Max Klinger – Ritratto di Elsa Asenijeff: una giornata di luce

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Max Klinger, Ritratto di Elsa Asenijeff all’aperto, 1904. Memore della lezione impressionista, come la pennellata dimostra, Klinger raffigura però la sua compagna con una visione delle forme affine allo Jugendstil. Indefinito, il paesaggio retrostante riverbera delle tonalità di una giornata luminosa, forse di primavera od estate: a propria volta, la stessa luce del giorno gioca a riflettersi sui drappi dell’abito della donna, accompagnandola e carezzandone caldamente i rilievi esposti al sole.

John Milton – Canzone su una mattina di Maggio

John Constable, La cattedrale di Salisbury vista dal Giardino del vescovo, 1826.

John Constable, La cattedrale di Salisbury vista dal Giardino del vescovo, 1826.

Concludo oggi le celebrazioni per il Maggio, che purtroppo non sono andate come previsto a causa di miei vari malesseri sia “spirituali” che fisici – i quali mi hanno costretto, in questi ultimi tempi, a proporvi molte meno cose di quante ne avrei voluto. Per chiudere però la fine di un mese che auguro di cuore esservi comunque stato sorridente e lieto, vorrei salutare decorosamente il Maggio con una poesia giovanile di John Milton pubblicata intorno al 1646.

SONG ON MAY MORNING – CANZONE SUL SORGERE DEL MAGGIO (1646 c.)

Now the bright morning Star, Dayes harbinger,

Ora la brillante Stella del Mattino, del Giorno annunciatrice,

Comes dancing from the East, and leads with her

Viene danzando da Oriente, e porta con sé

The Flowry May, who from her green lap throws

Maggio in Fiore, che getta dal di lei¹ verde grembo

The yellow Cowslip, and the pale Primrose.

la gialla Primula, e il pallido fiore di Primavera².

Hail bounteous May that dost inspire

Salute a te Maggio, che generosa ispiri

Mirth and youth, and warm desire,

Gioia e giovinezza, e caldo desiderio,

Woods and Groves, are of thy dressing,

Alberi e Boschi, sono il tuo abito,

Hill and Dale, doth boast thy blessing.

Collina e Valle, vantano la tua benedizione.

Thus we salute thee with our early Song,

Perciò ti salutiamo con la nostra Canzone mattutina,

And welcom thee, and wish thee long.

E ti diamo il benvenuto, e che possa tu rimanere a lungo.

E che davvero il sentimento di fioritura del Maggio possa accompagnarvi ben oltre la fine di questo mese.

Francesco ♠

¹ Milton personifica il Maggio in una donna. Per chiarirlo nella traduzione italiana, ho perciò usato “di lei” piuttosto dell’ambiguo “suo”.

² Cowslip e Primrose sono entrambe delle primule. Essendo però il nome primula coniato proprio ad indicare i primi fiori primaverili che si schiudono all’inizio della stagione, per evitare la ripetizione ho quindi per questo tradotto “fiore di Primavera”.

Nota: testo tratto da The poetical works of John Milton (Gutenberg Project), traduzione alla mano del sottoscritto.

John Collier – Il Maggio della regina Ginevra: bianco nuziale fra riti pagani e cristiani

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John Collier, Festa per il giorno di Maggio della regina Ginevra, 1900. Con un ritardo di cui mi scuso, prima che il Maggio finisca proseguiamo con le nostre celebrazioni primaverili. Ispirata alla vicenda arturiana, eccovi un’immagine della regina Ginevra che celebra il Primo Maggio, che ancora prima d’essere festa dei lavoratori, è stata la festa pagana per il ritorno della primavera – detta anche Calendimaggio, e legata nei paesi nordici alla notte di Valpurga. La consorte di Artù in questo momento non è solo regina di Camelot, ma è raffigurata nelle sue vesti fiorite di regina del Maggio: è simbolo, candido e tangibile agli occhi, della rinascita della Natura, e dell’inizio di un nuovo ciclo nel perpetuarsi dell’eternità. La dissoluzione del suo mondo mitico, come della stessa corte di Artù anche a causa del suo tradimento coniugale, dovranno avvenire: ma non ora, non in questo attimo e fra questi petali.

Francesco Landini – Ecco la Primavera: in questo vago tempo ogni cosa ha vaghezza

Cominciano oggi, un po’ in ritardo rispetto alle intenzioni, le mie personali celebrazioni per il mese di Maggio. Un tempo simbolico, intrecciato a petali di rose e all’amore: sia sacro, come quello che il culto cristiano riserva alla Madonna, sia profano, come risveglio di sensazioni pagane e terrene.

