Henry De Groux: ritratto di James Ensor

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Henry De Groux, James Ensor, 1907. De Groux sembra quasi voler rappresentare Ensor nella posa di un sovrano o di un sommo sacerdote, con in mano una bacchetta che si potrebbe facilmente scambiare per uno scettro o un bastone di Asclepio. Alle spalle del pittore belga spiccano, su quella che sembrerebbe essere una tela, quegli elementi singolari e grotteschi che caratterizzano la pittura di Ensor: una maschera umanoide, e teschi incerti nel loro essere o maschere o macabre realtà. Vi invito a riguardare L’entrata di Cristo in Brussels: e rivedrete sia maschere deformi, sia anche una specificatamente a forma di cranio. Nonostante Ensor sia belga, il teschio è in più immagine ricorrente e tradizionale della pittura olandese del Secolo d’Oro, a simboleggiare la vanità delle occupazioni terrene e più in generale il rapporto, a volte anche tragicomico, con la nostra vicenda umana. Quella piuma rossa, che emerge dal gruppo di teschi e maschere, proprio ora mi ha fatto venir in mente un quadro che fa al caso nostro, e che vi posto domani. Fonte immagine: Wikimedia Commons.

Entrata ed oltraggio di Cristo in Belgio: Ensor e De Groux

James Ensor, L’entrata di Cristo a Brussels nel 1889, 1888-89. Fonte immagine: Wikimedia Commons.

Per una serie di coincidenze, in quest’ultima settimana mi sono capitati sott’occhio questi due quadri, entrambi opera di due artisti belgi. I due pittori, James Ensor ed Henry De Groux, non solo furono coevi, ma parteciparono anche entrambi a Les XX (Les Vingt, I Venti), un circolo artistico ed intellettuale belga nato in opposizione ai canali ufficiali di promozione artistica.

Il quadro di Ensor è una perfida parodia: in prima battuta della società belga del tempo, e in secondo luogo di ogni società umana. Il pittore raffigura Cristo accolto da un’atmosfera carnascialesca e cialtrona che risente decisamente delle tradizionali feste popolari belghe, le quali tra l’altro godono già di altre rappresentazioni nella pittura fiamminga. Gesù, sul dorso di un asino, è al centro della scena: ma è quasi invisibile, sommerso da questa variopinta coltre umana che gli rende un omaggio ipocrita.

Sembrerebbe non solo che Cristo non sia riuscito a scacciare i mercanti dal tempio, ma che siano invece quest’ultimi ad aver vinto. Che alla sua entrata a Brussels sia data un’accoglienza buffonesca, denota tutta l’insofferenza quotidiana, se non anche l’aperta derisione, che la maggior parte delle persone, nell’affannosa ricerca di onori e piaceri, riserva a ciò può apparire come alto, spirituale o ideale. Le stesse maschere che molti indossano sono figurazioni plastiche della comune ipocrisia che vena le relazioni umane.

Henry De Groux, Cristo oltraggiato, 1889. Fonte immagine: Wikimedia Commons.

Ugualmente nel quadro di De Groux abbiamo un Cristo assediato da una folla: uomini, donne e bambini tendono le braccia ad offendere, si muovono convulsamente andandosi ad accalcare noncuranti gli uni sugli altri. Da un lato abbiamo l’insanguinata figura umana di Gesù che, ritraendo la gamba, sembra cedere; dall’altra, colta sul punto di travolgerlo, una violenta, torbida tempesta di corpi umani carichi di disprezzo.

Ensor riesce a cogliere con il suo sarcasmo la miseria della società umana nell’accogliere e strumentalizzare ipocritamente ciò che dovrebbe salvarla. Il quadro di De Groux invece vive tutto nella violenza, nella rabbia nera e cieca, che spesso la folla nutre verso il fragile e il debole.

Francesco

Postilla: Un ringraziamento speciale a DemoisElle per essere stata curiosa fautrice di questo post. 🙂

Pieter Brueghel il Vecchio – La Battaglia fra il Carnevale e la Quaresima

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Pieter Brueghel il Vecchio, Lotta fra Carnevale e Quaresima, 1559. Ovvero, una grande messinscena teatrale tardo-medievale. Un po’ in ritardo con la conclusione del Carnevale e l’effettiva entrata della Quaresima, ma ogni occasione è buona per tirar fuori dal proprio armadio virtuale qualcosa di fiammingo. Diretti riferimenti alle immagini di Bosch soprattutto nelle due figure allegoriche in primo piano, ovvero l’allegro sbevezzatore Carnevale e la macilenta Quaresima. Altri rimandi in italiano su Wikipedia.it. Fonte immagine: Wikimedia Commons.

