente di horror o fantastico, e tra l’altro lo stesso cattivone di turno, stando a ciò che leggo su Wiki, è stato concepito da Enki Bilal. Ma oltre quello che c’è da vedere, rimangono tutti gli spunti della trama, adattissimi ad essere rielaborati sia in qualche sessione di GDR sia per qualche altro vostro oscuro fine creativo.

In numeri: 5/10.

Francesco ♠