Jan Gossaert detto Mabuse – Danae

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Jan Gossaert detto Mabuse, Danae, 1527. Per alcuni, in questo quadro c’è un insegnamento morale: non compromettere la propria innocenza davanti alla tentazione della ricchezza. Il pittore di quest’opera è nordeuropeo, ma nel suo dipinto salda la propria tradizione, visibile nei tratti stupiti e sinceri della ragazza, alla lezione rinascimentale italiana. Intorno all’evento culmine del mito di Danae, cioè la sua fecondazione tramite un Zeus trasformatosi in pioggia aurea, il Mabuse costruisce una intera architettura a custodire il momento, lasciando però libero l’occhio indiscreto dello spettatore. È come quindi se il colonnato, di chiaro stile classico e italiano, incorniciasse tutta la narrazione in una vignetta, la cui profondità è ancor più aumentata dal panorama maestoso di una città immaginaria. Fonte immagine: Wikimedia Commons.

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Placebo – Pure morning: diapositive di un dramma (?)

Buongiorno, è di nuovo Lunedì. Per alcuni un vero dramma, quando si ripetono sempre le stesse cose.

Nessuna evasione, davanti a noi i segni scavati da tutte le volte che abbiamo fatto la stessa strada e gli stessi errori.

Ma davvero dovremmo essere destinati a cadere al suolo ogni volta? In fin dei conti, chi l’ha detto? Immaginazione e speranza spesso scavano inaspettate vie di fuga. Forse non se ne esce illesi, ma ci si diverte di più.

Per iniziare una nuova settimana, il vecchio ricordo di una canzone di circa dieci anni fa. Ed accompagnata da uno dei migliori video musicali che abbia finora visto. La situazione è costruita tramite un accavallarsi in crescendo di persone, e quindi di stati emotivi: la storia è raccontata dai volti, tutti di fronte alla terribile attesa di un suicida.

In un incrociarsi di prospettive e vite diverse che condividono però lo stesso tempo, i momenti e le azioni, come la stessa vita, si scompongono e dilatano. Sotto un cielo plumbeo, in una metropoli catturata da una fotografia grigio-acciaio, quello che apparirebbe essere l’estremo gesto di una persona accomuna altri individui, per qualche istante, prima che tutto torni nell’indifferenza del quotidiano.

La disperata rincorsa di un poliziotto, scosso e dalla barba incolta, scandisce i tempi del dramma. Poi, l’inaudito e l’irreale.

Forse c’è speranza per tutti, allo stesso modo di come la troviamo, per qualche frangente, negli occhi di chi liberamente ci ama.

Francesco ♠

Paul Cézanne – Montagna Sainte-Victoire: dissoluzione e ricostruzione della materia

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Paul Cézanne, Montagna Sainte-Victoire, 1904-6 circa. Cézanne affrontò più volte il panorama di questa montagna e delle terre circostanti. Il quadro che vedete è fra gli ultimi prima della sua morte, ed è anche l’ultimo stadio di una ricerca: non tanto di una dettagliata perfezione descrittiva, ma di una ritraduzione in pittura dell’essenza stessa della materia. Le linee del paesaggio sono diluite fino all’essenziale, i colori ampi non definiscono più i contorni degli oggetti, ma suggeriscono in nuova forma la corposa materia della realtà. Da rivedere assieme alla Toledo di El Greco.

Camille Saint-Saëns – Danse Macabre

Proseguiamo il nostro excursus sulla danse macabre, stavolta cogliendone le sfumature in una rappresentazione musicale. Andiamo ad ascoltare quindi le melodie sulle quali, secondo Saint-Saëns, danzano e sgranchiscono le ossa gli scheletri.

Nota: per maggiori informazioni sul brano, cliccate sul link di Wikipedia. O leggete in inglese la descrizione del pezzo su YouTube.

Recensione: La fortezza (The Keep, 1983)

Percorrete con lentezza una gola montuosa dei Carpazi, e vi appare davanti. Una struttura nera, che già dall’apparenza vi dà indizio della sua estraneità a questo mondo. Sembra emergere da una sorta di basalto lavico, altrettanto oscuro quanto pare d’ossidiana l’edificio che avete di fronte. Il suo portale è una opprimente promessa di tenebre.

Un uomo entra, minuscola chiazza di luce, al suo interno: il cortile della rocca è partorito dal ventre stesso della terra. Ed è roccia irregolare, a volte aguzza e pronta a ferire. Improvvisamente, un muro vi chiude la vista, coperto di croci bianche poste ad intervallo regolare l’una dall’altra.

E con questo, vi ricorderete tutto ciò che c’è di buono in questo film.

Keepposter

La fortezza (The Keep, 1983) sembra un film che promette molto, sia visivamente che narrativamente (tra l’altro è tratto da un romanzo di F. Paul Wilson, autore che nella mia ignoranza non conosco). Eppure non riesce a condurre in porto l’operazione, sprecando tutto. A fine visione, mi sono sentito pervadere come da un senso di incompiuto, e non tanto perché poco viene spiegato sui fenomeni che animano il film.

Ad una prima occhiata, la trama sembra intrigante: poco prima dell’Operazione Barbarossa, un plotone di soldati tedeschi viene inviato a sorvegliare una misteriosa fortezza situata in un valico rumeno. Ma qualcuno di loro fa qualcosa che non deve fare, e si aprono le solite porte dell’Inferno. E quando arrivano le SS, coinvolgendo fra l’altro anche uno studioso ebreo e sua figlia, le cose non fanno che peggiorare.

Come dicevo, però, al momento di passare dalle premesse alla sostanza, le cose prendono una brutta piega. I personaggi rimangono infatti senza un vero spessore, gettati e dispersi in un’ambientazione carica d’aspettative su quello che accadrà. Perché da oscuri arcani, nazisti e lingue morte la sensazione che qualcosa di terribile e annientante stia per accadere è palpabile: ma questo presentimento, a differenza degli spettri gotici, non si materializzerà mai accanto a voi fino al punto di dilaniarvi. Tutti gli spunti della trama spesso sono persi di vista, come dimenticati, in un intreccio senza carattere che trova il suo scioglimento in una fine incolore.

Per quanto riguarda regia e cast, il film presenta una line up di rispetto, e ciò rende la cosa ancora più triste. Alla regia c’è Michael Mann, e tra gli attori contiamo Ian McKellen, Scott Glenn, Gabriel Byrne. La colonna sonora, che in fin dei conti fa il suo sporco lavoro, è dei Tangerine Dream.

Per chi ha voglia e tempo di affrontare qualcosa di cui potrà facilmente rimanere deluso, rimane però un motivo per vedere questo film: ovvero, proprio per tutto ciò che spreca. Il potenziale visivo è suggestivo per chiunque si interessi minimamente di horror o fantastico, e tra l’altro lo stesso cattivone di turno, stando a ciò che leggo su Wiki, è stato concepito da Enki Bilal. Ma oltre quello che c’è da vedere, rimangono tutti gli spunti della trama, adattissimi ad essere rielaborati sia in qualche sessione di GDR sia per qualche altro vostro oscuro fine creativo.

In numeri: 5/10.

Francesco ♠