Iniziamo oggi con una ballata di Francesco Landini, compositore e musicista del Trecento italiano. Il testo è il migliore che ho potuto trovare in rete (lo dico per i filologi), non avendo ora sotto mano il libretto del cd dove ho la registrazione di questa musica. In ogni caso, la versione che possiedo è quella incisa dallo storico Early Music Consort, la stessa che potrete apprezzare ascoltando il brano con cui si apre il post.

La versione che invece vi propongo per seconda è del Waverly Consort (stando a ciò che è nella descrizione del brano su YouTube), e rispetto alla prima presenta un’accentuata essenzialità vocale, con una riduzione al minimo dell’intervento degli strumenti: la ballata è resa soprattutto dal calore delle voci femminili, scandite vagamente dal soffio di un tintinnio, fino ad arrivare per accumulo al finale, intregrando infine l’irruenza di strumenti e voci maschili. È il Trionfo della Primavera.

“Ecco la primavera

che ‘l cor fa rallegrare;

temp’è da ‘nnamorare

e star con lieta cera.

No’ vegiam l’aria e ‘l tempo

che pur chiama allegreza;

in questo vago tempo

ogni cosa ha vagheza.

L’erbe con gran frescheza

e fiori copron prati

e gli alberi adornati

sono in simil manera.”

Nota: se qualche grammatico ortodosso fra voi sta piangendo per quelle “z” orfane della loro compagna, ricordo che la stabilizzazione delle doppie e della grafia è qualcosa di più tardo del Trecento. 😉

Jean-François Millet – Caccia notturna agli uccelli: fuochi nella notte delle campagne

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Jean-François Millet, Caccia notturna agli uccelli, 1874.

Una notte densa come olio avvampa fra le fiamme: i contadini corrono tra le fronde dei cespugli e degli alberi, agitando le loro torce e bastoni per frastornare i volatili assonnati, che cadono in terra. Alla luce delle vampate dei fuochi, fra il buio, rapide mani li raccolgono, catturandoli o peggio. Un’atmosfera rudimentale, atavica e senza tempo, ai margini del fantastico: un altro racconto di una vita contadina che, ancora ad Ottocento inoltrato, ha poco di differente dal medievale. Il moderno ed il contemporaneo dovranno ancora aspettare, per illuminare la notte delle campagne. Da vedere assieme a quello di cui abbiamo già parlato qui e qui.

Nota: tra l’altro, visto che finora non l’avevo detto, Van Gogh apprezzò molto proprio le raffigurazioni contadine di Millet.

Francesco ♠

Paul Cézanne – Montagna Sainte-Victoire: dissoluzione e ricostruzione della materia

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Paul Cézanne, Montagna Sainte-Victoire, 1904-6 circa. Cézanne affrontò più volte il panorama di questa montagna e delle terre circostanti. Il quadro che vedete è fra gli ultimi prima della sua morte, ed è anche l’ultimo stadio di una ricerca: non tanto di una dettagliata perfezione descrittiva, ma di una ritraduzione in pittura dell’essenza stessa della materia. Le linee del paesaggio sono diluite fino all’essenziale, i colori ampi non definiscono più i contorni degli oggetti, ma suggeriscono in nuova forma la corposa materia della realtà. Da rivedere assieme alla Toledo di El Greco.

El Greco – Veduta di Toledo: moderno prima del moderno

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El Greco, Veduta di Toledo, 1596-1600 circa. Di genere inclassificabile: i moti del cielo fra il barocco e l’espressionismo; la natura rinascimentale e romantica al tempo stesso; la città, le costruzioni dell’uomo, gettate fra le colline come in un quadro d’inizio novecento. Una composizione in cui forma e materia del paesaggio vivono della stessa sostanza, senza soluzione di continuità: le vibrazioni sono le stesse. Da confrontare con il prossimo quadro, la montagna Sainte-Victoire di Cézanne.

Recensione: Il diavolo probabilmente (1977)

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Un giovane s’ammazza. Anzi, no, sembra che sia stato suicidato da qualcuno. Non sappiamo cosa è successo, l’unica via per scoprirlo è percorrere la visione di questo film, Il diavolo probabilmente (Le Diable probablement, 1977), che Robert Bresson girò alla tenera età di circa 76 anni. Se si riflette su questo mero dato anagrafico, già si può comprendere la magnifica statura di un personaggio, Bresson, che con questo film tenta di raccontare secondo un proprio originale stile la gioventù del ’77, al fine di estrarne quel condensato d’Assoluto che riguarda proprio la giovinezza, concetto cristallino eppure sempre sfuggente per chiunque. D’altronde, le migliori giovinezze si vivono senza saperlo.

