Recensione: Dead Snow (2009)

Ah, le gite fra amici! Sapete perché i film horror che partono dalle scampagnate spesso sono palesemente irreali? Perché per farti paura ti fanno dimenticare che i veri mostri sono quelli della tua comitiva.

Dead Snow è un film del 2009 presentato al Sundance Film Festival, e come base ha per l’appunto il classico tema del weekend fra amici. Quando un film parte da uno spunto così trito, l’unica cosa che conta è che faccia bene il compitino per farci passare piacevolemente il tempo della sua durata.

E che il canovaccio sia scontato, qui lo sanno tutti. Sia gli sceneggiatori, che non a caso inseriscono all’inizio della vicenda un dialogo proprio su film come La casa e Venerdì 13; sia gli attori, la cui consapevolezza di una trama così scontata induce loro una recitazione il più delle volte divertita e ironica. Ho apprezzato molto quest’ultima cosa, perché rende la frivolezza del film molto più accettabile.

Non insisterò molto sulla trama: questi aitanti e baldi giovini arrivano in una baita fra le montagne della Norvegia. E da bravi giovani, sono del tutto all’oscuro della storia maledetta di turno: durante la Seconda guerra mondiale, da quelle parti si erano aggirati dei nazisti, fra i più cattivi sulla piazza. Sul finire della guerra però questi soldati tedeschi non avevano ripreso la strada di casa, ma avevano invece trovato la loro fine proprio fra le nevi della Norvegia. Inseguiti da una folla di civili armati di roncole e falci a cui avevano sottrato dell’oro, i nazisti presero la strada delle montagne senza che nessuno sapesse più niente di loro.

Fino ad oggi.

Dodsno

Per quanto riguarda lo sviluppo di tale trama, diciamo che la sceneggiatura fa il suo lavoro onestamente, anche se per la prima metà del film non gestisce troppo bene la tensione, facendola allentare un po’ troppo. Fortunatamente poi le cose vanno meglio, con un crescendo di situazioni fino ad arrivare ad un’esplosione di truculenza e al bel finale. Rimarco comunque che questo film è piuttosto sadico nei confronti dei protagonisti: diciamo che non vi conviene affezionarvi troppo…

Sbrigate trama e affini, alcuni dettagli del film mi sono garbati abbastanza: una terzomondista-bio-rasta che per salvarsi la vita dovrà fare una certa scelta, o uno dei protagonisti che ricambierà il morso di uno zombie mordendolo a sua volta con tanto affetto. Su tutto però trionfa, in un clima da ragnarok nordico, lo sfoggio finale di asce, motosega e martelli. E persino di una mitragliatrice pesante d’annata. Un po’ più interdetto sono rimasto invece su una scena di sesso in una latrina di legno, che visto i protagonisti però la farà amare dai nerd segaioli in attesa della (S)volta buona.

Da un punto di vista tecnico, le scene di azione e lotta del film sono fatte per bene, e chi ama lo splatter (io non sono fra questi) credo che apprezzerà le molte interiora gettate al vento. Per quanto riguarda la colonna sonora, è un “classico” metal-noise-lofi che non mi ha esaltato molto. Anzi, per nulla.

Eppure, nonostante tutto ciò che ha di buono, il film non mi convince del tutto. È come se fosse indeciso se stare o dalla parte della commedia (Shawn of the Dead), o da quella classica del survival horror. Da un canto non ci sono abbastanza situazioni comiche, dall’altro manca una vera e propria tensione drammatica. Quindi rimane un film a metà, che però dispone di una buona fotografia e di un bell’assortimento di effetti granguignoleschi.

Questo film non è quindi un capolavoro del genere, ma se avete una vera e propria passione per gli zombie e lo splatter, tutto sommato non resterete delusi. Se però non fate parte di tale categoria di aficionados malati di mente, non credo che sentirete il peso di non vederlo.

Per finire, un aneddoto: l’ufficiale non-morto che guida la sua malefica truppa, è il colonnello Herzog. Che zio Werner abbia pietà di chi ha fatto questo film. Anche perché io avrei più paura di lui che degli zombie.

In numeri: 5½/10, 6 se siete fan del genere.

Francesco ♠

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Recensione: La fortezza (The Keep, 1983)

Percorrete con lentezza una gola montuosa dei Carpazi, e vi appare davanti. Una struttura nera, che già dall’apparenza vi dà indizio della sua estraneità a questo mondo. Sembra emergere da una sorta di basalto lavico, altrettanto oscuro quanto pare d’ossidiana l’edificio che avete di fronte. Il suo portale è una opprimente promessa di tenebre.

Un uomo entra, minuscola chiazza di luce, al suo interno: il cortile della rocca è partorito dal ventre stesso della terra. Ed è roccia irregolare, a volte aguzza e pronta a ferire. Improvvisamente, un muro vi chiude la vista, coperto di croci bianche poste ad intervallo regolare l’una dall’altra.

E con questo, vi ricorderete tutto ciò che c’è di buono in questo film.

Keepposter

La fortezza (The Keep, 1983) sembra un film che promette molto, sia visivamente che narrativamente (tra l’altro è tratto da un romanzo di F. Paul Wilson, autore che nella mia ignoranza non conosco). Eppure non riesce a condurre in porto l’operazione, sprecando tutto. A fine visione, mi sono sentito pervadere come da un senso di incompiuto, e non tanto perché poco viene spiegato sui fenomeni che animano il film.

Ad una prima occhiata, la trama sembra intrigante: poco prima dell’Operazione Barbarossa, un plotone di soldati tedeschi viene inviato a sorvegliare una misteriosa fortezza situata in un valico rumeno. Ma qualcuno di loro fa qualcosa che non deve fare, e si aprono le solite porte dell’Inferno. E quando arrivano le SS, coinvolgendo fra l’altro anche uno studioso ebreo e sua figlia, le cose non fanno che peggiorare.

Come dicevo, però, al momento di passare dalle premesse alla sostanza, le cose prendono una brutta piega. I personaggi rimangono infatti senza un vero spessore, gettati e dispersi in un’ambientazione carica d’aspettative su quello che accadrà. Perché da oscuri arcani, nazisti e lingue morte la sensazione che qualcosa di terribile e annientante stia per accadere è palpabile: ma questo presentimento, a differenza degli spettri gotici, non si materializzerà mai accanto a voi fino al punto di dilaniarvi. Tutti gli spunti della trama spesso sono persi di vista, come dimenticati, in un intreccio senza carattere che trova il suo scioglimento in una fine incolore.

Per quanto riguarda regia e cast, il film presenta una line up di rispetto, e ciò rende la cosa ancora più triste. Alla regia c’è Michael Mann, e tra gli attori contiamo Ian McKellen, Scott Glenn, Gabriel Byrne. La colonna sonora, che in fin dei conti fa il suo sporco lavoro, è dei Tangerine Dream.

Per chi ha voglia e tempo di affrontare qualcosa di cui potrà facilmente rimanere deluso, rimane però un motivo per vedere questo film: ovvero, proprio per tutto ciò che spreca. Il potenziale visivo è suggestivo per chiunque si interessi minimamente di horror o fantastico, e tra l’altro lo stesso cattivone di turno, stando a ciò che leggo su Wiki, è stato concepito da Enki Bilal. Ma oltre quello che c’è da vedere, rimangono tutti gli spunti della trama, adattissimi ad essere rielaborati sia in qualche sessione di GDR sia per qualche altro vostro oscuro fine creativo.

In numeri: 5/10.

Francesco ♠