Entrata ed oltraggio di Cristo in Belgio: Ensor e De Groux

James Ensor, L’entrata di Cristo a Brussels nel 1889, 1888-89. Fonte immagine: Wikimedia Commons.

Per una serie di coincidenze, in quest’ultima settimana mi sono capitati sott’occhio questi due quadri, entrambi opera di due artisti belgi. I due pittori, James Ensor ed Henry De Groux, non solo furono coevi, ma parteciparono anche entrambi a Les XX (Les Vingt, I Venti), un circolo artistico ed intellettuale belga nato in opposizione ai canali ufficiali di promozione artistica.

Il quadro di Ensor è una perfida parodia: in prima battuta della società belga del tempo, e in secondo luogo di ogni società umana. Il pittore raffigura Cristo accolto da un’atmosfera carnascialesca e cialtrona che risente decisamente delle tradizionali feste popolari belghe, le quali tra l’altro godono già di altre rappresentazioni nella pittura fiamminga. Gesù, sul dorso di un asino, è al centro della scena: ma è quasi invisibile, sommerso da questa variopinta coltre umana che gli rende un omaggio ipocrita.

Sembrerebbe non solo che Cristo non sia riuscito a scacciare i mercanti dal tempio, ma che siano invece quest’ultimi ad aver vinto. Che alla sua entrata a Brussels sia data un’accoglienza buffonesca, denota tutta l’insofferenza quotidiana, se non anche l’aperta derisione, che la maggior parte delle persone, nell’affannosa ricerca di onori e piaceri, riserva a ciò può apparire come alto, spirituale o ideale. Le stesse maschere che molti indossano sono figurazioni plastiche della comune ipocrisia che vena le relazioni umane.

Henry De Groux, Cristo oltraggiato, 1889. Fonte immagine: Wikimedia Commons.

Ugualmente nel quadro di De Groux abbiamo un Cristo assediato da una folla: uomini, donne e bambini tendono le braccia ad offendere, si muovono convulsamente andandosi ad accalcare noncuranti gli uni sugli altri. Da un lato abbiamo l’insanguinata figura umana di Gesù che, ritraendo la gamba, sembra cedere; dall’altra, colta sul punto di travolgerlo, una violenta, torbida tempesta di corpi umani carichi di disprezzo.

Ensor riesce a cogliere con il suo sarcasmo la miseria della società umana nell’accogliere e strumentalizzare ipocritamente ciò che dovrebbe salvarla. Il quadro di De Groux invece vive tutto nella violenza, nella rabbia nera e cieca, che spesso la folla nutre verso il fragile e il debole.

Francesco

Postilla: Un ringraziamento speciale a DemoisElle per essere stata curiosa fautrice di questo post. 🙂

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Recensione: Il diavolo probabilmente (1977)

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Un giovane s’ammazza. Anzi, no, sembra che sia stato suicidato da qualcuno. Non sappiamo cosa è successo, l’unica via per scoprirlo è percorrere la visione di questo film, Il diavolo probabilmente (Le Diable probablement, 1977), che Robert Bresson girò alla tenera età di circa 76 anni. Se si riflette su questo mero dato anagrafico, già si può comprendere la magnifica statura di un personaggio, Bresson, che con questo film tenta di raccontare secondo un proprio originale stile la gioventù del ’77, al fine di estrarne quel condensato d’Assoluto che riguarda proprio la giovinezza, concetto cristallino eppure sempre sfuggente per chiunque. D’altronde, le migliori giovinezze si vivono senza saperlo.

Una notizia di giornale quindi ci riporta, subito all’inizio, della morte di quello che comprenderemo essere il protagonista del film. Ma forse, più che protagonista, lo potremmo definire personaggio principale di un racconto corale: un filo d’innocenza che si dipana fra le pieghe di una realtà che sembra molto più assurda e annientante dello stesso pensiero del suicidio.

Aspetti e forme della Distruzione, fagocitando brandelli di realtà, infatti s’avvolgono come edera su di un edificio, quello della società, che sembra diroccarsi lentamente Segnali continui di disfacimento e smantellamento attraversano tutto il film, come monito di una condanna che non solo è già stata pronunciata, ma che è anche già messa in atto.

