L’Assoluto attraverso la luce: le cattedrali eteree di Claude Monet

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Dio è nelle chiese, nelle cattedrali, almeno fin quando non arriva il prete.

Pare l’abbia detto Victor Hugo. Non so né quando né dove, riporto solo quello che dice il protagonista di un film che sto per recensirvi.

Gli edifici religiosi sono luoghi per eccellenza misteriosi. Carichi di simboli, immagini e figure, tutti sappiamo che sono stati costruiti come privilegiati punti di contatto con la rivelazione divina, il più gran mistero fra tutti. Ma il loro significato non è solamente religioso, ed è difficile rimanere indifferenti davanti ad un luogo di culto, qualunque religione esso rappresenti.

C’è dietro infatti qualcosa di più sottile e invisibile. Quei gargoyle, o un’ombra dietro la vetrata di quel rosone, ci spiano in silenzio.

Essere religiosi o meno non c’entra. Attraverso l’aria che raccolgono e trattengono nelle loro architetture, certi edifici ci assalgono nel nostro essere minuti e piccoli, in breve nella nostra mortalità terrena: un luogo infatti che sopravvive a più generazioni di esseri umani, ci mette in contatto diretto con l’enigma del Tempo, con ciò che è avvenuto prima di noi e con ciò che supererà l’arco delle nostre stesse vite. Con la loro carica di antichità e vita trascorsa, questi edifici ci costringono a cambiare prospettiva su noi stessi, ponendoci di fronte all’Assoluto, ovvero davanti a tutto ciò che ci oltrepassa.

Si trattasse poi anche solo di una semplice chiesetta, avremmo comunque di fronte una traccia del sacro, un concetto inespugnabile ad ogni presa intellettuale. Nemmeno un ateo infatti potrà mai ritenersi al sicuro, intellettualmente parlando, da ciò in cui una società ripone la propria sacralità.

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Monet dipinge questa serie di quadri dedicati alla Cattedrale di Rouen fra il 1892 e il 1894. Nel raffigurare questo edificio sacro non segue modelli già disponibili, ma invece adopera un occhio diverso, teso a svelare un mistero naturale altrettanto misterioso quanto quello religioso di Dio: il segreto della Luce. Forse non è un caso che mitologicamente i due siano concetti legati.

Secondo la maniera impressionista, la cattedrale è raffigurata così attraverso la luminosità che rimanda indietro all’occhio: ad ogni porzione di luce che colpisce l’edificio, corrisponde una chiazza di colore. La materia della pietra gotica viene definita quindi mediante la rifrazione, in un lento dissolversi della struttura stessa della chiesa.

I colori percorrono la tela all’inseguimento delle traiettorie stesse della luce, a seconda dei momenti della giornata: la prima coppia di quadri che avete visto rappresenta la mattina; la seconda il mezzogiorno e il meriggio; la terza il calare del sole. In ognuno dei dipinti così sembra quasi di poter annusare il sapore stesso dell’aria: l’umidità della mattina, il secco del meriggio, la prima freschezza della sera. Se ci sembrava quindi di aver perso il “realismo” nella qualità della definizione della cattedrale, sappiamo ora cosa ci restituisce quella che ad una prima occhiata sembrava solo “sfocatezza”: l’esperienza stessa della vita, degli odori e dei sapori, dell’esser lì e vivere partecipi della stessa luce. Immersi.

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Ma non è questo il solo “miracolo” che avviene. Come detto, la materia e la pietra stessa della cattedrale si dissolvono nella luminosità, e la chiesa sembra sfaldarsi. Sotto il peso della luce, le linee sembrano piegarsi e la struttura cede fino alla liquefazione. Le forme si rarefaggono e si distillano: la cattedrale perde la sua realtà, e trasfigura attraverso il riverbero dei colori. Non è più la Cattedrale di Rouen, ma ascende a modello ideale di una chiesa fatta di luce. Nel caso della sua rappresentazione al tramonto, di una chiesa fatta di fuoco.

Alla stregua di un alchimista medievale che abbia scoperto la pietra filosofale, Monet scopre e svela parzialmente il segreto della luce, trasmutando la materia in luminosità. Bagnato e infiammato dalla luce, il reale edificio religioso svapora passando attraverso un falò che ne brucia ogni vanità mondana. Ecco l’Assoluto, una traccia di ciò che chi crede chiama anche Dio.

