Onore, uomini e bestie ai tempi dei cavalier cortesi

Miniatura dal Codex Manesse, rappresentante il poeta e cavaliere Hartmann von Aue. Fonte: Wikimedia Commons.

“Colui che è spinto dal suo animo
a compiere volentieri azioni buone,
è destinato a riuscire.
Invece oggi ci sono molti uomini
nel mondo, che io vedo
vivere senza onore, come bestie.
Che scopo ha vivere, per un uomo così?
Costui sperpera vanamente
la grazia e l’aiuto
che Dio ha dato al mondo”. (vv. 123-132)

Da: Anonimo tedesco del XII-XIII secolo, Moriz von Craûn, traduzione di A. Palermo.

La patria partecipata

Román Navarro, Ragazzo con vestito scozzese, 1878-1928. Trovata per caso, questa curiosa opera di un artista e soldato gallego rappresenta sì un bimbo vestito da piccolo scozzese, ma anche con un tricolore italiano.

Mesi fa ho lasciato su questo blog, come ultimo post, il ricordo di Umberto Eco. Ora che lo riprendo, sono i giorni del lutto nazionale per la morte del Presidente Ciampi.

A me non piace più di tanto dover parlare per forza di qualcuno d’illustre, soltanto perché è morto e quindi lo fanno tutti. Ci sarebbero tante considerazioni da fare, su come davvero gestiamo la memoria di quelle persone pubbliche che hanno dato qualcosa a tutti.

Ciò che mi spinge a prendere la parola, è l’insistere e lo sperticarsi, negli elogi funebri su Ciampi, sul suo attivismo patriota. Tutti hanno piacere a sentirsi italiani, soprattutto quando non costa nulla, e quindi ognuno sembra contento in questa celebrazione.

L’osservazione mi ha insegnato che spesso è proprio sui concetti di patria e nazione, soprattutto quando sono accolti con superficialità e senza ragionamento, che sorgono gli odii, le discriminazioni o anche quelle chiacchiere perbeniste a cui talvolta ci capita d’assistere sui mezzi pubblici. Quando perciò se ne parla, come ora avviene per ingessare Ciampi quale padre della patria, occorre perciò prestare attenzione.

Non fraintendetemi: Ciampi infatti è stato, a suo modo, un autentico custode del sentimento nazionale, specialmente negli anni delle derive regionalistiche di destra. Forse i latini avrebbero perfino detto un restitutor patriae¹. Ma nel mio ricordo giovane del suo settennato, le sue idee di patria e nazione non erano magnificazioni di una vuota italianità tricolore.

Nella concezione trasmessami da Ciampi, patria era anzitutto patrimonio collettivo, vivente nella dimensione pratica della realtà quotidiana: perché esiste una patria o una nazione solo dove dei cittadini se ne sentano partecipi protagonisti, e non sudditi. L’identità italiana quindi non era qualcosa di passivo, un povero ed inutile ossequio a incomprensibili simboli del passato, ma una forza dinamica che proprio a partire dalla memoria, soprattutto quella della lotta di liberazione contro la dittatura fascista, offriva una nuova energia per guardare al futuro.

Una volta quindi legata l’identità nazionale ad una prospettiva verso il futuro, essere italiani diveniva un qualcosa aperto a tutti. Perché paradossalmente vorrei sostenere che forse non si è automaticamente italiani, semplicemente perché “lo si nasce”, ma solo se ci si comporta prima di tutto da cittadini di questa comunità. E tutti lo possono fare, indipendentemente dal loro paese d’origine, perché chiunque in Italia stia costruendo con il suo lavoro e la sua fatica il futuro di questo paese, merita l’appellativo di italiano.

Francesco

¹ Ovvero un restauratore o salvatore della patria.

Sulla morte di Umberto Eco

Qualche minuto fa ho appreso della morte di Umberto Eco dalla televisione.

Lascio ad altri l’ingrato compito di descrivere, punto per punto, chi era e cosa ha fatto: senza falsa modestia, non ne sarei davvero capace.