Il film segue quelli che sono stati gli ultimi sei mesi di vita di Charles, il giovane suicida. Se ne attraversano gli ambienti, le conoscenze, gli slanci che compie per affrontare la sua lotta metafisica contro l’idra a nove teste della Distruzione. Charles vive una sua libertà selvaggia e metropolitana, per certi versi con una vitalità e una serenità tali da essere distante anni luce dalla depressione che ci si aspetterebbe da un personaggio che si suiciderà. È simile al filosofo cinico che invece d’insegnare la sua filosofia nelle scuole, lo fa nella vita scontandone i dettami sulla propria pelle. D’aspetto, con i suoi lunghi capelli castano-chiari, pare uscito da un quadro preraffaellita (forse un’eco del Lancelot du Lac?).

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Charles è quindi prima di tutto un individuo, un singolo. Soprattutto, come s’addice ad una figura del genere, è un solitario in piena contrapposizione alle masse, di qualunque forma. Non rientra infatti nemmeno fra la folla dei giovani rivoluzionari, che mentre invocano in gregge la Distruzione dell’ordine stabilito, sono compagni segreti – nell’annientamento della libertà dell’individuo – dello stesso sistema consumistico.

Nella sua foga, la società dei consumi ha incalzato l’industria nello sfruttamento di qualcosa che all’umanità non appartiene, ma che è le dato solo in prestito: la Natura. Nel film compaiono più sequenze dedicate alle conseguenze dell’inquinamento, registrando così già nel ’77 la sensibilità dell’anziano Bresson per un tema, quello dell’ecologia, che ancora oggi fatica a trovare il suo spazio nonostante tutti i passi fatti. E in Italia, paese dissestato da smottamenti e veleni, sappiamo bene cosa è voluto dire non avere coscienza dell’ambiente.

La natura è così invasa e lentamente distrutta. Gli alberi vengono tagliati anche per fare quei preziosi libri su cui gli intellettuali ripongono tante speranze. La stessa cultura è in declino, crepuscolare, in frantumi; in ultima istanza, minacciata dal Nulla. Se mai le elaborazioni degli intellettuali hanno fornito soluzioni ad una società, dandole unità, in queste condizioni sembrano fallire: la frattura fra pensiero ed azione è consumata, e il “pensiero” sembra essere solo sepolcro a se stesso.

La cultura degli uomini è stanca, inerte davanti alle crepe che minano profondamente la società. Nemmeno la religione, storico collante ideologico, sembra più saper svolgere il suo ruolo aggregante. “Dio è un traditore”: così recitano alcune foto erotiche, che qualcuno pone per scherno in mezzo a dei libri dedicati alla Fede. Il cristianesimo per cui le cattedrali gotiche sono state innalzate, sopravvive faticosamente fra i fedeli spaesati: il mistero della Fede, della comunione fra un Dio distante e il minimo individuo, è alla mercè della dissezione intellettuale. L’esperienza dell’Assoluto si perde fra i vaniloqui recitati nei sacri libri dei pensatori alla moda.

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È un crepuscolo di civiltà, e le masse si muovono inconsapevoli, s’agitano e danzano alla musica del melodioso flautista: il diavolo, probabilmente. Il medioevo è distante (?), ma la danse macabre è un ballo eterno, inarrestabile. E coinvolge tutti noi. Organizziamo i nostri passi e le nostre movenze sperando di seguire il ritmo di una musica lontana, la cui partitura è invisibile e negata all’occhio umano.

Ma mantenere il passo e il tempo giusto, mentre una società chiude i suoi orizzonti, è cosa ardua. Tempo di Dio, tempo degli affetti e tempo economico collidono e si scontrano fra loro: la prima vittima è la coscienza dell’individuo, e il nostro rapporto col tempo perde via via la sua compattezza ed unità, lasciando il singolo confuso all’interno della propria esistenza. Come in una gabbia fatta di specchi.

Quando le illusioni ci circondano, è meglio affidarsi alle ragioni del cuore. Così tra i momenti in cui forse si ritrova la vita, ci sono gli amplessi e le emozioni dell’amore, di quei legami che per qualche istante sembrano trapassare la notte del mondo.

