Pieter Brueghel il Vecchio – La Battaglia fra il Carnevale e la Quaresima

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Pieter Brueghel il Vecchio, Lotta fra Carnevale e Quaresima, 1559. Ovvero, una grande messinscena teatrale tardo-medievale. Un po’ in ritardo con la conclusione del Carnevale e l’effettiva entrata della Quaresima, ma ogni occasione è buona per tirar fuori dal proprio armadio virtuale qualcosa di fiammingo. Diretti riferimenti alle immagini di Bosch soprattutto nelle due figure allegoriche in primo piano, ovvero l’allegro sbevezzatore Carnevale e la macilenta Quaresima. Altri rimandi in italiano su Wikipedia.it. Fonte immagine: Wikimedia Commons.

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La Costituzione e la famiglia naturale: giusto due parole!

Ecco, ehm, io non volevo riaprire questo blog con un’immediata polemica, ma come d’uso sono questi tempi cattivi a forzarmi prima le imprecazioni fuor di bocca, e poi la mano per scrivere la mia più-che-soggettiva opinione.

Poiché forse non ho più la tempra di sostenere lunghe crociate morali, se scrivo lo faccio giusto per mettere in chiaro alcuni principî che dovrebbero informare, secondo me, ogni dibattito che abbia come oggetto la discussione di cosa si possa intendere per “famiglia” nell’ambito della legiferazione dello Stato.

La mia considerazione parte da una riflessione su cosa possa significare l’aggettivo “naturale” nel dettato dell’articolo 29 della Costituzione, che qui riprendo per intero:

La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare.

Di cosa ci informa quell’aggettivo, “naturale”? Si sta davvero facendo riferimento, come vorrebbe parte dell’opinione cattolica, alla naturalità del rapporto sessuale fra un uomo ed una donna? Potrebbe, certamente – ma io non penso, anzi credo ad una interpretazione più profondamente giuridica e decisamente più inclusiva ed aperta ai diritti umani, in piena fede allo spirito del dettame costituzionale.

Quel naturale, infatti per me è prima di tutto testimonianza di un’accortezza del legislatore: ovverosia, di riconoscere come la famiglia non sia fondata e creata da una legge dello Stato, ma che essa pre-esista allo Stato, in quanto formazione storica e sociale antecedente allo Stato stesso. Per i non addetti potrebbe sembrare un discorso innocuo o pedante, quindi chiariamone subito le conseguenze: affermare che non sia lo Stato a dettare cosa sia una famiglia, vuol dire che è la società – una cosa viva e non un pezzo di carta stampata – a decidere nella sua pratica quotidiana cosa sia una famiglia. Perciò allo Stato spetta quale compito principale di riconoscere, sancire e tutelare attraverso la legge ciò che la società vivente considera come famiglia, ovvero l’unione di due o più persone strette da un vincolo. Se al contrario lo Stato, per una colpevole pigrizia del legislatore, non si dota di leggi adatte a tutelare le nuove forme di associazione sociale rimanendo invece ancorato a forme vecchie ed univoche, ribalta il rapporto: non è più la società naturale ad indicare la forma della famiglia, ma è lo Stato che prescrive, incostituzionalmente, una forma di famiglia vecchia ed artificiosa a scapito di quelle naturali e vive presenti nel corpo della società.

Chi sul diritto di famiglia si fa esponente di una interpretazione intransigente del cristianesimo cattolico, infischiandosene di una società che non è più solo cattolica e che conosce altre forme di famiglia, non solo ignora volutamente le aspirazioni e le esistenze di altre persone, ma rischia quindi di tradire la stessa legge fondamentale dello Stato italiano, ovvero la Costituzione. Non solo, il cattolico ultra-ortodosso rischia oggi di condannarsi a quella preistoria giuridica in cui tutti abbiamo relegato per esempio il vecchio art. 144 del Codice Civile: perché credo che quasi nessuno fra i cattolici odierni si sognerebbe di difendere la potestà maritale e la subordinazione legale della moglie al marito. Eppure, quell’articolo era una volta vigente: quando la società è cambiata, il legislatore è intervenuto. Lo stesso compito spetta al legislatore di oggi: riconoscere altre forme legali di famiglia.