John Collier – Il Maggio della regina Ginevra: bianco nuziale fra riti pagani e cristiani

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John Collier, Festa per il giorno di Maggio della regina Ginevra, 1900. Con un ritardo di cui mi scuso, prima che il Maggio finisca proseguiamo con le nostre celebrazioni primaverili. Ispirata alla vicenda arturiana, eccovi un’immagine della regina Ginevra che celebra il Primo Maggio, che ancora prima d’essere festa dei lavoratori, è stata la festa pagana per il ritorno della primavera – detta anche Calendimaggio, e legata nei paesi nordici alla notte di Valpurga. La consorte di Artù in questo momento non è solo regina di Camelot, ma è raffigurata nelle sue vesti fiorite di regina del Maggio: è simbolo, candido e tangibile agli occhi, della rinascita della Natura, e dell’inizio di un nuovo ciclo nel perpetuarsi dell’eternità. La dissoluzione del suo mondo mitico, come della stessa corte di Artù anche a causa del suo tradimento coniugale, dovranno avvenire: ma non ora, non in questo attimo e fra questi petali.

Francesco Landini – Ecco la Primavera: in questo vago tempo ogni cosa ha vaghezza

Cominciano oggi, un po’ in ritardo rispetto alle intenzioni, le mie personali celebrazioni per il mese di Maggio. Un tempo simbolico, intrecciato a petali di rose e all’amore: sia sacro, come quello che il culto cristiano riserva alla Madonna, sia profano, come risveglio di sensazioni pagane e terrene.

Iniziamo oggi con una ballata di Francesco Landini, compositore e musicista del Trecento italiano. Il testo è il migliore che ho potuto trovare in rete (lo dico per i filologi), non avendo ora sotto mano il libretto del cd dove ho la registrazione di questa musica. In ogni caso, la versione che possiedo è quella incisa dallo storico Early Music Consort, la stessa che potrete apprezzare ascoltando il brano con cui si apre il post.

La versione che invece vi propongo per seconda è del Waverly Consort (stando a ciò che è nella descrizione del brano su YouTube), e rispetto alla prima presenta un’accentuata essenzialità vocale, con una riduzione al minimo dell’intervento degli strumenti: la ballata è resa soprattutto dal calore delle voci femminili, scandite vagamente dal soffio di un tintinnio, fino ad arrivare per accumulo al finale, intregrando infine l’irruenza di strumenti e voci maschili. È il Trionfo della Primavera.

“Ecco la primavera

che ‘l cor fa rallegrare;

temp’è da ‘nnamorare

e star con lieta cera.

No’ vegiam l’aria e ‘l tempo

che pur chiama allegreza;

in questo vago tempo

ogni cosa ha vagheza.

L’erbe con gran frescheza

e fiori copron prati

e gli alberi adornati

sono in simil manera.”

Nota: se qualche grammatico ortodosso fra voi sta piangendo per quelle “z” orfane della loro compagna, ricordo che la stabilizzazione delle doppie e della grafia è qualcosa di più tardo del Trecento. 😉

Jean-François Millet – L’Angelus: tempo della Natura e tempo della religione

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Jean-François Millet, L’Angelus, 1857-9.

La luce chiara del giorno accompagna il sole ad occidente, verso il tramonto, lasciando via via spazio all’accumularsi di buio ed oscurità. Attraverso le nubi rese brune dalle ultime gocce sanguigne del sole, s’avventurano dei volatili in fuga dall’approssimarsi della notte. Tra le ombre crescenti, due figure emergono dai campi, come pure gli strumenti di una giornata di lavoro posti loro accanto. Mentre il ciclo giornaliero continua inesorabile, un uomo ed una donna se ne estraniano per qualche momento, quello necessario a recitare una preghiera. Il tempo della Natura, come il cielo al tramonto, è sullo sfondo delle loro parole, che noi non possiamo udire.

Un altro frammento del discorso che abbiamo iniziato con il precedente post – osservate infatti la calzatura dell’uomo.