L’unica cosa che so, e che mi sento di scrivere, è che con lui se ne va un uomo poliedrico e dai mille interessi, animato da una curiosità senza pregiudizi verso tutto ciò che, all’interno di una società, può essere considerato cultura: dalla televisione ed i fumetti alla letteratura e la filosofia. All’interno dell’ambiente intellettuale italiano, e forse anche internazionale, sono state e rimangono rare le figure come quella di Eco: persone che, senza farsi fermare da categorie fisse ed univoche, le attraversano ed oltrepassano – e lui, con un merito mai troppo grande, lo ha fatto spesso giocando. Non aveva quindi paura di attraversare la cultura che altri dicevano “bassa”, perché sapeva che comunque, nel gran gioco dell’umanità, anch’essa era cultura.

Inoltre, con lui se ne va uno degli ultimi intellettuali “italiani”: dove l’aggettivo che uso non nasconde nessun bigotto ed odioso nazionalismo, ma il semplice ricordo di una prospettiva culturale capace di parlare al resto del mondo, con originalità e alla pari. Infatti Eco, nella sua saggia e vivace attenzione per la contemporaneità, non dimenticava mai ciò che di buono, nel tempo, aveva offerto la nostra tradizione umanistica.

Oggi il panorama della cultura italiana, già spesso insidiato e compromesso da più punti di vista, perde una voce insostituibile.

Francesco

Aggiunta: ecco il breve passaggio di una intervista ad Eco che ho visto su Twitter.

“Ho il sospetto che [il senso dell’umorismo] sia collegato al fatto che siamo tra i soli animali che sanno che devono morire. Gli altri animali non lo sanno. Lo capiscono solo improvvisamente, nel momento in cui muoiono. […] Penso che la commedia sia la quintessenziale reazione umana alla paura della morte. Se lei mi chiedesse qualcosa di più, non potrei dire. Ma forse potrei creare un segreto fittizio ora, e lasciar pensare a tutti che io abbia una teoria sulla commedia tra i mie lavori, cosicché quando sarò morto sciuperanno molto tempo nel tentativo di ritrovare il mio libro segreto”. (Umberto Eco, traduzione mia dall’intervista in inglese)

La Costituzione e la famiglia naturale: giusto due parole!

Ecco, ehm, io non volevo riaprire questo blog con un’immediata polemica, ma come d’uso sono questi tempi cattivi a forzarmi prima le imprecazioni fuor di bocca, e poi la mano per scrivere la mia più-che-soggettiva opinione.

Poiché forse non ho più la tempra di sostenere lunghe crociate morali, se scrivo lo faccio giusto per mettere in chiaro alcuni principî che dovrebbero informare, secondo me, ogni dibattito che abbia come oggetto la discussione di cosa si possa intendere per “famiglia” nell’ambito della legiferazione dello Stato.

La mia considerazione parte da una riflessione su cosa possa significare l’aggettivo “naturale” nel dettato dell’articolo 29 della Costituzione, che qui riprendo per intero:

La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare.

Di cosa ci informa quell’aggettivo, “naturale”? Si sta davvero facendo riferimento, come vorrebbe parte dell’opinione cattolica, alla naturalità del rapporto sessuale fra un uomo ed una donna? Potrebbe, certamente – ma io non penso, anzi credo ad una interpretazione più profondamente giuridica e decisamente più inclusiva ed aperta ai diritti umani, in piena fede allo spirito del dettame costituzionale.

Quel naturale, infatti per me è prima di tutto testimonianza di un’accortezza del legislatore: ovverosia, di riconoscere come la famiglia non sia fondata e creata da una legge dello Stato, ma che essa pre-esista allo Stato, in quanto formazione storica e sociale antecedente allo Stato stesso. Per i non addetti potrebbe sembrare un discorso innocuo o pedante, quindi chiariamone subito le conseguenze: affermare che non sia lo Stato a dettare cosa sia una famiglia, vuol dire che è la società – una cosa viva e non un pezzo di carta stampata – a decidere nella sua pratica quotidiana cosa sia una famiglia. Perciò allo Stato spetta quale compito principale di riconoscere, sancire e tutelare attraverso la legge ciò che la società vivente considera come famiglia, ovvero l’unione di due o più persone strette da un vincolo. Se al contrario lo Stato, per una colpevole pigrizia del legislatore, non si dota di leggi adatte a tutelare le nuove forme di associazione sociale rimanendo invece ancorato a forme vecchie ed univoche, ribalta il rapporto: non è più la società naturale ad indicare la forma della famiglia, ma è lo Stato che prescrive, incostituzionalmente, una forma di famiglia vecchia ed artificiosa a scapito di quelle naturali e vive presenti nel corpo della società.