Una notizia di giornale quindi ci riporta, subito all’inizio, della morte di quello che comprenderemo essere il protagonista del film. Ma forse, più che protagonista, lo potremmo definire personaggio principale di un racconto corale: un filo d’innocenza che si dipana fra le pieghe di una realtà che sembra molto più assurda e annientante dello stesso pensiero del suicidio.

Aspetti e forme della Distruzione, fagocitando brandelli di realtà, infatti s’avvolgono come edera su di un edificio, quello della società, che sembra diroccarsi lentamente Segnali continui di disfacimento e smantellamento attraversano tutto il film, come monito di una condanna che non solo è già stata pronunciata, ma che è anche già messa in atto.

Il film segue quelli che sono stati gli ultimi sei mesi di vita di Charles, il giovane suicida. Se ne attraversano gli ambienti, le conoscenze, gli slanci che compie per affrontare la sua lotta metafisica contro l’idra a nove teste della Distruzione. Charles vive una sua libertà selvaggia e metropolitana, per certi versi con una vitalità e una serenità tali da essere distante anni luce dalla depressione che ci si aspetterebbe da un personaggio che si suiciderà. È simile al filosofo cinico che invece d’insegnare la sua filosofia nelle scuole, lo fa nella vita scontandone i dettami sulla propria pelle. D’aspetto, con i suoi lunghi capelli castano-chiari, pare uscito da un quadro preraffaellita (forse un’eco del Lancelot du Lac?).

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Charles è quindi prima di tutto un individuo, un singolo. Soprattutto, come s’addice ad una figura del genere, è un solitario in piena contrapposizione alle masse, di qualunque forma. Non rientra infatti nemmeno fra la folla dei giovani rivoluzionari, che mentre invocano in gregge la Distruzione dell’ordine stabilito, sono compagni segreti – nell’annientamento della libertà dell’individuo – dello stesso sistema consumistico.

Nella sua foga, la società dei consumi ha incalzato l’industria nello sfruttamento di qualcosa che all’umanità non appartiene, ma che è le dato solo in prestito: la Natura. Nel film compaiono più sequenze dedicate alle conseguenze dell’inquinamento, registrando così già nel ’77 la sensibilità dell’anziano Bresson per un tema, quello dell’ecologia, che ancora oggi fatica a trovare il suo spazio nonostante tutti i passi fatti. E in Italia, paese dissestato da smottamenti e veleni, sappiamo bene cosa è voluto dire non avere coscienza dell’ambiente.

La natura è così invasa e lentamente distrutta. Gli alberi vengono tagliati anche per fare quei preziosi libri su cui gli intellettuali ripongono tante speranze. La stessa cultura è in declino, crepuscolare, in frantumi; in ultima istanza, minacciata dal Nulla. Se mai le elaborazioni degli intellettuali hanno fornito soluzioni ad una società, dandole unità, in queste condizioni sembrano fallire: la frattura fra pensiero ed azione è consumata, e il “pensiero” sembra essere solo sepolcro a se stesso.

La cultura degli uomini è stanca, inerte davanti alle crepe che minano profondamente la società. Nemmeno la religione, storico collante ideologico, sembra più saper svolgere il suo ruolo aggregante. “Dio è un traditore”: così recitano alcune foto erotiche, che qualcuno pone per scherno in mezzo a dei libri dedicati alla Fede. Il cristianesimo per cui le cattedrali gotiche sono state innalzate, sopravvive faticosamente fra i fedeli spaesati: il mistero della Fede, della comunione fra un Dio distante e il minimo individuo, è alla mercè della dissezione intellettuale. L’esperienza dell’Assoluto si perde fra i vaniloqui recitati nei sacri libri dei pensatori alla moda.

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È un crepuscolo di civiltà, e le masse si muovono inconsapevoli, s’agitano e danzano alla musica del melodioso flautista: il diavolo, probabilmente. Il medioevo è distante (?), ma la danse macabre è un ballo eterno, inarrestabile. E coinvolge tutti noi. Organizziamo i nostri passi e le nostre movenze sperando di seguire il ritmo di una musica lontana, la cui partitura è invisibile e negata all’occhio umano.

Ma mantenere il passo e il tempo giusto, mentre una società chiude i suoi orizzonti, è cosa ardua. Tempo di Dio, tempo degli affetti e tempo economico collidono e si scontrano fra loro: la prima vittima è la coscienza dell’individuo, e il nostro rapporto col tempo perde via via la sua compattezza ed unità, lasciando il singolo confuso all’interno della propria esistenza. Come in una gabbia fatta di specchi.

Quando le illusioni ci circondano, è meglio affidarsi alle ragioni del cuore. Così tra i momenti in cui forse si ritrova la vita, ci sono gli amplessi e le emozioni dell’amore, di quei legami che per qualche istante sembrano trapassare la notte del mondo.

