Nostalgia di un amore

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William Maw Egley, La Signora di Shalott, 1856. Fonte immagine: Wikimedia Commons.

“Era proprio al tempo
in cui si odia l’infelicità;
si era adornato
il bosco ed un bel vestito
aveva indossato incontro all’estate […].
Un mattino, sul presto,
poiché non riusciva per le sue pene
né a dormire né a restare distesa,
la signora si alzò.
Nella sua afflizione lei andò allora
dove, sopra le mura del castello,
era costruita una loggia;
lì si reco da sola.
Stette ad una finestra,
come fanno spesso le donne prese dalla nostalgia,
quando l’amore causa dolore;
bisogna vederle quando sono così afflitte.
Così era successo a lei.
La sua mano bianca ben fatta
appoggiò sulla guancia
ed ascoltò il canto degli uccelli.” (vv. 1686-1712)

Da: Anonimo tedesco del XII-XIII secolo, Moriz von Craûn, traduzione di A. Palermo.

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Onore, uomini e bestie ai tempi dei cavalier cortesi

Miniatura dal Codex Manesse, rappresentante il poeta e cavaliere Hartmann von Aue. Fonte: Wikimedia Commons.

“Colui che è spinto dal suo animo
a compiere volentieri azioni buone,
è destinato a riuscire.
Invece oggi ci sono molti uomini
nel mondo, che io vedo
vivere senza onore, come bestie.
Che scopo ha vivere, per un uomo così?
Costui sperpera vanamente
la grazia e l’aiuto
che Dio ha dato al mondo”. (vv. 123-132)

Da: Anonimo tedesco del XII-XIII secolo, Moriz von Craûn, traduzione di A. Palermo.

Frans Hals – Giovane uomo con teschio (Vanitas)

Frans Hals, Giovane uomo con teschio (Vanitas), 1626-28. Fonte immagine: Wikimedia Commons.

“Io ho veduto tutto ciò che si fa sotto il sole; ed ecco tutto è vanità e un correr dietro al vento” (Ecclesiaste, 1:14). Come promesso, eccovi una dimostrazione plastica dell’affinità fra Ensor e la propria tradizione fiamminga ed olandese. Questo quadro mi è tornato in mente proprio rivedendo quello di ieri: se avevate fatto caso, in mezzo alle maschere e ai teschi raffigurati nella tela alle spalle di Ensor, emergeva sbuffante una piuma rossa. Nel quadro di oggi, questo di Hals, non solo quindi ritorna il simbolo del teschio, ma per una coincidenza anche una evidente piuma rossa. Ed è proprio quest’ultima, curiosamente, a rivelarci ancora una sintonia fra Ensor e la pittura tradizionale dei Paesi Bassi: perché quella piuma ci rivela come pure il personaggio raffigurato nel dipinto di Hals sia a sua volta una “maschera” allegorica, proprio come avveniva nel simbolismo ensoriano.

Il quadro rappresenta un giovane, ma osserviamo i suoi abiti: anche a distanza di secoli, possiamo dire che probabilmente non sono le sue vesti quotidiane, quelle con cui affronta la vita di tutti i giorni. Anzi, tutto il contrario: mantello, cappello e piuma sembrano appartenere ad un costume di scena. È mia opinione infatti che Hals abbia fatto travestire il soggetto di questo dipinto, secondo un’usanza teatrale che massicciamente adopera anche Rembrandt: il grande mantello copre la maggior parte del suo corpo, lasciando in evidenza solamente il gesto del braccio, il volto ed un cappello reso vistoso sia dal colore, sia da una estesa e folta piuma – la stessa che rossastra sprizzava, come dicevamo, in mezzo a maschere e teschi nel dipinto di ieri su Ensor. E nella mano, poi, un teschio: il classico simbolo di quella vanità umana di cui parla il libro biblico dell’Ecclesiaste, e che è anche il secondo titolo del dipinto di Hals (Vanitas, vanità).

