Onore, uomini e bestie ai tempi dei cavalier cortesi

Miniatura dal Codex Manesse, rappresentante il poeta e cavaliere Hartmann von Aue. Fonte: Wikimedia Commons.

“Colui che è spinto dal suo animo
a compiere volentieri azioni buone,
è destinato a riuscire.
Invece oggi ci sono molti uomini
nel mondo, che io vedo
vivere senza onore, come bestie.
Che scopo ha vivere, per un uomo così?
Costui sperpera vanamente
la grazia e l’aiuto
che Dio ha dato al mondo”. (vv. 123-132)

Da: Anonimo tedesco del XII-XIII secolo, Moriz von Craûn, traduzione di A. Palermo.

Festa della Liberazione: il 25 Aprile delle Donne

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Un fotogramma dal documentario di Liliana Cavani (1965) sulla resistenza al femminile.

Oggi potrei fare tanti discorsi sulla festa della Liberazione, il 25 Aprile. Ma preferisco lasciare la parola alle richieste di giustizia e libertà delle donne di un’altra epoca. C’è vera democrazia solo e solo quando l’indispensabile voce delle donne si sente forte e chiara. Ogni volta che vedo una donna lottare, ogni volta che sento non tanto commenti sessisti, ma veri e propri pregiudizi sulle capacità e sulle qualità delle donne, so che – con tutti i miei difetti – è mio dovere fare il possibile, perché la strada è ancora da completare. Questo vale anche a “sinistra” e fra le persone cosiddette “illuminate”, che nei loro rapporti privati smentiscono coi fatti la bellezza delle loro affermazioni.

Senza la Liberazione, il diritto al voto per tutte non ci sarebbe stato. Sono passati quasi 70 anni, ma facciamo che queste parole e questo spirito non siano mai dimenticati.

“Donne Italiane,

Dopo venti anni di fascismo, dopo venti anni di lotte, di patimenti, di umiliazioni e di forzato silenzio, oggi finalmente, l’Italia liberata da questo infame regime, liberamente vi parla.

Parla a voi che come gli uomini avete sofferto e lottato, a voi che mai siete state considerate, a voi che siete state sempre e solo oggetto di umiliazione e di sfruttamento.

Oggi non è più così, il nuovo ordinamento politico ha uguagliato i vostri diritti a quelli dell’uomo, oggi siete al pari di chiunque, considerate, valutate ed ascoltate.” (da un manifesto del 7 Giugno 1945 dell’Unione Donne Italiane di Voghera)

“Cittadini, Cittadine!

Un fatto nuovo si verificherà nelle prossime elezioni amministrative:

Le donne andranno pure esse alle urne; le donne potranno apertamente manifestare quali siano i loro orientamenti politici, quale la loro volontà.

Alle amministrazioni comunali che saranno prossimamente elette, le donne chiedono:

1 – La municipalizzazione dei servizi indispensabili alla collettività; appoggio alla cooperazione.

2 – Equa e sorvegliata distribuzione delle derrate alimentari e dei generi di prima necessità; lotta tenace contro il mercato nero.

3 – Precedenza assoluta alla ricostruzione delle abitazioni civili; lotta contro la disoccupazione e il banditismo.

4 – Energica azione nel campo dell’igiene e della sanità pubblica che se trascurato può portare delle conseguenze disastrose; aumento del numero dei medici e delle ostetriche, di condotta.

5 – Carattere di solidarietà umana nell’assistenza.

6 – Scuole, asili, collegi per i bimbi.

7 – Lo stato fallimentare delle finanze comunali sia risanato da una politica tributaria che non gravi sulle masse popolari.

A tutte queste richieste le donne aggiungono quella che è la più importante per la ricostruzione dell’Italia:

Lotta a fondo contro la reazione e contro il fascismo nelle sue più svariate forme.

L’Unione Donne Italiane di Parma”

(testo integrale di un manifesto del 1946)

Recensione: Il diavolo probabilmente (1977)

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Un giovane s’ammazza. Anzi, no, sembra che sia stato suicidato da qualcuno. Non sappiamo cosa è successo, l’unica via per scoprirlo è percorrere la visione di questo film, Il diavolo probabilmente (Le Diable probablement, 1977), che Robert Bresson girò alla tenera età di circa 76 anni. Se si riflette su questo mero dato anagrafico, già si può comprendere la magnifica statura di un personaggio, Bresson, che con questo film tenta di raccontare secondo un proprio originale stile la gioventù del ’77, al fine di estrarne quel condensato d’Assoluto che riguarda proprio la giovinezza, concetto cristallino eppure sempre sfuggente per chiunque. D’altronde, le migliori giovinezze si vivono senza saperlo.