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Che l’amore sia una delle forme più sincere di vita, Charles lo racconta ad uno psicanalista verso il quale è stato indirizzato dai suoi amici, impauriti che egli possa suicidarsi. È vero, lui ci andrà, forse anche con la speranza di trovare delle risposte: ma il colloquio “terapeutico” diverrà una sfida in cui Charles, rispondendo con onestà al medico della mente, mostrerà a quest’ultimo la verità. Anche lo psicanalista, con la sua scienza, non è che parte del meccanismo economico di produzione: se la psicanalisi un tempo poteva essere una liberazione del singolo dalla società, ora è pienamente partecipe nell’oppressione. Nel suo tentativo di razionalizzare l’invisibile, razionalizza e riduce anche l’individuo dalle sue originalità: e alla fine della seduta, lo psicanalista si fa pagare per aver restituito una persona alla produttività. La cartamoneta che Charles gli dà è la testimonianza di come una scienza passi da soccorso a consumo.

Una droga, per certi versi simile all’eroina di cui fa uso Valentin, un amico di Charles. Il nostro protagonista cercherà di salvarlo dalla dipendenza che lo costringe a rubare. Ma Valentin non è che la estrema conseguenza dell’ordinamento economico: come gli altri che, quando s’annoiano e non sanno che fare delle loro vite, spendono i loro salari per acquistare porzioni di piacere, lui fa lo stesso. Con l’eccezione che, quei soldi che garantiscono la consumazione del piacere, Valentin li ruba.

Ad ogni desiderio, si può trovare un accomodamento: è questo che promette la società dei consumi. È la meccanizzazione dei piaceri sintetici. E Charles, simbolicamente troverà la fine proprio per mano di chi deve garantirsi accesso al Piacere: la società non ammette eccezioni per chi è selvaggio. Un misero carnefice, in una notte, non farà altro che eseguire una sentenza di morte già scritta dall’ordine sociale.

Il film rappresenta così il transito di chi passa dagli ideali della giovinezza al sistema industriale contemporaneo: Charles, questo rito di passaggio lo fallisce. Non trova infatti collocazione né professionale né sociale, e conclude la sua vita nella sterilità. La sua non sarà una morte importante, il mondo rimarrà indifferente, perché resterà solo uno dei tanti che se ne vanno. Il suicidio rimane un fatto veramente importante solo per chi lo compie.

Il quadro che il film dipinge davanti ai nostri occhi, sembrerebbe quindi desolante, senza via d’uscita: cercare la morte, alla resa dei conti, è una scelta che si può rispettare, ma idiota nei suoi risultati. Ma anche vivere per consumare in una eterna ripetizione i tanti piaceri sintetici, alla lunga non porta altro che a sopravvivere alla morte della propria stessa anima – Life-in-Death (Vita in Morte), per dirla con Coleridge. Eppure, a noi che sopravviviamo rimane un’alternativa, perché attraverso tutte le crepe della realtà batte anche una Vita che chiede di essere strappata via dalla rovina.

Come direbbe Michel, un amico di Charles, si tratta di vivere per vivere, di abbattere la noia con la forza stessa della vita. Non con il ragionamento o con l’intelligenza, ma con qualcos’altro. Michel è per tutto il film il più convinto e onesto combattente contro il Nulla. Forse sono i sentimenti che riscattano una vita: il solo combustibile per mantenere una ponderata anarchia esistenziale, l’unico modo per conservare una propria integrità e innocenza morale.

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In numeri: 7/10. Perché? Non è per tutti: a molti potrebbe apparire datato nella messinscena; inoltre la scelta di Bresson di non usare attori professionisti, per ottenere una recitazione il più possibile “pura”, potrebbe allontanare altri. Una recitazione che, per una scelta stilistica condivisibile o meno, è compassata e induce una estraneità da teatro epico brechtiano, accentuando gli elementi di ineluttabilità e fatalità caratteristici del film.

Ma ovviamente 8/10 se sapete cosa vuol dire bere fino nel profondo dall’amaro calice.

Dedicato a C., per i temi cari all’amica che avevo. E un grazie ad E. per i “suoi” Cocteau e Alain-Fournier.

Francesco ♠

Scheda tecnica. Regista: Robert Bresson. Attori principali: Antoine Monnier (Charles), Tina Irissari (Alberte), Henri de Maublanc (Michel), Laetitia Carcano (Edwige), Nicolas Deguy (Valentin), Régis Hanrion (Dr. Mime, Psicanalista), Geoffroy Gaussen (Libraio), Roger Honorat (Commissario). Durata: 93′.

Esclusivo: dalle migliori discoteche medievali di Norimberga, la Danza Macabra!

Illustrazione dalla cronaca di Norimberga (1493).