Il giovane diviene perciò una maschera dell’allegoria dell’esistere. Si sintetizzano due opposti: l’apertura alla vita della giovinezza, e la sua estrema chiusura nella morte. Al giovane viene dato perciò un avvertimento: potrai renderti bello, metterti un vistoso cappello rosso e adornarlo con una sfavillante piuma, ma il cranio umano di un tuo simile che tieni per la mani, quest’ultimo t’avverte che le energie che spenderai nell’arco della tua esistenza conosceranno un’inevitabile conclusione. Cosa quindi vorrai farne, le vorrai spendere dietro a ciò che è transitorio, o a ciò che è eterno?

Il vento della vanità soffia forte all’interno della vita di ognuno, anche senza che ci sia un simpaticissimo teschio a ricordarcelo. Ci sono tante cose che ci trascinano da una parte e dall’altra, e che eppure ci danno poco o sembrano, nella loro vuotezza (sinonimo di vanità), svuotarci da ciò che conta. In una vita quindi che può apparire troppo seria, forse è il momento di tornare a giocare al teatro, ed in questa commedia occorre mascherarsi come in questo quadro, per farci tornare in mente le meraviglie, anche piccole, da cui ci allontaniamo. In un gioco del genere, paradossalmente anche tenere un macabro teschio per le mani (come Amleto) può diventare qualcosa di positivo, ed essere un metro con cui giudicare quanto tempo si perde dietro a tante o troppe sciocchezze.

E nella nostra vicenda umana, l’amore sincero non è certo l’ultima di quelle meraviglie, soprattutto quando è rivolto alle persone che abbiamo vicine, con cui condividiamo la nostra storia, e che sono le uniche ad arricchirci nella nostra vita su questa terra. “Godi la vita con la moglie¹ che ami, durante tutti i giorni della vita della tua vanità, che Dio t’ha data sotto il sole per tutto il tempo della tua vanità; poiché questa è la tua parte nella vita, in mezzo a tutta la fatica che sopporti sotto il sole” (Ecclesiaste, 9:9).

Francesco

¹ Ovviamente il testo biblico risente di un’ottica maschile, ma credo si possa comprendere che il discorso può essere rivolto a tutti e a tutte. Ed anche se non si è sposati “ufficialmente”. 😉

John Milton – Canzone su una mattina di Maggio

John Constable, La cattedrale di Salisbury vista dal Giardino del vescovo, 1826.

John Constable, La cattedrale di Salisbury vista dal Giardino del vescovo, 1826.

Concludo oggi le celebrazioni per il Maggio, che purtroppo non sono andate come previsto a causa di miei vari malesseri sia “spirituali” che fisici – i quali mi hanno costretto, in questi ultimi tempi, a proporvi molte meno cose di quante ne avrei voluto. Per chiudere però la fine di un mese che auguro di cuore esservi comunque stato sorridente e lieto, vorrei salutare decorosamente il Maggio con una poesia giovanile di John Milton pubblicata intorno al 1646.

SONG ON MAY MORNING – CANZONE SUL SORGERE DEL MAGGIO (1646 c.)

Now the bright morning Star, Dayes harbinger,

Ora la brillante Stella del Mattino, del Giorno annunciatrice,

Comes dancing from the East, and leads with her

Viene danzando da Oriente, e porta con sé

The Flowry May, who from her green lap throws

Maggio in Fiore, che getta dal di lei¹ verde grembo

The yellow Cowslip, and the pale Primrose.

la gialla Primula, e il pallido fiore di Primavera².

Hail bounteous May that dost inspire

Salute a te Maggio, che generosa ispiri

Mirth and youth, and warm desire,

Gioia e giovinezza, e caldo desiderio,

Woods and Groves, are of thy dressing,

Alberi e Boschi, sono il tuo abito,

Hill and Dale, doth boast thy blessing.

Collina e Valle, vantano la tua benedizione.

Thus we salute thee with our early Song,

Perciò ti salutiamo con la nostra Canzone mattutina,

And welcom thee, and wish thee long.

E ti diamo il benvenuto, e che possa tu rimanere a lungo.

E che davvero il sentimento di fioritura del Maggio possa accompagnarvi ben oltre la fine di questo mese.

Francesco ♠

¹ Milton personifica il Maggio in una donna. Per chiarirlo nella traduzione italiana, ho perciò usato “di lei” piuttosto dell’ambiguo “suo”.

² Cowslip e Primrose sono entrambe delle primule. Essendo però il nome primula coniato proprio ad indicare i primi fiori primaverili che si schiudono all’inizio della stagione, per evitare la ripetizione ho quindi per questo tradotto “fiore di Primavera”.