Ribadiamo, quindi: non è la legge dello Stato che precede la famiglia, ma è la famiglia, nelle varie forme che assume in società, ad essere antecedente alle leggi dello Stato. Scopo del legislatore è quello quindi di individuare forme legali ai negozi giuridici che persone concrete ed in carne ed ossa richiedono per essere tutelate e protette nei loro diritti sociali ed affettivi. L’impegnativo incarico a cui perciò, con attenzione e soprattutto umanità, deve ottemperare lo Stato è quello di riconoscere sia l’emergere in generale di nuove modalità familiari, sia quell’odierna e mutata sensibilità sociale per cui l’unione e l’amore fra persone dello stesso sesso non è più qualcosa di mostruoso¹.

In questi giorni il disegno di legge sulle unioni civili è finalmente la testimonianza dell’impegno del legislatore ad interpretare davvero se stesso, ovvero il tutore di istanze reali e presenti nella società. Legalmente, è vero, ancora non potremo chiamare “famiglie” queste unioni di persone: perché come ricorda l’articolo 29, vengono riconosciute come famiglie solamente quelle fondate sul matrimonio. C’è purtroppo quindi da superare ancora il doppio scoglio sia di una reinterpretazione inclusiva del significato del matrimonio – nella mentalità ancora troppo istituto sacramental-religioso piuttosto che negozio giuridico² – sia di una maggiore accettabilità sulla possibilità per una coppia omosessuale di adottare dei figli.

Ma, come si dice, Roma non è stata costruita in un giorno – e meno che mai il diritto. Anche senza poterle chiamare famiglie, per il momento possiamo anche accontentarci di questo surrogato giuridico, perché colma un tragico vuoto frutto di una maliziosa inerzia e di una cattiva volontà politica.

Francesco

¹ Lo so che, considerando l’omofobia che a volte circola, questa “mutata sensibilità sociale” sembra tutt’altro che raggiunta, ma voglio essere ottimista. 😉

² Che poi sul significato del matrimonio ci sarebbe molto da dire e ridire: mi limito a scrivere che i criteri esclusivi con cui viene di solito definito il matrimonio, secondo me sono irragionevoli. Se infatti prendiamo come caratteristica distintiva per poter sposarsi quella di essere da una parte un uomo e dall’altra una donna, rendiamo non necessario l’unico vero legame morale fra due persone: l’amore. Accampare il fatto che il matrimonio è possibile solo fra uomo e donna perché è l’unica combinazione capace sia d’amarsi che di aver figli, e spostare quindi il criterio di famiglia sulla capacità di aver figli, è assolutamente un indegno torto fatto alle coppie incapaci di generare – poiché secondo questo criterio esclusivamente procreativo, queste non potrebbero essere dette famiglie. Non sarà forse che l’unica vera saggezza sia nel rendere il matrimonio accessibile, con diritti e doveri, a qualunque coppia voglia percorrere assieme un tratto – ci si augura il più lungo e felice possibile – della propria vita?

Jean-François Millet – L’Angelus: tempo della Natura e tempo della religione

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Jean-François Millet, L’Angelus, 1857-9.

La luce chiara del giorno accompagna il sole ad occidente, verso il tramonto, lasciando via via spazio all’accumularsi di buio ed oscurità. Attraverso le nubi rese brune dalle ultime gocce sanguigne del sole, s’avventurano dei volatili in fuga dall’approssimarsi della notte. Tra le ombre crescenti, due figure emergono dai campi, come pure gli strumenti di una giornata di lavoro posti loro accanto. Mentre il ciclo giornaliero continua inesorabile, un uomo ed una donna se ne estraniano per qualche momento, quello necessario a recitare una preghiera. Il tempo della Natura, come il cielo al tramonto, è sullo sfondo delle loro parole, che noi non possiamo udire.

Un altro frammento del discorso che abbiamo iniziato con il precedente post – osservate infatti la calzatura dell’uomo.

La Resurrezione di Piero della Francesca: Pasqua, Cristo e la vittoria sulla Morte

Buona Pasqua a tutti. Concludiamo il percorso sulla danse macabre svolto nei giorni scorsi, parlando oggi del revenant più famoso della storia: Gesù Cristo.