Francesco ♠

Nota: purtroppo queste sono solo fotografie derivate dai quadri, e quindi di varia qualità.

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Notre Dame in Rouen: prima e intorno a Monet

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William Froome Smallwood, Torre di S. Romano della Cattedrale di Rouen, acquarello, 1831.

Con il titolo del post di oggi, comincerete a capire dove voglio arrivare con il nostro discorso intorno a Notre Dame di Rouen: a Claude Monet e alla sua interpretazione di quest’edificio sacro. Ma prima di affrontare direttamente la questione, mi pareva opportuno offrirvi una carrellata di altre rappresentazioni più o meno coeve. Anche se non ve ne importa un fico secco del Monet, spero che almeno vi godrete le immagini: soprattutto se siete amanti del gotico, del medioevo e di atmosfere notturne o fantastiche.

Sono convinto che per poter apprezzare davvero cosa abbia voluto dire la sfida degli impressionisti, bisogna coglierne le differenze con gli altri stili dell’epoca. Spesso infatti ho visto insegnare l’Impressionismo in astratto, preso singolarmente, come se ad un tratto ad una serie di artisti prendesse voglia di dipingere a macchie, ottenendo un effetto sfocato e perdendo la bella e netta definizione di origine classicista.

Certo, viene detto che gli impressionisti si presentano come alternativa all’arte delle accademie, uscendo all’aria aperta (en plein air), e che nei loro quadri penetrano con pennellate veloci nella vita quotidiana dell’epoca. Ma questo non è sufficiente a spiegare in cosa tangibilmente consista la loro vera innovazione. Per non parlare poi del fatto che spesso il tardo Ottocento sembra in alcune lezioni ridursi solo all’Impressionismo, facendo perdere così ogni costruttivo confronto fra le varie maniere pittoriche: infatti anche altri stili, certo magari meno innovativi, producevano contemporaneamente altrettanto bravi e solidi artisti.

Sfortunatamente, nel proporvi le raffigurazioni della Cattedrale di Rouen non ho trovato veri dipinti. Quello che si avvicina di più alla pittura, è l’acquarello che vedete all’inizio del post, nella prima immagine. È datato 1831, e nel tratto chiaro e di gusto romantico ci attesta, nonostante l’irrimediabile differenza fra tecniche pittoriche, quale poteva essere un modello e uno stile già disponibile agli impressionisti. Eppure loro non hanno preso questa strada.

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Auguste Lepère (1849-1918), Facciata della Cattedrale di Rouen, xilografia.

La seconda immagine è un lavoro a stampa. Non ho disponibile la data, ma già l’arco di vita dell’autore ci indica che quest’ultimo è un pieno contemporaneo di Monet. Un uomo del suo stesso tempo, ma specializzato in incisione, e che ha prodotto una bella e piuttosto dettagliata immagine di quella stessa cattedrale che Monet, al contrario, raffigurerà dipingendo cosi sfocata.

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William Henry Goodyear, Interno della Cattedrale di Rouen, forografia, 1903.

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William Henry Goodyear, Interno della Cattedrale di Rouen, fotografia, 1910.

Una sfocatezza che si pone agli antipodi di ciò che avviene nelle due foto qui sopra, dove dovremmo raggiungere il cosiddetto massimo della fedeltà e della definizione, secondo quella banale vulgata che vorrebbe la fotografia restituire una perfetta copia della realtà. Non dimentichiamo infatti che la fotografia, proprio su quel finire del secolo in cui Monet dipingerà la serie di quadri sulla Cattedrale, è ormai uscita dalla sua fase pionieristica. Ma è ancora in bianco e nero, se vogliamo escludere i tentativi di colorazione a mano.

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Muirhead Bone, Chiaro di luna alla Cattedrale di Rouen, disegno, 1918.