Chi sul diritto di famiglia si fa esponente di una interpretazione intransigente del cristianesimo cattolico, infischiandosene di una società che non è più solo cattolica e che conosce altre forme di famiglia, non solo ignora volutamente le aspirazioni e le esistenze di altre persone, ma rischia quindi di tradire la stessa legge fondamentale dello Stato italiano, ovvero la Costituzione. Non solo, il cattolico ultra-ortodosso rischia oggi di condannarsi a quella preistoria giuridica in cui tutti abbiamo relegato per esempio il vecchio art. 144 del Codice Civile: perché credo che quasi nessuno fra i cattolici odierni si sognerebbe di difendere la potestà maritale e la subordinazione legale della moglie al marito. Eppure, quell’articolo era una volta vigente: quando la società è cambiata, il legislatore è intervenuto. Lo stesso compito spetta al legislatore di oggi: riconoscere altre forme legali di famiglia.

Ribadiamo, quindi: non è la legge dello Stato che precede la famiglia, ma è la famiglia, nelle varie forme che assume in società, ad essere antecedente alle leggi dello Stato. Scopo del legislatore è quello quindi di individuare forme legali ai negozi giuridici che persone concrete ed in carne ed ossa richiedono per essere tutelate e protette nei loro diritti sociali ed affettivi. L’impegnativo incarico a cui perciò, con attenzione e soprattutto umanità, deve ottemperare lo Stato è quello di riconoscere sia l’emergere in generale di nuove modalità familiari, sia quell’odierna e mutata sensibilità sociale per cui l’unione e l’amore fra persone dello stesso sesso non è più qualcosa di mostruoso¹.

In questi giorni il disegno di legge sulle unioni civili è finalmente la testimonianza dell’impegno del legislatore ad interpretare davvero se stesso, ovvero il tutore di istanze reali e presenti nella società. Legalmente, è vero, ancora non potremo chiamare “famiglie” queste unioni di persone: perché come ricorda l’articolo 29, vengono riconosciute come famiglie solamente quelle fondate sul matrimonio. C’è purtroppo quindi da superare ancora il doppio scoglio sia di una reinterpretazione inclusiva del significato del matrimonio – nella mentalità ancora troppo istituto sacramental-religioso piuttosto che negozio giuridico² – sia di una maggiore accettabilità sulla possibilità per una coppia omosessuale di adottare dei figli.

Ma, come si dice, Roma non è stata costruita in un giorno – e meno che mai il diritto. Anche senza poterle chiamare famiglie, per il momento possiamo anche accontentarci di questo surrogato giuridico, perché colma un tragico vuoto frutto di una maliziosa inerzia e di una cattiva volontà politica.

Francesco

¹ Lo so che, considerando l’omofobia che a volte circola, questa “mutata sensibilità sociale” sembra tutt’altro che raggiunta, ma voglio essere ottimista. 😉

² Che poi sul significato del matrimonio ci sarebbe molto da dire e ridire: mi limito a scrivere che i criteri esclusivi con cui viene di solito definito il matrimonio, secondo me sono irragionevoli. Se infatti prendiamo come caratteristica distintiva per poter sposarsi quella di essere da una parte un uomo e dall’altra una donna, rendiamo non necessario l’unico vero legame morale fra due persone: l’amore. Accampare il fatto che il matrimonio è possibile solo fra uomo e donna perché è l’unica combinazione capace sia d’amarsi che di aver figli, e spostare quindi il criterio di famiglia sulla capacità di aver figli, è assolutamente un indegno torto fatto alle coppie incapaci di generare – poiché secondo questo criterio esclusivamente procreativo, queste non potrebbero essere dette famiglie. Non sarà forse che l’unica vera saggezza sia nel rendere il matrimonio accessibile, con diritti e doveri, a qualunque coppia voglia percorrere assieme un tratto – ci si augura il più lungo e felice possibile – della propria vita?

Festa della Liberazione: il 25 Aprile delle Donne

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Un fotogramma dal documentario di Liliana Cavani (1965) sulla resistenza al femminile.