Se c’è una festività che mi coinvolge più da vicino, fra quelle comandate dal rito cristiano, questa è la Pasqua.

Parliamoci chiaro: le ascendenze pagane di Natale, Carnevale e Ognissanti le conosciamo bene. Quindi, dal mio punto di vista, se c’è una festa che si può definire il più autenticamente cristiana, e che definisce l’essenza stessa del cristianesimo, è proprio la Pasqua.

Certo, festeggiare in primavera la resurrezione di un dio, non è cosa nuova: nel mondo classico il mito di Adone, figura mitica fra dio e semidio adorata in ambito mediorientale, non può essere dimenticato.

Ma quando arriva Cristo, è proprio tutta un’altra storia. La celebrazione della Pasqua di Resurrezione abbatte il significato circolare legato al ciclo del rinnovarsi delle stagioni. La rivoluzione cristiana non parla più di un cerchio, ma di una linea diretta inevitabilmente verso il Regno dei Cieli.

Ma la novità del cristianesimo rispetto alle divinità del mondo classico, passa anche attraverso altri importantissimi aspetti. Il mai troppo grande Auerbach, nei primi capitoli di quel viaggio attraverso le letterature e le culture che è il suo Mimesis, fa percepire in maniera chiara cosa cambia fra il mondo religioso dei pagani, e quello di ebrei e cristiani. E lo fa attraverso la letteratura.

Il mondo classico è fatto di armi splendenti, e le divinità sono narrate in altisonanti poemi epici che ne esaltano le passioni più che umane. Non è infrequente che questi dei intervengano direttamente nelle questioni degli uomini, che siano visibili nelle loro forme.

Il Dio della rivelazione biblica ed evangelica è al contrario misterioso, richiede una Fede assoluta, incondizionata. Ed è per eccellenza l’Invisibile, non esistono forme né intellettuali né fisiche capaci di contenerlo: è concetto incomprensibile.

Lo stesso stile letterario dei testi pagani e quelli cristiani dimostra la differenza fra i due mondi: allo stile elevato di Omero, risponde lo stile umile, dimesso, degli anonimi estensori dei primi misteri biblici. E non da ultimo, il carattere proprio della narrazione evangelica.

La storia di Cristo è estesa secondo parole semplici, la parola si scansa dalla grandezza del messaggio. Nelle pagine dei vangeli, soprattutto quelli di Marco e Matteo, la rivoluzione è espressa nella vita di tutti i giorni: Gesù attraversa gli spazi della vita quotidiana degli umili, ne condivide la miseria. Il linguaggio, lo stile letterario, non può essere quindi elevato, ma condivide la stessa sorte degli ultimi. Gente di taverna, zoppi, prostitute, indemoniati e pescatori non conoscono Omero.

La stessa morte del Dio incarnatosi in uomo, non è nulla di più contrario all’epica classica. Cristo è percosso, bagnato da sudore e sangue, crolla umiliato sotto lo strumento della sua morte: la Croce. Una volta crocifisso, ad alcuni sembra rimproverare l’abbandono del Padre (“Dio è un traditore“?). In una sequenza di poche ore, è un Dio che attraversa tutti i dolori dell’essere umano: il tradimento, le ferite fisiche, la disperazione di chi non ha scampo. Infine china per l’ultima volta il capo, dal costato le ultime gocce di sangue: la morte.

È forse impossibile rimanere indifferenti alla figura di Gesù il Nazareno: fosse stato anche solo impostore o semplice profeta, anche chi non crede nel cristianesimo, nella divinità incarnata in essere umano, avverte qualcosa davanti a quell’Uomo. Ma c’è dell’altro.

Perché Cristo risorge. Sconfigge la Morte, e promette lo stesso a chi lo seguirà. Dallo scontro con la grettezza degli uomini, dal buio dell’oscurità eterna, emerge vittorioso – ferito e pallido, ma solido come la Salvezza. Cristo stesso diventa segno della promessa di vittoria sulla Morte. Ma anche, per chi non crede, nulla d’altro che la rappresentazione eterna dell’aspirazione umana di vincere il proprio limite più estremo: l’ombra della Morte.