L’ultima immagine, invece, è anche la più tarda di quelle che vi propongo. Un disegno fatto da un militare britannico di transito a Rouen, quando la città durante la Prima Guerra Mondiale era una delle sedi logistiche dell’esercito inglese in Francia. Uno schizzo veloce, fatto con chissà quale stato d’animo, e che presenta un altro ed ennesimo modo di rappresentare questa chiesa.

Ora possiamo dire di aver girato in lungo e largo intorno alla Cattedrale di Rouen, ai vari modi di raffigurarla: adesso abbiamo un parziale metro di paragone con cui “giudicare” a breve Monet. Ieri, però, abbiamo visto pure come quest’opera degli uomini ha rischiato di essere distrutta proprio per mano degli stessi uomini. Direte: è la stupidità della guerra.

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Per finire: Torre di S. Romano, 1944. Un po’ differente da come appariva nelle figure di prima, vero? Fonte: Bundesarchiv, Bild 146-1984-035-10A / CC-BY-SA

Ma quest’ultima affermazione, almeno in parte, è una menzogna: la guerra purtroppo non è mai stupida. Anzi, è razionale fino al punto di strumentalizzare tutte le risorse dell’ingegno umano al fine di ottenere la supremazia e l’annientamento del nemico. Abbiamo visto in passato le risorse di intere nazioni volte alla distruzione dei propri confinanti, mentre un’abile propaganda faceva illudere il “popolo” che i propri malanni venissero da oltre confine. Quando invece bisognava ponderare maggiormente le proprie responsabilità nel male. Ma per oggi basta con il sermone.

Francesco ♠

Dylan Dog – Vittima degli eventi: un film in crowdfunding

L’altro giorno apro il portale di RaiNews, e lo scorro. Dopo Renzi, Renzi e Renzi, intervallato da qualcosa di vagamente minaccioso come Putin e la Crimea, improvvisamente una notizia mi coglie alla sprovvista: un film su Dylan Dog.

Poi ancora Renzi.

Un altro film su Dylan Dog, quindi? Un’altra occasione sprecata per vederne fatta una trasposizione umiliante? Eh no, aspè, vedemo n’attimo. Così apro e scopro che è un progetto a cura di Luca Vecchi (The Pills) e Claudio Di Biagio (Freaks!), con Valerio Di Benedetto ad interpretare l’indagatore dell’Incubo. Tra l’altro faccio notare che chi ha redatto la notizia di RaiNews era assatanato e dylaniato dall’evento, perché nello scrivere l’articolo ripete per due volte le stesse cose. Ma andiamo avanti.

La prima considerazione è che evidentemente quando è uscita la notizia di questo progetto ero intento a salvare il mondo, uno dei tanti possibili. Oppure ero troppo concentrato a intendere la musica delle sfere celesti.

Ma la vera domanda è: questo tentativo ci farà finalmente dimenticare tutto ciò che di brutto è successo, cinematograficamente parlando, al nostro eroe Dylan?

Lasciamo prima di tutto la parola agli autori del misfatto, in un’intervista rilasciata alla Yamato durante il Lucca Comics del 2013.

“… il personaggio di Dylan Dog viene riformattizzato, viene rebboottato, ed è molto fico…”. Ed è subito il tremore alle gambe, il formicolio alla spina dorsale. Ma come avete visto si rincara la dose: “… forse il fondamentalista appassionato di Dylan Dog potrebbe avere qualcosa da ridire però obiettivamente se è una persona curiosa ed intelligente apprezzerà le similitudini ma anche un certo aggiornamento del personaggio che va posto in un contesto un po’ più odierno…” . Ecco alcune delle frasi incautamente formulate allora da Luca Vecchi. Ma rimane fatalmente impresso il pragmatismo di Di Biagio: “Pe’ completare il budget ce servono quei du’ spicci pe’ la postproduzione che ce stà a costà un boato”.

Ora, visto che le piotte le hanno raccolte e che il film sta per uscire davvero, evidentemente il pio Giuda Ballerino ha voluto benedire personalmente questa impresa.