Oggi potrei fare tanti discorsi sulla festa della Liberazione, il 25 Aprile. Ma preferisco lasciare la parola alle richieste di giustizia e libertà delle donne di un’altra epoca. C’è vera democrazia solo e solo quando l’indispensabile voce delle donne si sente forte e chiara. Ogni volta che vedo una donna lottare, ogni volta che sento non tanto commenti sessisti, ma veri e propri pregiudizi sulle capacità e sulle qualità delle donne, so che – con tutti i miei difetti – è mio dovere fare il possibile, perché la strada è ancora da completare. Questo vale anche a “sinistra” e fra le persone cosiddette “illuminate”, che nei loro rapporti privati smentiscono coi fatti la bellezza delle loro affermazioni.

Senza la Liberazione, il diritto al voto per tutte non ci sarebbe stato. Sono passati quasi 70 anni, ma facciamo che queste parole e questo spirito non siano mai dimenticati.

“Donne Italiane,

Dopo venti anni di fascismo, dopo venti anni di lotte, di patimenti, di umiliazioni e di forzato silenzio, oggi finalmente, l’Italia liberata da questo infame regime, liberamente vi parla.

Parla a voi che come gli uomini avete sofferto e lottato, a voi che mai siete state considerate, a voi che siete state sempre e solo oggetto di umiliazione e di sfruttamento.

Oggi non è più così, il nuovo ordinamento politico ha uguagliato i vostri diritti a quelli dell’uomo, oggi siete al pari di chiunque, considerate, valutate ed ascoltate.” (da un manifesto del 7 Giugno 1945 dell’Unione Donne Italiane di Voghera)

“Cittadini, Cittadine!

Un fatto nuovo si verificherà nelle prossime elezioni amministrative:

Le donne andranno pure esse alle urne; le donne potranno apertamente manifestare quali siano i loro orientamenti politici, quale la loro volontà.

Alle amministrazioni comunali che saranno prossimamente elette, le donne chiedono:

1 – La municipalizzazione dei servizi indispensabili alla collettività; appoggio alla cooperazione.

2 – Equa e sorvegliata distribuzione delle derrate alimentari e dei generi di prima necessità; lotta tenace contro il mercato nero.

3 – Precedenza assoluta alla ricostruzione delle abitazioni civili; lotta contro la disoccupazione e il banditismo.

4 – Energica azione nel campo dell’igiene e della sanità pubblica che se trascurato può portare delle conseguenze disastrose; aumento del numero dei medici e delle ostetriche, di condotta.

5 – Carattere di solidarietà umana nell’assistenza.

6 – Scuole, asili, collegi per i bimbi.

7 – Lo stato fallimentare delle finanze comunali sia risanato da una politica tributaria che non gravi sulle masse popolari.

A tutte queste richieste le donne aggiungono quella che è la più importante per la ricostruzione dell’Italia:

Lotta a fondo contro la reazione e contro il fascismo nelle sue più svariate forme.

L’Unione Donne Italiane di Parma”

(testo integrale di un manifesto del 1946)

Recensione: Il diavolo probabilmente (1977)

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Un giovane s’ammazza. Anzi, no, sembra che sia stato suicidato da qualcuno. Non sappiamo cosa è successo, l’unica via per scoprirlo è percorrere la visione di questo film, Il diavolo probabilmente (Le Diable probablement, 1977), che Robert Bresson girò alla tenera età di circa 76 anni. Se si riflette su questo mero dato anagrafico, già si può comprendere la magnifica statura di un personaggio, Bresson, che con questo film tenta di raccontare secondo un proprio originale stile la gioventù del ’77, al fine di estrarne quel condensato d’Assoluto che riguarda proprio la giovinezza, concetto cristallino eppure sempre sfuggente per chiunque. D’altronde, le migliori giovinezze si vivono senza saperlo.

Una notizia di giornale quindi ci riporta, subito all’inizio, della morte di quello che comprenderemo essere il protagonista del film. Ma forse, più che protagonista, lo potremmo definire personaggio principale di un racconto corale: un filo d’innocenza che si dipana fra le pieghe di una realtà che sembra molto più assurda e annientante dello stesso pensiero del suicidio.

Aspetti e forme della Distruzione, fagocitando brandelli di realtà, infatti s’avvolgono come edera su di un edificio, quello della società, che sembra diroccarsi lentamente Segnali continui di disfacimento e smantellamento attraversano tutto il film, come monito di una condanna che non solo è già stata pronunciata, ma che è anche già messa in atto.