Francesco ♠

Recensione: Il diavolo probabilmente (1977)

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Un giovane s’ammazza. Anzi, no, sembra che sia stato suicidato da qualcuno. Non sappiamo cosa è successo, l’unica via per scoprirlo è percorrere la visione di questo film, Il diavolo probabilmente (Le Diable probablement, 1977), che Robert Bresson girò alla tenera età di circa 76 anni. Se si riflette su questo mero dato anagrafico, già si può comprendere la magnifica statura di un personaggio, Bresson, che con questo film tenta di raccontare secondo un proprio originale stile la gioventù del ’77, al fine di estrarne quel condensato d’Assoluto che riguarda proprio la giovinezza, concetto cristallino eppure sempre sfuggente per chiunque. D’altronde, le migliori giovinezze si vivono senza saperlo.

Una notizia di giornale quindi ci riporta, subito all’inizio, della morte di quello che comprenderemo essere il protagonista del film. Ma forse, più che protagonista, lo potremmo definire personaggio principale di un racconto corale: un filo d’innocenza che si dipana fra le pieghe di una realtà che sembra molto più assurda e annientante dello stesso pensiero del suicidio.

Aspetti e forme della Distruzione, fagocitando brandelli di realtà, infatti s’avvolgono come edera su di un edificio, quello della società, che sembra diroccarsi lentamente Segnali continui di disfacimento e smantellamento attraversano tutto il film, come monito di una condanna che non solo è già stata pronunciata, ma che è anche già messa in atto.

Il film segue quelli che sono stati gli ultimi sei mesi di vita di Charles, il giovane suicida. Se ne attraversano gli ambienti, le conoscenze, gli slanci che compie per affrontare la sua lotta metafisica contro l’idra a nove teste della Distruzione. Charles vive una sua libertà selvaggia e metropolitana, per certi versi con una vitalità e una serenità tali da essere distante anni luce dalla depressione che ci si aspetterebbe da un personaggio che si suiciderà. È simile al filosofo cinico che invece d’insegnare la sua filosofia nelle scuole, lo fa nella vita scontandone i dettami sulla propria pelle. D’aspetto, con i suoi lunghi capelli castano-chiari, pare uscito da un quadro preraffaellita (forse un’eco del Lancelot du Lac?).

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Charles è quindi prima di tutto un individuo, un singolo. Soprattutto, come s’addice ad una figura del genere, è un solitario in piena contrapposizione alle masse, di qualunque forma. Non rientra infatti nemmeno fra la folla dei giovani rivoluzionari, che mentre invocano in gregge la Distruzione dell’ordine stabilito, sono compagni segreti – nell’annientamento della libertà dell’individuo – dello stesso sistema consumistico.

Nella sua foga, la società dei consumi ha incalzato l’industria nello sfruttamento di qualcosa che all’umanità non appartiene, ma che è le dato solo in prestito: la Natura. Nel film compaiono più sequenze dedicate alle conseguenze dell’inquinamento, registrando così già nel ’77 la sensibilità dell’anziano Bresson per un tema, quello dell’ecologia, che ancora oggi fatica a trovare il suo spazio nonostante tutti i passi fatti. E in Italia, paese dissestato da smottamenti e veleni, sappiamo bene cosa è voluto dire non avere coscienza dell’ambiente.

La natura è così invasa e lentamente distrutta. Gli alberi vengono tagliati anche per fare quei preziosi libri su cui gli intellettuali ripongono tante speranze. La stessa cultura è in declino, crepuscolare, in frantumi; in ultima istanza, minacciata dal Nulla. Se mai le elaborazioni degli intellettuali hanno fornito soluzioni ad una società, dandole unità, in queste condizioni sembrano fallire: la frattura fra pensiero ed azione è consumata, e il “pensiero” sembra essere solo sepolcro a se stesso.

La cultura degli uomini è stanca, inerte davanti alle crepe che minano profondamente la società. Nemmeno la religione, storico collante ideologico, sembra più saper svolgere il suo ruolo aggregante. “Dio è un traditore”: così recitano alcune foto erotiche, che qualcuno pone per scherno in mezzo a dei libri dedicati alla Fede. Il cristianesimo per cui le cattedrali gotiche sono state innalzate, sopravvive faticosamente fra i fedeli spaesati: il mistero della Fede, della comunione fra un Dio distante e il minimo individuo, è alla mercè della dissezione intellettuale. L’esperienza dell’Assoluto si perde fra i vaniloqui recitati nei sacri libri dei pensatori alla moda.