Una notizia di giornale quindi ci riporta, subito all’inizio, della morte di quello che comprenderemo essere il protagonista del film. Ma forse, più che protagonista, lo potremmo definire personaggio principale di un racconto corale: un filo d’innocenza che si dipana fra le pieghe di una realtà che sembra molto più assurda e annientante dello stesso pensiero del suicidio.

Aspetti e forme della Distruzione, fagocitando brandelli di realtà, infatti s’avvolgono come edera su di un edificio, quello della società, che sembra diroccarsi lentamente Segnali continui di disfacimento e smantellamento attraversano tutto il film, come monito di una condanna che non solo è già stata pronunciata, ma che è anche già messa in atto.

Il film segue quelli che sono stati gli ultimi sei mesi di vita di Charles, il giovane suicida. Se ne attraversano gli ambienti, le conoscenze, gli slanci che compie per affrontare la sua lotta metafisica contro l’idra a nove teste della Distruzione. Charles vive una sua libertà selvaggia e metropolitana, per certi versi con una vitalità e una serenità tali da essere distante anni luce dalla depressione che ci si aspetterebbe da un personaggio che si suiciderà. È simile al filosofo cinico che invece d’insegnare la sua filosofia nelle scuole, lo fa nella vita scontandone i dettami sulla propria pelle. D’aspetto, con i suoi lunghi capelli castano-chiari, pare uscito da un quadro preraffaellita (forse un’eco del Lancelot du Lac?).

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Charles è quindi prima di tutto un individuo, un singolo. Soprattutto, come s’addice ad una figura del genere, è un solitario in piena contrapposizione alle masse, di qualunque forma. Non rientra infatti nemmeno fra la folla dei giovani rivoluzionari, che mentre invocano in gregge la Distruzione dell’ordine stabilito, sono compagni segreti – nell’annientamento della libertà dell’individuo – dello stesso sistema consumistico.

Nella sua foga, la società dei consumi ha incalzato l’industria nello sfruttamento di qualcosa che all’umanità non appartiene, ma che è le dato solo in prestito: la Natura. Nel film compaiono più sequenze dedicate alle conseguenze dell’inquinamento, registrando così già nel ’77 la sensibilità dell’anziano Bresson per un tema, quello dell’ecologia, che ancora oggi fatica a trovare il suo spazio nonostante tutti i passi fatti. E in Italia, paese dissestato da smottamenti e veleni, sappiamo bene cosa è voluto dire non avere coscienza dell’ambiente.

La natura è così invasa e lentamente distrutta. Gli alberi vengono tagliati anche per fare quei preziosi libri su cui gli intellettuali ripongono tante speranze. La stessa cultura è in declino, crepuscolare, in frantumi; in ultima istanza, minacciata dal Nulla. Se mai le elaborazioni degli intellettuali hanno fornito soluzioni ad una società, dandole unità, in queste condizioni sembrano fallire: la frattura fra pensiero ed azione è consumata, e il “pensiero” sembra essere solo sepolcro a se stesso.

La cultura degli uomini è stanca, inerte davanti alle crepe che minano profondamente la società. Nemmeno la religione, storico collante ideologico, sembra più saper svolgere il suo ruolo aggregante. “Dio è un traditore”: così recitano alcune foto erotiche, che qualcuno pone per scherno in mezzo a dei libri dedicati alla Fede. Il cristianesimo per cui le cattedrali gotiche sono state innalzate, sopravvive faticosamente fra i fedeli spaesati: il mistero della Fede, della comunione fra un Dio distante e il minimo individuo, è alla mercè della dissezione intellettuale. L’esperienza dell’Assoluto si perde fra i vaniloqui recitati nei sacri libri dei pensatori alla moda.

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È un crepuscolo di civiltà, e le masse si muovono inconsapevoli, s’agitano e danzano alla musica del melodioso flautista: il diavolo, probabilmente. Il medioevo è distante (?), ma la danse macabre è un ballo eterno, inarrestabile. E coinvolge tutti noi. Organizziamo i nostri passi e le nostre movenze sperando di seguire il ritmo di una musica lontana, la cui partitura è invisibile e negata all’occhio umano.