Battutacce a parte, andiamo un po’ più nel dettaglio. Il film “Dylan Dog – Vittima degli eventi” è un progetto che ha raccolto i suoi denari attraverso delle offerte in crowdfunding presso il sito IndieGoGo. Come ricorda Di Biagio nell’intervista, avendo i diritti gli americani, il film è una impresa no-profit. Per quanto concerne la durata è un mediometraggio di 60 minuti, che oltre alla partecipazione del già citato Di Benedetto e dello stesso Vecchi nei panni di Groucho, prevede anche quella di Alessandro Haber (Bloch) e Milena Vukotic (Madame Trelkvoski).

Ora non resta da sperare che al coraggio di Vecchi, Di Biagio e Di Benedetto – nonché di tutti coloro che hanno sganciato la grana – corrisponda un bel prodotto. Teniamo le dita incrociate per questo Dylan in salsa romana.

Nota: per chi volesse continuare a farsi un’idea, ecco anche un’altra intervista un po’ più pacata. Dura circa 11 minuti, e per quel che può contribuisce a darci qualche informazione in più.

Recensione: La fortezza (The Keep, 1983)

Percorrete con lentezza una gola montuosa dei Carpazi, e vi appare davanti. Una struttura nera, che già dall’apparenza vi dà indizio della sua estraneità a questo mondo. Sembra emergere da una sorta di basalto lavico, altrettanto oscuro quanto pare d’ossidiana l’edificio che avete di fronte. Il suo portale è una opprimente promessa di tenebre.

Un uomo entra, minuscola chiazza di luce, al suo interno: il cortile della rocca è partorito dal ventre stesso della terra. Ed è roccia irregolare, a volte aguzza e pronta a ferire. Improvvisamente, un muro vi chiude la vista, coperto di croci bianche poste ad intervallo regolare l’una dall’altra.

E con questo, vi ricorderete tutto ciò che c’è di buono in questo film.

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La fortezza (The Keep, 1983) sembra un film che promette molto, sia visivamente che narrativamente (tra l’altro è tratto da un romanzo di F. Paul Wilson, autore che nella mia ignoranza non conosco). Eppure non riesce a condurre in porto l’operazione, sprecando tutto. A fine visione, mi sono sentito pervadere come da un senso di incompiuto, e non tanto perché poco viene spiegato sui fenomeni che animano il film.

Ad una prima occhiata, la trama sembra intrigante: poco prima dell’Operazione Barbarossa, un plotone di soldati tedeschi viene inviato a sorvegliare una misteriosa fortezza situata in un valico rumeno. Ma qualcuno di loro fa qualcosa che non deve fare, e si aprono le solite porte dell’Inferno. E quando arrivano le SS, coinvolgendo fra l’altro anche uno studioso ebreo e sua figlia, le cose non fanno che peggiorare.

Come dicevo, però, al momento di passare dalle premesse alla sostanza, le cose prendono una brutta piega. I personaggi rimangono infatti senza un vero spessore, gettati e dispersi in un’ambientazione carica d’aspettative su quello che accadrà. Perché da oscuri arcani, nazisti e lingue morte la sensazione che qualcosa di terribile e annientante stia per accadere è palpabile: ma questo presentimento, a differenza degli spettri gotici, non si materializzerà mai accanto a voi fino al punto di dilaniarvi. Tutti gli spunti della trama spesso sono persi di vista, come dimenticati, in un intreccio senza carattere che trova il suo scioglimento in una fine incolore.

Per quanto riguarda regia e cast, il film presenta una line up di rispetto, e ciò rende la cosa ancora più triste. Alla regia c’è Michael Mann, e tra gli attori contiamo Ian McKellen, Scott Glenn, Gabriel Byrne. La colonna sonora, che in fin dei conti fa il suo sporco lavoro, è dei Tangerine Dream.

Per chi ha voglia e tempo di affrontare qualcosa di cui potrà facilmente rimanere deluso, rimane però un motivo per vedere questo film: ovvero, proprio per tutto ciò che spreca. Il potenziale visivo è suggestivo per chiunque si interessi minimamente di horror o fantastico, e tra l’altro lo stesso cattivone di turno, stando a ciò che leggo su Wiki, è stato concepito da Enki Bilal. Ma oltre quello che c’è da vedere, rimangono tutti gli spunti della trama, adattissimi ad essere rielaborati sia in qualche sessione di GDR sia per qualche altro vostro oscuro fine creativo.

In numeri: 5/10.

Francesco ♠