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È un crepuscolo di civiltà, e le masse si muovono inconsapevoli, s’agitano e danzano alla musica del melodioso flautista: il diavolo, probabilmente. Il medioevo è distante (?), ma la danse macabre è un ballo eterno, inarrestabile. E coinvolge tutti noi. Organizziamo i nostri passi e le nostre movenze sperando di seguire il ritmo di una musica lontana, la cui partitura è invisibile e negata all’occhio umano.

Ma mantenere il passo e il tempo giusto, mentre una società chiude i suoi orizzonti, è cosa ardua. Tempo di Dio, tempo degli affetti e tempo economico collidono e si scontrano fra loro: la prima vittima è la coscienza dell’individuo, e il nostro rapporto col tempo perde via via la sua compattezza ed unità, lasciando il singolo confuso all’interno della propria esistenza. Come in una gabbia fatta di specchi.

Quando le illusioni ci circondano, è meglio affidarsi alle ragioni del cuore. Così tra i momenti in cui forse si ritrova la vita, ci sono gli amplessi e le emozioni dell’amore, di quei legami che per qualche istante sembrano trapassare la notte del mondo.

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Che l’amore sia una delle forme più sincere di vita, Charles lo racconta ad uno psicanalista verso il quale è stato indirizzato dai suoi amici, impauriti che egli possa suicidarsi. È vero, lui ci andrà, forse anche con la speranza di trovare delle risposte: ma il colloquio “terapeutico” diverrà una sfida in cui Charles, rispondendo con onestà al medico della mente, mostrerà a quest’ultimo la verità. Anche lo psicanalista, con la sua scienza, non è che parte del meccanismo economico di produzione: se la psicanalisi un tempo poteva essere una liberazione del singolo dalla società, ora è pienamente partecipe nell’oppressione. Nel suo tentativo di razionalizzare l’invisibile, razionalizza e riduce anche l’individuo dalle sue originalità: e alla fine della seduta, lo psicanalista si fa pagare per aver restituito una persona alla produttività. La cartamoneta che Charles gli dà è la testimonianza di come una scienza passi da soccorso a consumo.

Una droga, per certi versi simile all’eroina di cui fa uso Valentin, un amico di Charles. Il nostro protagonista cercherà di salvarlo dalla dipendenza che lo costringe a rubare. Ma Valentin non è che la estrema conseguenza dell’ordinamento economico: come gli altri che, quando s’annoiano e non sanno che fare delle loro vite, spendono i loro salari per acquistare porzioni di piacere, lui fa lo stesso. Con l’eccezione che, quei soldi che garantiscono la consumazione del piacere, Valentin li ruba.

Ad ogni desiderio, si può trovare un accomodamento: è questo che promette la società dei consumi. È la meccanizzazione dei piaceri sintetici. E Charles, simbolicamente troverà la fine proprio per mano di chi deve garantirsi accesso al Piacere: la società non ammette eccezioni per chi è selvaggio. Un misero carnefice, in una notte, non farà altro che eseguire una sentenza di morte già scritta dall’ordine sociale.

Il film rappresenta così il transito di chi passa dagli ideali della giovinezza al sistema industriale contemporaneo: Charles, questo rito di passaggio lo fallisce. Non trova infatti collocazione né professionale né sociale, e conclude la sua vita nella sterilità. La sua non sarà una morte importante, il mondo rimarrà indifferente, perché resterà solo uno dei tanti che se ne vanno. Il suicidio rimane un fatto veramente importante solo per chi lo compie.

Il quadro che il film dipinge davanti ai nostri occhi, sembrerebbe quindi desolante, senza via d’uscita: cercare la morte, alla resa dei conti, è una scelta che si può rispettare, ma idiota nei suoi risultati. Ma anche vivere per consumare in una eterna ripetizione i tanti piaceri sintetici, alla lunga non porta altro che a sopravvivere alla morte della propria stessa anima – Life-in-Death (Vita in Morte), per dirla con Coleridge. Eppure, a noi che sopravviviamo rimane un’alternativa, perché attraverso tutte le crepe della realtà batte anche una Vita che chiede di essere strappata via dalla rovina.