Nota: testo tratto da The poetical works of John Milton (Gutenberg Project), traduzione alla mano del sottoscritto.

John Collier – Il Maggio della regina Ginevra: bianco nuziale fra riti pagani e cristiani

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John Collier, Festa per il giorno di Maggio della regina Ginevra, 1900. Con un ritardo di cui mi scuso, prima che il Maggio finisca proseguiamo con le nostre celebrazioni primaverili. Ispirata alla vicenda arturiana, eccovi un’immagine della regina Ginevra che celebra il Primo Maggio, che ancora prima d’essere festa dei lavoratori, è stata la festa pagana per il ritorno della primavera – detta anche Calendimaggio, e legata nei paesi nordici alla notte di Valpurga. La consorte di Artù in questo momento non è solo regina di Camelot, ma è raffigurata nelle sue vesti fiorite di regina del Maggio: è simbolo, candido e tangibile agli occhi, della rinascita della Natura, e dell’inizio di un nuovo ciclo nel perpetuarsi dell’eternità. La dissoluzione del suo mondo mitico, come della stessa corte di Artù anche a causa del suo tradimento coniugale, dovranno avvenire: ma non ora, non in questo attimo e fra questi petali.

Francesco Landini – Ecco la Primavera: in questo vago tempo ogni cosa ha vaghezza

Cominciano oggi, un po’ in ritardo rispetto alle intenzioni, le mie personali celebrazioni per il mese di Maggio. Un tempo simbolico, intrecciato a petali di rose e all’amore: sia sacro, come quello che il culto cristiano riserva alla Madonna, sia profano, come risveglio di sensazioni pagane e terrene.

Iniziamo oggi con una ballata di Francesco Landini, compositore e musicista del Trecento italiano. Il testo è il migliore che ho potuto trovare in rete (lo dico per i filologi), non avendo ora sotto mano il libretto del cd dove ho la registrazione di questa musica. In ogni caso, la versione che possiedo è quella incisa dallo storico Early Music Consort, la stessa che potrete apprezzare ascoltando il brano con cui si apre il post.

La versione che invece vi propongo per seconda è del Waverly Consort (stando a ciò che è nella descrizione del brano su YouTube), e rispetto alla prima presenta un’accentuata essenzialità vocale, con una riduzione al minimo dell’intervento degli strumenti: la ballata è resa soprattutto dal calore delle voci femminili, scandite vagamente dal soffio di un tintinnio, fino ad arrivare per accumulo al finale, intregrando infine l’irruenza di strumenti e voci maschili. È il Trionfo della Primavera.

“Ecco la primavera

che ‘l cor fa rallegrare;

temp’è da ‘nnamorare

e star con lieta cera.

No’ vegiam l’aria e ‘l tempo

che pur chiama allegreza;

in questo vago tempo

ogni cosa ha vagheza.

L’erbe con gran frescheza

e fiori copron prati

e gli alberi adornati

sono in simil manera.”

Nota: se qualche grammatico ortodosso fra voi sta piangendo per quelle “z” orfane della loro compagna, ricordo che la stabilizzazione delle doppie e della grafia è qualcosa di più tardo del Trecento. 😉

Jean-François Millet – L’Angelus: tempo della Natura e tempo della religione

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MilletAngelus

Jean-François Millet, L’Angelus, 1857-9.

La luce chiara del giorno accompagna il sole ad occidente, verso il tramonto, lasciando via via spazio all’accumularsi di buio ed oscurità. Attraverso le nubi rese brune dalle ultime gocce sanguigne del sole, s’avventurano dei volatili in fuga dall’approssimarsi della notte. Tra le ombre crescenti, due figure emergono dai campi, come pure gli strumenti di una giornata di lavoro posti loro accanto. Mentre il ciclo giornaliero continua inesorabile, un uomo ed una donna se ne estraniano per qualche momento, quello necessario a recitare una preghiera. Il tempo della Natura, come il cielo al tramonto, è sullo sfondo delle loro parole, che noi non possiamo udire.

Un altro frammento del discorso che abbiamo iniziato con il precedente post – osservate infatti la calzatura dell’uomo.