La Resurrezione di Piero della Francesca: Pasqua, Cristo e la vittoria sulla Morte

Buona Pasqua a tutti. Concludiamo il percorso sulla danse macabre svolto nei giorni scorsi, parlando oggi del revenant più famoso della storia: Gesù Cristo.

Se c’è una festività che mi coinvolge più da vicino, fra quelle comandate dal rito cristiano, questa è la Pasqua.

Parliamoci chiaro: le ascendenze pagane di Natale, Carnevale e Ognissanti le conosciamo bene. Quindi, dal mio punto di vista, se c’è una festa che si può definire il più autenticamente cristiana, e che definisce l’essenza stessa del cristianesimo, è proprio la Pasqua.

Certo, festeggiare in primavera la resurrezione di un dio, non è cosa nuova: nel mondo classico il mito di Adone, figura mitica fra dio e semidio adorata in ambito mediorientale, non può essere dimenticato.

Ma quando arriva Cristo, è proprio tutta un’altra storia. La celebrazione della Pasqua di Resurrezione abbatte il significato circolare legato al ciclo del rinnovarsi delle stagioni. La rivoluzione cristiana non parla più di un cerchio, ma di una linea diretta inevitabilmente verso il Regno dei Cieli.

Ma la novità del cristianesimo rispetto alle divinità del mondo classico, passa anche attraverso altri importantissimi aspetti. Il mai troppo grande Auerbach, nei primi capitoli di quel viaggio attraverso le letterature e le culture che è il suo Mimesis, fa percepire in maniera chiara cosa cambia fra il mondo religioso dei pagani, e quello di ebrei e cristiani. E lo fa attraverso la letteratura.

Il mondo classico è fatto di armi splendenti, e le divinità sono narrate in altisonanti poemi epici che ne esaltano le passioni più che umane. Non è infrequente che questi dei intervengano direttamente nelle questioni degli uomini, che siano visibili nelle loro forme.

Il Dio della rivelazione biblica ed evangelica è al contrario misterioso, richiede una Fede assoluta, incondizionata. Ed è per eccellenza l’Invisibile, non esistono forme né intellettuali né fisiche capaci di contenerlo: è concetto incomprensibile.

Lo stesso stile letterario dei testi pagani e quelli cristiani dimostra la differenza fra i due mondi: allo stile elevato di Omero, risponde lo stile umile, dimesso, degli anonimi estensori dei primi misteri biblici. E non da ultimo, il carattere proprio della narrazione evangelica.

La storia di Cristo è estesa secondo parole semplici, la parola si scansa dalla grandezza del messaggio. Nelle pagine dei vangeli, soprattutto quelli di Marco e Matteo, la rivoluzione è espressa nella vita di tutti i giorni: Gesù attraversa gli spazi della vita quotidiana degli umili, ne condivide la miseria. Il linguaggio, lo stile letterario, non può essere quindi elevato, ma condivide la stessa sorte degli ultimi. Gente di taverna, zoppi, prostitute, indemoniati e pescatori non conoscono Omero.

La stessa morte del Dio incarnatosi in uomo, non è nulla di più contrario all’epica classica. Cristo è percosso, bagnato da sudore e sangue, crolla umiliato sotto lo strumento della sua morte: la Croce. Una volta crocifisso, ad alcuni sembra rimproverare l’abbandono del Padre (“Dio è un traditore“?). In una sequenza di poche ore, è un Dio che attraversa tutti i dolori dell’essere umano: il tradimento, le ferite fisiche, la disperazione di chi non ha scampo. Infine china per l’ultima volta il capo, dal costato le ultime gocce di sangue: la morte.

È forse impossibile rimanere indifferenti alla figura di Gesù il Nazareno: fosse stato anche solo impostore o semplice profeta, anche chi non crede nel cristianesimo, nella divinità incarnata in essere umano, avverte qualcosa davanti a quell’Uomo. Ma c’è dell’altro.

Perché Cristo risorge. Sconfigge la Morte, e promette lo stesso a chi lo seguirà. Dallo scontro con la grettezza degli uomini, dal buio dell’oscurità eterna, emerge vittorioso – ferito e pallido, ma solido come la Salvezza. Cristo stesso diventa segno della promessa di vittoria sulla Morte. Ma anche, per chi non crede, nulla d’altro che la rappresentazione eterna dell’aspirazione umana di vincere il proprio limite più estremo: l’ombra della Morte.

Francesco ♠

L’Assoluto attraverso la luce: le cattedrali eteree di Claude Monet

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Dio è nelle chiese, nelle cattedrali, almeno fin quando non arriva il prete.