Come direbbe Michel, un amico di Charles, si tratta di vivere per vivere, di abbattere la noia con la forza stessa della vita. Non con il ragionamento o con l’intelligenza, ma con qualcos’altro. Michel è per tutto il film il più convinto e onesto combattente contro il Nulla. Forse sono i sentimenti che riscattano una vita: il solo combustibile per mantenere una ponderata anarchia esistenziale, l’unico modo per conservare una propria integrità e innocenza morale.

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In numeri: 7/10. Perché? Non è per tutti: a molti potrebbe apparire datato nella messinscena; inoltre la scelta di Bresson di non usare attori professionisti, per ottenere una recitazione il più possibile “pura”, potrebbe allontanare altri. Una recitazione che, per una scelta stilistica condivisibile o meno, è compassata e induce una estraneità da teatro epico brechtiano, accentuando gli elementi di ineluttabilità e fatalità caratteristici del film.

Ma ovviamente 8/10 se sapete cosa vuol dire bere fino nel profondo dall’amaro calice.

Dedicato a C., per i temi cari all’amica che avevo. E un grazie ad E. per i “suoi” Cocteau e Alain-Fournier.

Francesco ♠

Scheda tecnica. Regista: Robert Bresson. Attori principali: Antoine Monnier (Charles), Tina Irissari (Alberte), Henri de Maublanc (Michel), Laetitia Carcano (Edwige), Nicolas Deguy (Valentin), Régis Hanrion (Dr. Mime, Psicanalista), Geoffroy Gaussen (Libraio), Roger Honorat (Commissario). Durata: 93′.

Tra medioevo, musica ed intolleranza: i Sefarditi di Spagna

Iniziamo la settimana con un viaggio ai margini della storia, della poesia in musica e dell’intolleranza religiosa.

Dal tramonto di oggi cade la Pasqua ebraica, Pesach, la festività che segna la liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù dei Faraoni egiziani. È proprio per festeggiare Pesach che Gesù Cristo, pochi giorni prima della sua crocifissione, si reca in Gerusalemme ed è accolto dalle Palme dei suoi fedeli – questo per chi crede nel cristianesimo. Sotto più aspetti, oggi mi pare quindi una buona occasione per condividere con voi questo brano appartenente alla tradizione musicale dell’ebraismo sefardita. Il testo dovrebbe essere del filosofo, teologo e poeta Yehuda ha-Levi.

La lingua in cui è scritto e cantato è il ladino, forse detto più precisamente giudeo-spagnolo – in modo da non creare confusioni con il ladino del Nord Italia, che non c’entra assolutamente niente con l’ebraismo. Mentre a molti è forse noto l’yiddish, che può essere per certi versi definito come una “versione” ebraica del tedesco, il ladino è invece un vero calderone di trame linguistiche romanze (ovvero derivate dal latino, come spagnolo, catalano, portoghese..) mischiate al lessico religioso ebreo-aramaico, il tutto poi miscelato per ragioni storiche persino con il turco e l’arabo.

Assieme agli Aschenaziti e al loro yiddish, i Sefarditi infatti sono una delle due grandi tradizioni classiche dell’ebraismo. Mentre con il nome dei primi si indicano storicamente gli appartenenti alle comunità ebraiche del Nord Europa e dell’Europa Centrale ed Orientale, “Sefarditi” indica invece gli ebrei delle comunità che esistettero nella penisola iberica per tutto il medioevo.

Dico “esistettero” perché, tramite un atto che può essere storicamente comprensibile ma modernamente ingiustificabile, nel 1492 – lo stesso anno della scoperta dell’America – gli ebrei delle comunità spagnole furono espulsi dai Re Cattolici Ferdinando ed Isabella – gli stessi che appunto finanziarono Cristoforo Colombo, esatto.