Illustrazione dalla cronaca di Norimberga (1493).

No, non sono follemente impazzito. Almeno non più del solito.

Con questa immagine inauguriamo una serie di post dedicati all’allegoria della danse macabre (danza macabra).

Gli scheletri dei morti si alzano dalle tombe per coinvolgere nella loro danza i vivi e portarli con loro. Perché nessuno, né ricco né persona di prestigio, infatti può contrastare il suo momento. Ricchezza e potere sono strumenti vani nel confronto con la Morte: nessuna cosa di questo mondo varrà a proteggerci nell’ora fatale, perché la mietitrice è indifferente ad ogni corruzione e coglie indiscriminatamente chi vuole.

Certo, messa così sembra una mazzata all’inguine. Ma in realtà il significato dell’allegoria può essere considerato positivamente: se ogni ricchezza o prestigio che accumuliamo su questa terra non è altro che un omaggio alla nostra vanità, che cosa rimane? Chi crede può rispondere “l’anima”, e non avrebbe torto, essendo questo appunto un significato spirituale e anche cristiano della danza macabra.

Più secolarmente, però, se c’è qualcosa di invisibile che oltrepassa ciò che nella vita possiamo toccare con mano, sono i memorabili affetti e sentimenti di cui possiamo essere capaci una volta accettato il fatto che, se agiamo, non lo facciamo per interessi materiali: ma per dare qualcosa di noi stessi agli altri.

In ogni caso, proporvi la danse macabre serve, coraggiosi lettori, a prepararvi spiritualmente alla recensione del film che sto per pubblicare a breve – che è poi è lo stesso per cui ero arrivato a parlare delle cattedrali di Monet.

Francesco ♠

Nota: l’essere uguali davanti alla morte, è anche il concetto della livella di Totò. Per dire.

Recensione: Lukas – Deathropolis

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La bella copertina di Lukas n.1 (Marzo 2014). Mi ricorda quella di un fumetto francese, ma non rimembro quale. Ovviamente tutti i diritti sono della Bonelli.

“Quella era una città spietata.

I Ridestati, riemersi dalle tombe affamati di carne umana, la chiamavano Deathropolis – la città della morte – perché, all’insaputa dei comuni mortali, la governavano.

Finché non arrivò un Ridestato diverso da tutti gli altri…”

Così inizia Lukas, la nuova serie della Bonelli che, come scrive proprio Davide Bonelli nell’introduzione all’albo, è fra le ultime approvate personalmente dal compianto Sergio. Alla creazione del personaggio, come alla sceneggiatura e ai disegni di questo primo numero, troviamo Michele Medda (Nathan Never, Dylan Dog) e Michele Benevento (Caravan).

Per parlarvi di questo fumetto non voglio iniziare dal personaggio protagonista, ma dall’ambiente in cui è calato come un angelo caduto. I disegni di Benevento delineano magistralmente gli spazi e le dimensioni di una città ipermetropolitana, definita da luoghi anonimi e alieni nella loro paradossale familiarità.

Una metropoli che per gran parte dell’albo è vista e vissuta di sera, immersa in un continuo chiaroscuro. Placida è la notte, come l’ombra della morte sulla vita della stessa umanità: la città di Lukas, assieme alle persone che la abitano, sembra addormentata dalle sue dipendenze e droghe in un sonno letale, in un clima di gelido torpore. Come se ogni luce della metropoli fosse stata risucchiata da un buco nero.

E l’avventura di Lukas è finora un notturno moderno, contaminato da spunti noir. Lui è un Ridestato, un uomo tornato dalla morte, o che la morte non ha voluto. Sulla sua natura ancora non sappiamo granché, e possiamo intuire che il graduale disvelamento della sua identità sarà un asse portante della serie. Da quello che leggiamo nell’incipit dell’albo, e dagli eventi che seguiranno, sappiamo pure che non è il solo a vivere la sua condizione di non morto.

Ce ne sono altri, e che gli danno per qualche ragione la caccia. Ma lui è diverso. Non ricorda niente di sé ed è sconosciuto a se stesso, ma sa ancora ciò che è giusto e ciò che sbagliato.

Caduto in questo inferno metropolitano, partirà da zero, come un qualsiasi immigrato o clandestino. L’Avventura di Lukas, scritta con quella A maiuscola che come orgogliosamente ribadisce Davide Bonelli è cara alla Bonelli, inizia proprio fra gli ultimi, rappresentati senza pietismo. Nella città terribile non c’è spazio per certe indulgenze.