Ma mantenere il passo e il tempo giusto, mentre una società chiude i suoi orizzonti, è cosa ardua. Tempo di Dio, tempo degli affetti e tempo economico collidono e si scontrano fra loro: la prima vittima è la coscienza dell’individuo, e il nostro rapporto col tempo perde via via la sua compattezza ed unità, lasciando il singolo confuso all’interno della propria esistenza. Come in una gabbia fatta di specchi.

Quando le illusioni ci circondano, è meglio affidarsi alle ragioni del cuore. Così tra i momenti in cui forse si ritrova la vita, ci sono gli amplessi e le emozioni dell’amore, di quei legami che per qualche istante sembrano trapassare la notte del mondo.

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Che l’amore sia una delle forme più sincere di vita, Charles lo racconta ad uno psicanalista verso il quale è stato indirizzato dai suoi amici, impauriti che egli possa suicidarsi. È vero, lui ci andrà, forse anche con la speranza di trovare delle risposte: ma il colloquio “terapeutico” diverrà una sfida in cui Charles, rispondendo con onestà al medico della mente, mostrerà a quest’ultimo la verità. Anche lo psicanalista, con la sua scienza, non è che parte del meccanismo economico di produzione: se la psicanalisi un tempo poteva essere una liberazione del singolo dalla società, ora è pienamente partecipe nell’oppressione. Nel suo tentativo di razionalizzare l’invisibile, razionalizza e riduce anche l’individuo dalle sue originalità: e alla fine della seduta, lo psicanalista si fa pagare per aver restituito una persona alla produttività. La cartamoneta che Charles gli dà è la testimonianza di come una scienza passi da soccorso a consumo.

Una droga, per certi versi simile all’eroina di cui fa uso Valentin, un amico di Charles. Il nostro protagonista cercherà di salvarlo dalla dipendenza che lo costringe a rubare. Ma Valentin non è che la estrema conseguenza dell’ordinamento economico: come gli altri che, quando s’annoiano e non sanno che fare delle loro vite, spendono i loro salari per acquistare porzioni di piacere, lui fa lo stesso. Con l’eccezione che, quei soldi che garantiscono la consumazione del piacere, Valentin li ruba.

Ad ogni desiderio, si può trovare un accomodamento: è questo che promette la società dei consumi. È la meccanizzazione dei piaceri sintetici. E Charles, simbolicamente troverà la fine proprio per mano di chi deve garantirsi accesso al Piacere: la società non ammette eccezioni per chi è selvaggio. Un misero carnefice, in una notte, non farà altro che eseguire una sentenza di morte già scritta dall’ordine sociale.

Il film rappresenta così il transito di chi passa dagli ideali della giovinezza al sistema industriale contemporaneo: Charles, questo rito di passaggio lo fallisce. Non trova infatti collocazione né professionale né sociale, e conclude la sua vita nella sterilità. La sua non sarà una morte importante, il mondo rimarrà indifferente, perché resterà solo uno dei tanti che se ne vanno. Il suicidio rimane un fatto veramente importante solo per chi lo compie.

Il quadro che il film dipinge davanti ai nostri occhi, sembrerebbe quindi desolante, senza via d’uscita: cercare la morte, alla resa dei conti, è una scelta che si può rispettare, ma idiota nei suoi risultati. Ma anche vivere per consumare in una eterna ripetizione i tanti piaceri sintetici, alla lunga non porta altro che a sopravvivere alla morte della propria stessa anima – Life-in-Death (Vita in Morte), per dirla con Coleridge. Eppure, a noi che sopravviviamo rimane un’alternativa, perché attraverso tutte le crepe della realtà batte anche una Vita che chiede di essere strappata via dalla rovina.

Come direbbe Michel, un amico di Charles, si tratta di vivere per vivere, di abbattere la noia con la forza stessa della vita. Non con il ragionamento o con l’intelligenza, ma con qualcos’altro. Michel è per tutto il film il più convinto e onesto combattente contro il Nulla. Forse sono i sentimenti che riscattano una vita: il solo combustibile per mantenere una ponderata anarchia esistenziale, l’unico modo per conservare una propria integrità e innocenza morale.