Nel 1492 veniva infatti completata anche la cosiddetta Reconquista, ovvero la riunificazione della Spagna da parte dei regni cristiani contro quelli islamici. Naturalmente, si poneva perciò il problema di come integrare le comunità di religione differente dal cristianesimo, ovvero islamici e nel nostro caso gli ebrei. Alla faccia della nostra moderna tolleranza, fu scelta la soluzione drastica. Venne quindi dato agli ebrei un comodissimo tempo di tre o quattro mesi per sloggiare baracca e burattini e andarsene dove loro paresse adatto – naturalmente purché fuori dalla Spagna.

Già è complicato in tre mesi abbandonare la propria casa, il proprio lavoro e trasferirsi in un’altra nazione oggi, figuratevi nel XV secolo. Chi fra gli ebrei dopo questi pochi mesi fosse poi rimasto nelle felici terre dei Re Cattolici, o si convertiva al cristianesimo o si convertiva alla morte.

A completare il quadro, nel 1496 anche i regnanti in Portogallo, legati alle corone di Spagna, adottarono misure analoghe. Iniziò così la dispersione in lungo e largo di queste famiglie spagnole e portoghesi, che trovarono rifugio o presso altre comunità europee – per esempio in Olanda, il filosofo Baruch Spinoza era discendente di questi esiliati – o anche sotto l’Impero dei Turchi Ottomani – in zone come la Grecia o la Turchia (da qui le tracce di lingua turca nel ladino).

Con l’espulsione del 1492, anche se molti non-ebrei poterono impossessarsi dei beni svenduti in fretta e furia dei sefarditi in fuga (a volte persino trucidandoli), i regni di Castiglia ed Aragona perdettero un ceto che non solo generava ricchezza tramite i commerci e la produzione artigianale, ma anche fondante per la stessa cultura spagnola ed europea: molte traduzioni di testi arabi essenziali per lo sviluppo del pensiero occidentale, li dobbiamo infatti alla mediazione e alla traduzione degli ebrei sefarditi.

In una parola, tutta la penisola iberica venne impoverita sotto più aspetti. Inoltre, sempre intorno al periodo di questa espulsione, in Spagna ebbe inizio un periodo di autentica paranoia incentrato sulla nozione di limpieza de sangre – la “purezza di sangue” – destinato a durare per circa i due secoli successivi, e in alcune sue forme fino al XIX secolo.

Gli editti dei re iberici avevano di fatto costretto islamici ed ebrei spagnoli alla conversione forzata al cristianesimo, cosicchè molti di questi aderirono solo nominalmente alla fede cristiana, per conservare la loro vita, i loro beni e le loro posizioni sociali. Quest’ultima cosa, vedere dei cosiddetti “falsi” cristiani mantenere la loro eventuale ricchezza, fece però venire la bava alla bocca a chi ne era per vari motivi geloso. Supportati dagli strumenti dell’Inquisizione cattolica, si cominciarono a scartabellare gli alberi genealogici, dando così avvio ad una campagna di restrizioni pubbliche per chi non fosse di pura ascendenza cristiana.

Mentre da una parte si dava “inizio” all’era moderna con la scoperta dell’America, nel 1492 si consumò così anche una triste lezione di intolleranza, per certi aspetti altrettanto moderna. Una pagina nera come solo la storia dell’Umanità è capace di offrirne, in cui il potere politico si giustifica attraverso la religione ed impone con la forza un determinato ordine sociale.

Ma questa lezione non serve solo a metterci in guardia dagli intrecci fra gerarchie religiose e politica, ma anche da tutti coloro che vogliono far credere che nelle nazioni esista una sola comunità monolitica – il popolo, unito, compatto ed indifferenziato come l’immondizia di Malagrotta.

In realtà esistono sempre più comunità e più identità che coabitano fra loro, e chi crede ancora alle gentili fiabe di popoli e popolani se ne faccia una ragione.

Francesco ♠

Nota: cinematograficamente parlando, il tema della limpieza de sangre appare per esempio nei film Alatriste e L’ultimo inquisitore (Goya’s Ghosts).

L’Assoluto attraverso la luce: le cattedrali eteree di Claude Monet

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Dio è nelle chiese, nelle cattedrali, almeno fin quando non arriva il prete.

Pare l’abbia detto Victor Hugo. Non so né quando né dove, riporto solo quello che dice il protagonista di un film che sto per recensirvi.