Il film segue quelli che sono stati gli ultimi sei mesi di vita di Charles, il giovane suicida. Se ne attraversano gli ambienti, le conoscenze, gli slanci che compie per affrontare la sua lotta metafisica contro l’idra a nove teste della Distruzione. Charles vive una sua libertà selvaggia e metropolitana, per certi versi con una vitalità e una serenità tali da essere distante anni luce dalla depressione che ci si aspetterebbe da un personaggio che si suiciderà. È simile al filosofo cinico che invece d’insegnare la sua filosofia nelle scuole, lo fa nella vita scontandone i dettami sulla propria pelle. D’aspetto, con i suoi lunghi capelli castano-chiari, pare uscito da un quadro preraffaellita (forse un’eco del Lancelot du Lac?).

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Charles è quindi prima di tutto un individuo, un singolo. Soprattutto, come s’addice ad una figura del genere, è un solitario in piena contrapposizione alle masse, di qualunque forma. Non rientra infatti nemmeno fra la folla dei giovani rivoluzionari, che mentre invocano in gregge la Distruzione dell’ordine stabilito, sono compagni segreti – nell’annientamento della libertà dell’individuo – dello stesso sistema consumistico.

Nella sua foga, la società dei consumi ha incalzato l’industria nello sfruttamento di qualcosa che all’umanità non appartiene, ma che è le dato solo in prestito: la Natura. Nel film compaiono più sequenze dedicate alle conseguenze dell’inquinamento, registrando così già nel ’77 la sensibilità dell’anziano Bresson per un tema, quello dell’ecologia, che ancora oggi fatica a trovare il suo spazio nonostante tutti i passi fatti. E in Italia, paese dissestato da smottamenti e veleni, sappiamo bene cosa è voluto dire non avere coscienza dell’ambiente.

La natura è così invasa e lentamente distrutta. Gli alberi vengono tagliati anche per fare quei preziosi libri su cui gli intellettuali ripongono tante speranze. La stessa cultura è in declino, crepuscolare, in frantumi; in ultima istanza, minacciata dal Nulla. Se mai le elaborazioni degli intellettuali hanno fornito soluzioni ad una società, dandole unità, in queste condizioni sembrano fallire: la frattura fra pensiero ed azione è consumata, e il “pensiero” sembra essere solo sepolcro a se stesso.

La cultura degli uomini è stanca, inerte davanti alle crepe che minano profondamente la società. Nemmeno la religione, storico collante ideologico, sembra più saper svolgere il suo ruolo aggregante. “Dio è un traditore”: così recitano alcune foto erotiche, che qualcuno pone per scherno in mezzo a dei libri dedicati alla Fede. Il cristianesimo per cui le cattedrali gotiche sono state innalzate, sopravvive faticosamente fra i fedeli spaesati: il mistero della Fede, della comunione fra un Dio distante e il minimo individuo, è alla mercè della dissezione intellettuale. L’esperienza dell’Assoluto si perde fra i vaniloqui recitati nei sacri libri dei pensatori alla moda.

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È un crepuscolo di civiltà, e le masse si muovono inconsapevoli, s’agitano e danzano alla musica del melodioso flautista: il diavolo, probabilmente. Il medioevo è distante (?), ma la danse macabre è un ballo eterno, inarrestabile. E coinvolge tutti noi. Organizziamo i nostri passi e le nostre movenze sperando di seguire il ritmo di una musica lontana, la cui partitura è invisibile e negata all’occhio umano.

Ma mantenere il passo e il tempo giusto, mentre una società chiude i suoi orizzonti, è cosa ardua. Tempo di Dio, tempo degli affetti e tempo economico collidono e si scontrano fra loro: la prima vittima è la coscienza dell’individuo, e il nostro rapporto col tempo perde via via la sua compattezza ed unità, lasciando il singolo confuso all’interno della propria esistenza. Come in una gabbia fatta di specchi.

Quando le illusioni ci circondano, è meglio affidarsi alle ragioni del cuore. Così tra i momenti in cui forse si ritrova la vita, ci sono gli amplessi e le emozioni dell’amore, di quei legami che per qualche istante sembrano trapassare la notte del mondo.

