Jan Gossaert detto Mabuse – Danae

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Jan Gossaert detto Mabuse, Danae, 1527. Per alcuni, in questo quadro c’è un insegnamento morale: non compromettere la propria innocenza davanti alla tentazione della ricchezza. Il pittore di quest’opera è nordeuropeo, ma nel suo dipinto salda la propria tradizione, visibile nei tratti stupiti e sinceri della ragazza, alla lezione rinascimentale italiana. Intorno all’evento culmine del mito di Danae, cioè la sua fecondazione tramite un Zeus trasformatosi in pioggia aurea, il Mabuse costruisce una intera architettura a custodire il momento, lasciando però libero l’occhio indiscreto dello spettatore. È come quindi se il colonnato, di chiaro stile classico e italiano, incorniciasse tutta la narrazione in una vignetta, la cui profondità è ancor più aumentata dal panorama maestoso di una città immaginaria. Fonte immagine: Wikimedia Commons.

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John Milton – Canzone su una mattina di Maggio

John Constable, La cattedrale di Salisbury vista dal Giardino del vescovo, 1826.

John Constable, La cattedrale di Salisbury vista dal Giardino del vescovo, 1826.

Concludo oggi le celebrazioni per il Maggio, che purtroppo non sono andate come previsto a causa di miei vari malesseri sia “spirituali” che fisici – i quali mi hanno costretto, in questi ultimi tempi, a proporvi molte meno cose di quante ne avrei voluto. Per chiudere però la fine di un mese che auguro di cuore esservi comunque stato sorridente e lieto, vorrei salutare decorosamente il Maggio con una poesia giovanile di John Milton pubblicata intorno al 1646.

SONG ON MAY MORNING – CANZONE SUL SORGERE DEL MAGGIO (1646 c.)

Now the bright morning Star, Dayes harbinger,

Ora la brillante Stella del Mattino, del Giorno annunciatrice,

Comes dancing from the East, and leads with her

Viene danzando da Oriente, e porta con sé

The Flowry May, who from her green lap throws

Maggio in Fiore, che getta dal di lei¹ verde grembo

The yellow Cowslip, and the pale Primrose.

la gialla Primula, e il pallido fiore di Primavera².

Hail bounteous May that dost inspire

Salute a te Maggio, che generosa ispiri

Mirth and youth, and warm desire,

Gioia e giovinezza, e caldo desiderio,

Woods and Groves, are of thy dressing,

Alberi e Boschi, sono il tuo abito,

Hill and Dale, doth boast thy blessing.

Collina e Valle, vantano la tua benedizione.

Thus we salute thee with our early Song,

Perciò ti salutiamo con la nostra Canzone mattutina,

And welcom thee, and wish thee long.

E ti diamo il benvenuto, e che possa tu rimanere a lungo.

E che davvero il sentimento di fioritura del Maggio possa accompagnarvi ben oltre la fine di questo mese.

Francesco ♠

¹ Milton personifica il Maggio in una donna. Per chiarirlo nella traduzione italiana, ho perciò usato “di lei” piuttosto dell’ambiguo “suo”.

² Cowslip e Primrose sono entrambe delle primule. Essendo però il nome primula coniato proprio ad indicare i primi fiori primaverili che si schiudono all’inizio della stagione, per evitare la ripetizione ho quindi per questo tradotto “fiore di Primavera”.

Nota: testo tratto da The poetical works of John Milton (Gutenberg Project), traduzione alla mano del sottoscritto.

Francesco Landini – Ecco la Primavera: in questo vago tempo ogni cosa ha vaghezza

Cominciano oggi, un po’ in ritardo rispetto alle intenzioni, le mie personali celebrazioni per il mese di Maggio. Un tempo simbolico, intrecciato a petali di rose e all’amore: sia sacro, come quello che il culto cristiano riserva alla Madonna, sia profano, come risveglio di sensazioni pagane e terrene.

Iniziamo oggi con una ballata di Francesco Landini, compositore e musicista del Trecento italiano. Il testo è il migliore che ho potuto trovare in rete (lo dico per i filologi), non avendo ora sotto mano il libretto del cd dove ho la registrazione di questa musica. In ogni caso, la versione che possiedo è quella incisa dallo storico Early Music Consort, la stessa che potrete apprezzare ascoltando il brano con cui si apre il post.

La versione che invece vi propongo per seconda è del Waverly Consort (stando a ciò che è nella descrizione del brano su YouTube), e rispetto alla prima presenta un’accentuata essenzialità vocale, con una riduzione al minimo dell’intervento degli strumenti: la ballata è resa soprattutto dal calore delle voci femminili, scandite vagamente dal soffio di un tintinnio, fino ad arrivare per accumulo al finale, intregrando infine l’irruenza di strumenti e voci maschili. È il Trionfo della Primavera.

“Ecco la primavera

che ‘l cor fa rallegrare;

temp’è da ‘nnamorare

e star con lieta cera.

No’ vegiam l’aria e ‘l tempo

che pur chiama allegreza;

in questo vago tempo

ogni cosa ha vagheza.

L’erbe con gran frescheza

e fiori copron prati

e gli alberi adornati

sono in simil manera.”