Gli edifici religiosi sono luoghi per eccellenza misteriosi. Carichi di simboli, immagini e figure, tutti sappiamo che sono stati costruiti come privilegiati punti di contatto con la rivelazione divina, il più gran mistero fra tutti. Ma il loro significato non è solamente religioso, ed è difficile rimanere indifferenti davanti ad un luogo di culto, qualunque religione esso rappresenti.

C’è dietro infatti qualcosa di più sottile e invisibile. Quei gargoyle, o un’ombra dietro la vetrata di quel rosone, ci spiano in silenzio.

Essere religiosi o meno non c’entra. Attraverso l’aria che raccolgono e trattengono nelle loro architetture, certi edifici ci assalgono nel nostro essere minuti e piccoli, in breve nella nostra mortalità terrena: un luogo infatti che sopravvive a più generazioni di esseri umani, ci mette in contatto diretto con l’enigma del Tempo, con ciò che è avvenuto prima di noi e con ciò che supererà l’arco delle nostre stesse vite. Con la loro carica di antichità e vita trascorsa, questi edifici ci costringono a cambiare prospettiva su noi stessi, ponendoci di fronte all’Assoluto, ovvero davanti a tutto ciò che ci oltrepassa.

Si trattasse poi anche solo di una semplice chiesetta, avremmo comunque di fronte una traccia del sacro, un concetto inespugnabile ad ogni presa intellettuale. Nemmeno un ateo infatti potrà mai ritenersi al sicuro, intellettualmente parlando, da ciò in cui una società ripone la propria sacralità.

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Monet dipinge questa serie di quadri dedicati alla Cattedrale di Rouen fra il 1892 e il 1894. Nel raffigurare questo edificio sacro non segue modelli già disponibili, ma invece adopera un occhio diverso, teso a svelare un mistero naturale altrettanto misterioso quanto quello religioso di Dio: il segreto della Luce. Forse non è un caso che mitologicamente i due siano concetti legati.

Secondo la maniera impressionista, la cattedrale è raffigurata così attraverso la luminosità che rimanda indietro all’occhio: ad ogni porzione di luce che colpisce l’edificio, corrisponde una chiazza di colore. La materia della pietra gotica viene definita quindi mediante la rifrazione, in un lento dissolversi della struttura stessa della chiesa.

I colori percorrono la tela all’inseguimento delle traiettorie stesse della luce, a seconda dei momenti della giornata: la prima coppia di quadri che avete visto rappresenta la mattina; la seconda il mezzogiorno e il meriggio; la terza il calare del sole. In ognuno dei dipinti così sembra quasi di poter annusare il sapore stesso dell’aria: l’umidità della mattina, il secco del meriggio, la prima freschezza della sera. Se ci sembrava quindi di aver perso il “realismo” nella qualità della definizione della cattedrale, sappiamo ora cosa ci restituisce quella che ad una prima occhiata sembrava solo “sfocatezza”: l’esperienza stessa della vita, degli odori e dei sapori, dell’esser lì e vivere partecipi della stessa luce. Immersi.

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Ma non è questo il solo “miracolo” che avviene. Come detto, la materia e la pietra stessa della cattedrale si dissolvono nella luminosità, e la chiesa sembra sfaldarsi. Sotto il peso della luce, le linee sembrano piegarsi e la struttura cede fino alla liquefazione. Le forme si rarefaggono e si distillano: la cattedrale perde la sua realtà, e trasfigura attraverso il riverbero dei colori. Non è più la Cattedrale di Rouen, ma ascende a modello ideale di una chiesa fatta di luce. Nel caso della sua rappresentazione al tramonto, di una chiesa fatta di fuoco.

Alla stregua di un alchimista medievale che abbia scoperto la pietra filosofale, Monet scopre e svela parzialmente il segreto della luce, trasmutando la materia in luminosità. Bagnato e infiammato dalla luce, il reale edificio religioso svapora passando attraverso un falò che ne brucia ogni vanità mondana. Ecco l’Assoluto, una traccia di ciò che chi crede chiama anche Dio.

Francesco ♠

Nota: purtroppo queste sono solo fotografie derivate dai quadri, e quindi di varia qualità.