Pare l’abbia detto Victor Hugo. Non so né quando né dove, riporto solo quello che dice il protagonista di un film che sto per recensirvi.

Gli edifici religiosi sono luoghi per eccellenza misteriosi. Carichi di simboli, immagini e figure, tutti sappiamo che sono stati costruiti come privilegiati punti di contatto con la rivelazione divina, il più gran mistero fra tutti. Ma il loro significato non è solamente religioso, ed è difficile rimanere indifferenti davanti ad un luogo di culto, qualunque religione esso rappresenti.

C’è dietro infatti qualcosa di più sottile e invisibile. Quei gargoyle, o un’ombra dietro la vetrata di quel rosone, ci spiano in silenzio.

Essere religiosi o meno non c’entra. Attraverso l’aria che raccolgono e trattengono nelle loro architetture, certi edifici ci assalgono nel nostro essere minuti e piccoli, in breve nella nostra mortalità terrena: un luogo infatti che sopravvive a più generazioni di esseri umani, ci mette in contatto diretto con l’enigma del Tempo, con ciò che è avvenuto prima di noi e con ciò che supererà l’arco delle nostre stesse vite. Con la loro carica di antichità e vita trascorsa, questi edifici ci costringono a cambiare prospettiva su noi stessi, ponendoci di fronte all’Assoluto, ovvero davanti a tutto ciò che ci oltrepassa.

Si trattasse poi anche solo di una semplice chiesetta, avremmo comunque di fronte una traccia del sacro, un concetto inespugnabile ad ogni presa intellettuale. Nemmeno un ateo infatti potrà mai ritenersi al sicuro, intellettualmente parlando, da ciò in cui una società ripone la propria sacralità.

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Monet dipinge questa serie di quadri dedicati alla Cattedrale di Rouen fra il 1892 e il 1894. Nel raffigurare questo edificio sacro non segue modelli già disponibili, ma invece adopera un occhio diverso, teso a svelare un mistero naturale altrettanto misterioso quanto quello religioso di Dio: il segreto della Luce. Forse non è un caso che mitologicamente i due siano concetti legati.

Secondo la maniera impressionista, la cattedrale è raffigurata così attraverso la luminosità che rimanda indietro all’occhio: ad ogni porzione di luce che colpisce l’edificio, corrisponde una chiazza di colore. La materia della pietra gotica viene definita quindi mediante la rifrazione, in un lento dissolversi della struttura stessa della chiesa.

I colori percorrono la tela all’inseguimento delle traiettorie stesse della luce, a seconda dei momenti della giornata: la prima coppia di quadri che avete visto rappresenta la mattina; la seconda il mezzogiorno e il meriggio; la terza il calare del sole. In ognuno dei dipinti così sembra quasi di poter annusare il sapore stesso dell’aria: l’umidità della mattina, il secco del meriggio, la prima freschezza della sera. Se ci sembrava quindi di aver perso il “realismo” nella qualità della definizione della cattedrale, sappiamo ora cosa ci restituisce quella che ad una prima occhiata sembrava solo “sfocatezza”: l’esperienza stessa della vita, degli odori e dei sapori, dell’esser lì e vivere partecipi della stessa luce. Immersi.

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Ma non è questo il solo “miracolo” che avviene. Come detto, la materia e la pietra stessa della cattedrale si dissolvono nella luminosità, e la chiesa sembra sfaldarsi. Sotto il peso della luce, le linee sembrano piegarsi e la struttura cede fino alla liquefazione. Le forme si rarefaggono e si distillano: la cattedrale perde la sua realtà, e trasfigura attraverso il riverbero dei colori. Non è più la Cattedrale di Rouen, ma ascende a modello ideale di una chiesa fatta di luce. Nel caso della sua rappresentazione al tramonto, di una chiesa fatta di fuoco.

Alla stregua di un alchimista medievale che abbia scoperto la pietra filosofale, Monet scopre e svela parzialmente il segreto della luce, trasmutando la materia in luminosità. Bagnato e infiammato dalla luce, il reale edificio religioso svapora passando attraverso un falò che ne brucia ogni vanità mondana. Ecco l’Assoluto, una traccia di ciò che chi crede chiama anche Dio.

Francesco ♠

Nota: purtroppo queste sono solo fotografie derivate dai quadri, e quindi di varia qualità.