Nota: se qualche grammatico ortodosso fra voi sta piangendo per quelle “z” orfane della loro compagna, ricordo che la stabilizzazione delle doppie e della grafia è qualcosa di più tardo del Trecento. 😉

El Greco – Veduta di Toledo: moderno prima del moderno

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El_Greco_View_of_Toledo

El Greco, Veduta di Toledo, 1596-1600 circa. Di genere inclassificabile: i moti del cielo fra il barocco e l’espressionismo; la natura rinascimentale e romantica al tempo stesso; la città, le costruzioni dell’uomo, gettate fra le colline come in un quadro d’inizio novecento. Una composizione in cui forma e materia del paesaggio vivono della stessa sostanza, senza soluzione di continuità: le vibrazioni sono le stesse. Da confrontare con il prossimo quadro, la montagna Sainte-Victoire di Cézanne.

La Resurrezione di Piero della Francesca: Pasqua, Cristo e la vittoria sulla Morte

Buona Pasqua a tutti. Concludiamo il percorso sulla danse macabre svolto nei giorni scorsi, parlando oggi del revenant più famoso della storia: Gesù Cristo.

Se c’è una festività che mi coinvolge più da vicino, fra quelle comandate dal rito cristiano, questa è la Pasqua.

Parliamoci chiaro: le ascendenze pagane di Natale, Carnevale e Ognissanti le conosciamo bene. Quindi, dal mio punto di vista, se c’è una festa che si può definire il più autenticamente cristiana, e che definisce l’essenza stessa del cristianesimo, è proprio la Pasqua.

Certo, festeggiare in primavera la resurrezione di un dio, non è cosa nuova: nel mondo classico il mito di Adone, figura mitica fra dio e semidio adorata in ambito mediorientale, non può essere dimenticato.

Ma quando arriva Cristo, è proprio tutta un’altra storia. La celebrazione della Pasqua di Resurrezione abbatte il significato circolare legato al ciclo del rinnovarsi delle stagioni. La rivoluzione cristiana non parla più di un cerchio, ma di una linea diretta inevitabilmente verso il Regno dei Cieli.

Ma la novità del cristianesimo rispetto alle divinità del mondo classico, passa anche attraverso altri importantissimi aspetti. Il mai troppo grande Auerbach, nei primi capitoli di quel viaggio attraverso le letterature e le culture che è il suo Mimesis, fa percepire in maniera chiara cosa cambia fra il mondo religioso dei pagani, e quello di ebrei e cristiani. E lo fa attraverso la letteratura.

Il mondo classico è fatto di armi splendenti, e le divinità sono narrate in altisonanti poemi epici che ne esaltano le passioni più che umane. Non è infrequente che questi dei intervengano direttamente nelle questioni degli uomini, che siano visibili nelle loro forme.

Il Dio della rivelazione biblica ed evangelica è al contrario misterioso, richiede una Fede assoluta, incondizionata. Ed è per eccellenza l’Invisibile, non esistono forme né intellettuali né fisiche capaci di contenerlo: è concetto incomprensibile.

Lo stesso stile letterario dei testi pagani e quelli cristiani dimostra la differenza fra i due mondi: allo stile elevato di Omero, risponde lo stile umile, dimesso, degli anonimi estensori dei primi misteri biblici. E non da ultimo, il carattere proprio della narrazione evangelica.

La storia di Cristo è estesa secondo parole semplici, la parola si scansa dalla grandezza del messaggio. Nelle pagine dei vangeli, soprattutto quelli di Marco e Matteo, la rivoluzione è espressa nella vita di tutti i giorni: Gesù attraversa gli spazi della vita quotidiana degli umili, ne condivide la miseria. Il linguaggio, lo stile letterario, non può essere quindi elevato, ma condivide la stessa sorte degli ultimi. Gente di taverna, zoppi, prostitute, indemoniati e pescatori non conoscono Omero.

La stessa morte del Dio incarnatosi in uomo, non è nulla di più contrario all’epica classica. Cristo è percosso, bagnato da sudore e sangue, crolla umiliato sotto lo strumento della sua morte: la Croce. Una volta crocifisso, ad alcuni sembra rimproverare l’abbandono del Padre (“Dio è un traditore“?). In una sequenza di poche ore, è un Dio che attraversa tutti i dolori dell’essere umano: il tradimento, le ferite fisiche, la disperazione di chi non ha scampo. Infine china per l’ultima volta il capo, dal costato le ultime gocce di sangue: la morte.

È forse impossibile rimanere indifferenti alla figura di Gesù il Nazareno: fosse stato anche solo impostore o semplice profeta, anche chi non crede nel cristianesimo, nella divinità incarnata in essere umano, avverte qualcosa davanti a quell’Uomo. Ma c’è dell’altro.

Perché Cristo risorge. Sconfigge la Morte, e promette lo stesso a chi lo seguirà. Dallo scontro con la grettezza degli uomini, dal buio dell’oscurità eterna, emerge vittorioso – ferito e pallido, ma solido come la Salvezza. Cristo stesso diventa segno della promessa di vittoria sulla Morte. Ma anche, per chi non crede, nulla d’altro che la rappresentazione eterna dell’aspirazione umana di vincere il proprio limite più estremo: l’ombra della Morte.

Francesco ♠