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Che l’amore sia una delle forme più sincere di vita, Charles lo racconta ad uno psicanalista verso il quale è stato indirizzato dai suoi amici, impauriti che egli possa suicidarsi. È vero, lui ci andrà, forse anche con la speranza di trovare delle risposte: ma il colloquio “terapeutico” diverrà una sfida in cui Charles, rispondendo con onestà al medico della mente, mostrerà a quest’ultimo la verità. Anche lo psicanalista, con la sua scienza, non è che parte del meccanismo economico di produzione: se la psicanalisi un tempo poteva essere una liberazione del singolo dalla società, ora è pienamente partecipe nell’oppressione. Nel suo tentativo di razionalizzare l’invisibile, razionalizza e riduce anche l’individuo dalle sue originalità: e alla fine della seduta, lo psicanalista si fa pagare per aver restituito una persona alla produttività. La cartamoneta che Charles gli dà è la testimonianza di come una scienza passi da soccorso a consumo.

Una droga, per certi versi simile all’eroina di cui fa uso Valentin, un amico di Charles. Il nostro protagonista cercherà di salvarlo dalla dipendenza che lo costringe a rubare. Ma Valentin non è che la estrema conseguenza dell’ordinamento economico: come gli altri che, quando s’annoiano e non sanno che fare delle loro vite, spendono i loro salari per acquistare porzioni di piacere, lui fa lo stesso. Con l’eccezione che, quei soldi che garantiscono la consumazione del piacere, Valentin li ruba.

Ad ogni desiderio, si può trovare un accomodamento: è questo che promette la società dei consumi. È la meccanizzazione dei piaceri sintetici. E Charles, simbolicamente troverà la fine proprio per mano di chi deve garantirsi accesso al Piacere: la società non ammette eccezioni per chi è selvaggio. Un misero carnefice, in una notte, non farà altro che eseguire una sentenza di morte già scritta dall’ordine sociale.

Il film rappresenta così il transito di chi passa dagli ideali della giovinezza al sistema industriale contemporaneo: Charles, questo rito di passaggio lo fallisce. Non trova infatti collocazione né professionale né sociale, e conclude la sua vita nella sterilità. La sua non sarà una morte importante, il mondo rimarrà indifferente, perché resterà solo uno dei tanti che se ne vanno. Il suicidio rimane un fatto veramente importante solo per chi lo compie.

Il quadro che il film dipinge davanti ai nostri occhi, sembrerebbe quindi desolante, senza via d’uscita: cercare la morte, alla resa dei conti, è una scelta che si può rispettare, ma idiota nei suoi risultati. Ma anche vivere per consumare in una eterna ripetizione i tanti piaceri sintetici, alla lunga non porta altro che a sopravvivere alla morte della propria stessa anima – Life-in-Death (Vita in Morte), per dirla con Coleridge. Eppure, a noi che sopravviviamo rimane un’alternativa, perché attraverso tutte le crepe della realtà batte anche una Vita che chiede di essere strappata via dalla rovina.

Come direbbe Michel, un amico di Charles, si tratta di vivere per vivere, di abbattere la noia con la forza stessa della vita. Non con il ragionamento o con l’intelligenza, ma con qualcos’altro. Michel è per tutto il film il più convinto e onesto combattente contro il Nulla. Forse sono i sentimenti che riscattano una vita: il solo combustibile per mantenere una ponderata anarchia esistenziale, l’unico modo per conservare una propria integrità e innocenza morale.

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In numeri: 7/10. Perché? Non è per tutti: a molti potrebbe apparire datato nella messinscena; inoltre la scelta di Bresson di non usare attori professionisti, per ottenere una recitazione il più possibile “pura”, potrebbe allontanare altri. Una recitazione che, per una scelta stilistica condivisibile o meno, è compassata e induce una estraneità da teatro epico brechtiano, accentuando gli elementi di ineluttabilità e fatalità caratteristici del film.

Ma ovviamente 8/10 se sapete cosa vuol dire bere fino nel profondo dall’amaro calice.

Dedicato a C., per i temi cari all’amica che avevo. E un grazie ad E. per i “suoi” Cocteau e Alain-Fournier.

Francesco ♠

Scheda tecnica. Regista: Robert Bresson. Attori principali: Antoine Monnier (Charles), Tina Irissari (Alberte), Henri de Maublanc (Michel), Laetitia Carcano (Edwige), Nicolas Deguy (Valentin), Régis Hanrion (Dr. Mime, Psicanalista), Geoffroy Gaussen (Libraio), Roger Honorat (Commissario). Durata: 93′.