Gustav Klimt – Danae

Immagine

Gustav Klimt, Danae, 1907. Dopo la versione rinascimentale del mito di Danae, non poteva mancare, quasi fosse un obbligo, quella moderna di Gustav Klimt. Nell’opera di Mabuse, Danae era proiettata al centro della scena dal circostante colonnato classico; qui, invece, tutta la dimensione del quadro coincide con il suo corpo rannicchiato e nudo. Il dipinto vive interamente di questa ragazza, ne percorre l’intimità sorvolandone il viso preso fra il sogno e la carnalità. Intorno, convergono su di lei la massa dei suoi stessi capelli, il velo decorato e infine la pioggia d’oro, tutti elementi che sembrano volerla stringere in un abbraccio. In risposta, la sua mano cerca di avvinghiare con forza quelle briciole di desiderio che paiono sfuggire dal suo sogno. Fonte immagine: Wikimedia Commons.

Padroni dei sogni

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Da “Blade Runner”. Chi ha visto il film, capirà. A chi non l’ha visto, non glielo posso spiegare senza fare spoiler. Quindi che aspettate? Correte a vederlo.

Nessuno è padrone dei propri sogni

Ci si presentano di soppiatto, nel sonno, e forse non è un caso che chi ricorda i propri sogni è proprio colui che ha il sonno leggero, che si sveglia per quei due o tre momenti necessari per ricordarsi e catturare così qualcuna delle sue apparizioni mentali.

Immagini, i sogni, che creano spazi apparentemente infiniti all’interno della nostra mente. A volte la stessa dimensione del sogno sembra voler fuoriuscire dal cranio, dilatarlo e trascinarlo verso una realtà senza né tempo né luogo.

Eppure nessuno è padrone dei propri sogni. Lo stesso imprevedibile destino che sembra governare casualmente la nostra veglia, governa i sogni. Improvvisi, inusitati, strani percorsi che s’intraprendono senza volerlo. Siamo alla mercé del Caso, così come quando camminiamo per strada.

Immagini e soprattutto frammenti delle nostre emozioni collassano gli uni sulle altre, combinandosi. È l’esasperazione di ciò che abbiamo vissuto e visto, non ci è data la creazione di un qualcosa che non abbiamo mai davvero veduto o conosciuto. L’unica libertà che abbiamo è nel cavalcare l’onda.

Ma “sogno” ha anche un’altra accezione consueta, quella di aspirazione. Sintomatico che per ciò di cui non abbiamo ancora un’idea precisa, ma fumosa, e da cui però ci aspettiamo del bene, parliamo di sogno. Modelliamo spesso una vita alla rincorsa di un sogno, di una sua realizzazione.

Ci sfugge che quel sogno, quel modello di vita, non continua ad essere altro che un riflesso di ciò che abbiamo assorbito, non ricordiamo quando non ricordiamo dove.

Siamo tutti dei Replicanti. Replichiamo i sogni di qualcun’altro, cercando disperatamente di confermarci che stiamo deragliando da qualcosa di prestabilito.

Francesco ♠