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Che l’amore sia una delle forme più sincere di vita, Charles lo racconta ad uno psicanalista verso il quale è stato indirizzato dai suoi amici, impauriti che egli possa suicidarsi. È vero, lui ci andrà, forse anche con la speranza di trovare delle risposte: ma il colloquio “terapeutico” diverrà una sfida in cui Charles, rispondendo con onestà al medico della mente, mostrerà a quest’ultimo la verità. Anche lo psicanalista, con la sua scienza, non è che parte del meccanismo economico di produzione: se la psicanalisi un tempo poteva essere una liberazione del singolo dalla società, ora è pienamente partecipe nell’oppressione. Nel suo tentativo di razionalizzare l’invisibile, razionalizza e riduce anche l’individuo dalle sue originalità: e alla fine della seduta, lo psicanalista si fa pagare per aver restituito una persona alla produttività. La cartamoneta che Charles gli dà è la testimonianza di come una scienza passi da soccorso a consumo.

Una droga, per certi versi simile all’eroina di cui fa uso Valentin, un amico di Charles. Il nostro protagonista cercherà di salvarlo dalla dipendenza che lo costringe a rubare. Ma Valentin non è che la estrema conseguenza dell’ordinamento economico: come gli altri che, quando s’annoiano e non sanno che fare delle loro vite, spendono i loro salari per acquistare porzioni di piacere, lui fa lo stesso. Con l’eccezione che, quei soldi che garantiscono la consumazione del piacere, Valentin li ruba.

Ad ogni desiderio, si può trovare un accomodamento: è questo che promette la società dei consumi. È la meccanizzazione dei piaceri sintetici. E Charles, simbolicamente troverà la fine proprio per mano di chi deve garantirsi accesso al Piacere: la società non ammette eccezioni per chi è selvaggio. Un misero carnefice, in una notte, non farà altro che eseguire una sentenza di morte già scritta dall’ordine sociale.

Il film rappresenta così il transito di chi passa dagli ideali della giovinezza al sistema industriale contemporaneo: Charles, questo rito di passaggio lo fallisce. Non trova infatti collocazione né professionale né sociale, e conclude la sua vita nella sterilità. La sua non sarà una morte importante, il mondo rimarrà indifferente, perché resterà solo uno dei tanti che se ne vanno. Il suicidio rimane un fatto veramente importante solo per chi lo compie.

Il quadro che il film dipinge davanti ai nostri occhi, sembrerebbe quindi desolante, senza via d’uscita: cercare la morte, alla resa dei conti, è una scelta che si può rispettare, ma idiota nei suoi risultati. Ma anche vivere per consumare in una eterna ripetizione i tanti piaceri sintetici, alla lunga non porta altro che a sopravvivere alla morte della propria stessa anima – Life-in-Death (Vita in Morte), per dirla con Coleridge. Eppure, a noi che sopravviviamo rimane un’alternativa, perché attraverso tutte le crepe della realtà batte anche una Vita che chiede di essere strappata via dalla rovina.

Come direbbe Michel, un amico di Charles, si tratta di vivere per vivere, di abbattere la noia con la forza stessa della vita. Non con il ragionamento o con l’intelligenza, ma con qualcos’altro. Michel è per tutto il film il più convinto e onesto combattente contro il Nulla. Forse sono i sentimenti che riscattano una vita: il solo combustibile per mantenere una ponderata anarchia esistenziale, l’unico modo per conservare una propria integrità e innocenza morale.

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In numeri: 7/10. Perché? Non è per tutti: a molti potrebbe apparire datato nella messinscena; inoltre la scelta di Bresson di non usare attori professionisti, per ottenere una recitazione il più possibile “pura”, potrebbe allontanare altri. Una recitazione che, per una scelta stilistica condivisibile o meno, è compassata e induce una estraneità da teatro epico brechtiano, accentuando gli elementi di ineluttabilità e fatalità caratteristici del film.

Ma ovviamente 8/10 se sapete cosa vuol dire bere fino nel profondo dall’amaro calice.

Dedicato a C., per i temi cari all’amica che avevo. E un grazie ad E. per i “suoi” Cocteau e Alain-Fournier.

Francesco ♠

Scheda tecnica. Regista: Robert Bresson. Attori principali: Antoine Monnier (Charles), Tina Irissari (Alberte), Henri de Maublanc (Michel), Laetitia Carcano (Edwige), Nicolas Deguy (Valentin), Régis Hanrion (Dr. Mime, Psicanalista), Geoffroy Gaussen (Libraio), Roger Honorat (Commissario). Durata: 93′.