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In numeri: 7/10. Perché? Non è per tutti: a molti potrebbe apparire datato nella messinscena; inoltre la scelta di Bresson di non usare attori professionisti, per ottenere una recitazione il più possibile “pura”, potrebbe allontanare altri. Una recitazione che, per una scelta stilistica condivisibile o meno, è compassata e induce una estraneità da teatro epico brechtiano, accentuando gli elementi di ineluttabilità e fatalità caratteristici del film.

Ma ovviamente 8/10 se sapete cosa vuol dire bere fino nel profondo dall’amaro calice.

Dedicato a C., per i temi cari all’amica che avevo. E un grazie ad E. per i “suoi” Cocteau e Alain-Fournier.

Francesco ♠

Scheda tecnica. Regista: Robert Bresson. Attori principali: Antoine Monnier (Charles), Tina Irissari (Alberte), Henri de Maublanc (Michel), Laetitia Carcano (Edwige), Nicolas Deguy (Valentin), Régis Hanrion (Dr. Mime, Psicanalista), Geoffroy Gaussen (Libraio), Roger Honorat (Commissario). Durata: 93′.

Lemony Snicket’s A Series of Unfortunate Events

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Un bel pezzo d’animazione tratto dai credits di Lemony Snicket – Una serie di sfortunati eventi, un film non stupido e certamente un po’ sadico.

Una fiaba “nera” con una morale concreta: quello che non ci aspettiamo, se lo sappiamo prendere ed affrontare con speranza, invece che occasione di sconfitta può essere un’opportunità per sopravvivere meglio di quanto avremmo creduto.

Padroni dei sogni

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Da “Blade Runner”. Chi ha visto il film, capirà. A chi non l’ha visto, non glielo posso spiegare senza fare spoiler. Quindi che aspettate? Correte a vederlo.

Nessuno è padrone dei propri sogni

Ci si presentano di soppiatto, nel sonno, e forse non è un caso che chi ricorda i propri sogni è proprio colui che ha il sonno leggero, che si sveglia per quei due o tre momenti necessari per ricordarsi e catturare così qualcuna delle sue apparizioni mentali.

Immagini, i sogni, che creano spazi apparentemente infiniti all’interno della nostra mente. A volte la stessa dimensione del sogno sembra voler fuoriuscire dal cranio, dilatarlo e trascinarlo verso una realtà senza né tempo né luogo.

Eppure nessuno è padrone dei propri sogni. Lo stesso imprevedibile destino che sembra governare casualmente la nostra veglia, governa i sogni. Improvvisi, inusitati, strani percorsi che s’intraprendono senza volerlo. Siamo alla mercé del Caso, così come quando camminiamo per strada.

Immagini e soprattutto frammenti delle nostre emozioni collassano gli uni sulle altre, combinandosi. È l’esasperazione di ciò che abbiamo vissuto e visto, non ci è data la creazione di un qualcosa che non abbiamo mai davvero veduto o conosciuto. L’unica libertà che abbiamo è nel cavalcare l’onda.

Ma “sogno” ha anche un’altra accezione consueta, quella di aspirazione. Sintomatico che per ciò di cui non abbiamo ancora un’idea precisa, ma fumosa, e da cui però ci aspettiamo del bene, parliamo di sogno. Modelliamo spesso una vita alla rincorsa di un sogno, di una sua realizzazione.

Ci sfugge che quel sogno, quel modello di vita, non continua ad essere altro che un riflesso di ciò che abbiamo assorbito, non ricordiamo quando non ricordiamo dove.

Siamo tutti dei Replicanti. Replichiamo i sogni di qualcun’altro, cercando disperatamente di confermarci che stiamo deragliando da qualcosa di prestabilito.

Francesco ♠

Crescita, stato adulto

Crescere non può significare costringersi ad accettare la vita come una zona grigia, avvolgente ed amorfa, lavata via da ogni netto bianco e nero che gli ideali ci parevano delineare davanti. Non è questo che vuol dire essere maturi e salvarsi dall’inferno.

Bianco e nero continuano ad esistere. Perdere la capacità di distinguerli, non li elimina. Compaiono appaiati, al nostro fianco, e tutto quello che appare grigio, a ben vedere, non è che un mosaico molto più ampio di quanto aspettavamo, dove tessere di entrambi i colori continuano a combattere il loro silenzioso contrasto.

Avere la vista poco allenata a vedere la trama di questo intreccio, disgraziatamente non è una scusa.

Francesco ♠