Gli ultimi sono quindi pezzi di carne, braccia, organi, pronti ad essere sfruttati in ogni loro singolo elemento come oscuro combustibile di una società abnorme. Vite senza valore, senza dignità, fra cui partirà la non vita di Lukas. Lavorerà con loro, e per quel poco che potrà combatterà per loro.

Sebbene seguano l’incasellatura della tavola classica, le scene d’azione sono abbastanza potenti e drammatiche, e ben distribuite. Il disegno di Benevento, come già detto, restituisce eccellentemente un ambiente tetro e fortemente chiaroscurale. Si rimpiange ogni tanto che le vignette siano così piccole. Per gli amanti del truculento, non mancano inoltre alcuni dettagli sanguinolenti. Ma un vero tocco di stile è il ripetersi continuo di cartelloni pubblicitari inneggianti alla vita e all’allegria, un contrappunto di falsità e menzogna alla buia metropoli.

Giudicare la sceneggiatura è invece un compito più arduo: non essendo Lukas una serie ad episodi autoconclusivi, le incognite sono ancora molte. In ogni caso la sceneggiatura di quest’albo è ottima, quindi speriamo bene per gli altri episodi – che per inciso dovrebbero essere 12 per ognuna della due “stagioni” previste. Mi ha colpito uno dei colpi di scena finali, dove Lukas dovrà adoperare una violenta e doverosa pietà verso un altro Ridestato.

Le sensazioni e i dolori della vita potranno essere solo distanti ricordi, ma questo non è importante. È nel confronto con una città oscura che non possiede, che è lì e che lo aspetta immobile, che Lukas sa quasi istintivamente ciò che deve fare: qualcosa di giusto. Non importa ciò che non ricorda di sé, perché forse è proprio questo minimo etico che fa sentire una persona unita a se stessa, e che è sufficiente per vivere. O a non vivere.

In numeri: 7/10. Non di più perché al primo numero il rischio di sputtanarsi è alto. In ogni caso mi sento di consigliare ad ogni dylaniato di darci un’occhiata. 94 pp., € 3,30

Francesco ♠

Nota: per chi fosse interessato, ecco una intervista agli autori sul sito della Bonelli.

Scrivere per dimenticare

Scrivere per dimenticare, come farebbe un alcolizzato con i suoi bicchierini. A chi non capita di coloro che hanno assaggiato un po’ di letteratura? Non appena prendete una penna in mano, o battete i tasti della vostra tastiera, ripetete con me:

“La grafomania è una perversa patologia dell’alfabetizzazione occidentale.”

Come un mantra. Non vi impedirà di scrivere, così come disgraziatamente non l’ha impedito a me ora. Ma almeno vi renderete conto del vostro stato patologico, che probabilmente state scrivendo perché non siete riusciti a fare altro o perché avete fallito in qualcosa a cui tenevate.

Non c’è che un modo per guarire: scrivete qualcosa di veramente bello, che sudi passione e sangue per ogni parola che osate mettere su carta. E una volta finito, rileggete il prodotto e domandatevi perché diavolo qualcuno si dovrebbe prendere la briga di leggere le vostre cazzate.

Se alla fine persisterete nel voler fare leggere agli altri i vostri conati o i vostri mal di pancia, forse o non vi rendete bene conto della gravità del vostro gesto, oppure siete degli sfacciati che se ne fregano. Io tifo per quest’ultima.

Auguri e buona scrittura a tutti.

Francesco ♠

Crescita, stato adulto

Crescere non può significare costringersi ad accettare la vita come una zona grigia, avvolgente ed amorfa, lavata via da ogni netto bianco e nero che gli ideali ci parevano delineare davanti. Non è questo che vuol dire essere maturi e salvarsi dall’inferno.

Bianco e nero continuano ad esistere. Perdere la capacità di distinguerli, non li elimina. Compaiono appaiati, al nostro fianco, e tutto quello che appare grigio, a ben vedere, non è che un mosaico molto più ampio di quanto aspettavamo, dove tessere di entrambi i colori continuano a combattere il loro silenzioso contrasto.

Avere la vista poco allenata a vedere la trama di questo intreccio, disgraziatamente non è una scusa.

Francesco ♠