Nel mentre

Vedo che ormai sono circa due settimane scarse che ho lasciato indietro l’aggiornamento del blog. Eccovi quindi un breve resoconto degli impegni che, tutti assieme appassionatamente, mi hanno trattenuto.

Prima di tutto, il rientro alla frequenza dei corsi universitari. Quali corsi frequentare? E soprattutto: quando e dove frequentarli? Per la risoluzione di tali problematiche, sono quindi occorse varie procedure, oscillanti fra il burocratico e il magico.

La prima è stata quella di decrittare, naturalmente attraverso un elaboratore a rulli meccanografico in stile anni ’40, la coincidenza fra i corsi tenuti in quest’anno accademico e il mio piano di studi.

Nell’immagine: due studentesse cercano di far coincidere il loro piano di studi, redatto dal sistema informatico universitario, con i codici numerici delle lezioni. Fonte immagine: Wikimedia Commons.

Una volta che il mostro elettromeccanico ha risputato indietro il suo responso – anzi, in realtà ne aveva emessi due, ma quello con scritto sopra “42” non l’ho capito e quindi l’ho scartato – avuto quindi in mano perciò i corsi da seguire, sono passato dalla procedura così chiara e lineare che vi ho descritto, impregnata di razionalità, ad una seconda fase dominata dal mistero e dal magico.

Individuare gli orari delle lezioni, soprattutto quando non erano rinvenibili dal sito, è stata infatti operazione rapsodica e che ha richiesto rituali segreti ed oscuri, del tutto sconvolgenti.

È proprio per questo che non ve ne posso parlare. Sappiate solo che dopo ho dovuto lavarmi del sangue di un gallo nero nato in una notte senza luna, e levarmi dalla testa delle strisce di pelle di serpente maculato che avevano troppo aderito alle mie tempie.

Ora so, ora ho visto, e la verità mi è chiara. Avevo la chiave per poter accedere al sapere dei corsi universitari che avrei frequentato. E che quindi ora sto frequentando.

Ciò per quanto riguarda l’università, e la parte più scherzosa del mio racconto. Infatti all’università si sono aggiunti altri impegni ben più seri, presi in precedenza e da allestire assieme ad altri volenterosi: ma visto che ormai già l’ho fatta lunga, vi accenno solamente. Il primo è stato un evento culturale sulla costruzione del testo biblico, e sulle sue plurime modalità di lettura ed interpretazione, sia letteraria che religiosa. L’altro, per cui sto ancora lavorando, riguarda la creazione di un piccolo banchetto sul problema della violenza sulle donne, da tenere nel corso di una sagra locale abbastanza frequentata.

Durante questi prossimi giorni, quindi, i post non seguiranno un’esatta cadenza giornaliera feriale, ma credo di aver abbastanza tempo per mantenere comunque una certa regolarità.

Francesco

Letteratura e pedagogia della scoperta

Traggo spunto da alcune considerazioni di Davide Mana, a cui va la mia stima, sul gusto dei lettori. Quella che segue è una risposta che s’andava articolando troppo per essere contenuta in un commento a piè del suo post.

Cito le parole conclusive del Mana:

“L’incontro fra lettore e autore è una miscela di mercato, seduzione e intesa intellettuale le cui alchimie neanche lo zio Oswald sarebbe riuscito a cartografare.
Pretendere una laurea umanistica quale certificazione del gusto è profondamente stupido – e segnala probabilmente un laureato in materie umanistiche molto convinto (ingiustificatamente) della propria superiorità intellettuale.
Sperare in uno straccio di cultura – come quella magari che ci si costruisce leggendo col cervello i classici popolari – sarebbe tuttavia assolutamente auspicabile.”

Io condivido e sottoscrivo queste conclusioni, voglio solo aggiungere una cosa.

Più che sperare in uno straccio di cultura, per me la questione veramente fondamentale è che il lettore, tra l’altro ormai sempre più scrittore, possa divenire maggiormente non tanto una persona che ha letto liste di classici di vario genere, ma anzi una persona che rimanga sempre aperta a confrontarsi con i testi che gli si parano innanzi. E per ottenere questo, quello che credo tu diresti “leggere con il cervello”, serve che chi legge sia stato però in qualche modo educato e condotto alla curiosità, alla sperimentazione.

Una cosa che l’educazione scolastica, per esempio, è tutt’altro che scontato garantisca. Ed hai ragione da vendere quando critichi la supponenza di chi consegue dei titoli in ambito umanistico. Il problema è che alcune di queste persone finiscono poi ad insegnare.

Fortunatamente si vedono in giro anche molte altre menti “illuminate” che si dannano l’anima per diffondere l’amore per i libri e la lettura. Perché ciò che va insegnato non è tanto un gusto accademico e formale giustificato da un canone (stabilito da chi, poi?), bensì una impostazione fatta di amore e generosità con cui accettare e scoprire le ragioni più intime degli scritti che si leggono, saper discernere e navigare fra i generi e divenire così consapevoli dei propri gusti e per certi versi della propria indole.

Rodari parlava, con molta modestia, di tentare l’insegnamento di una grammatica della fantasia. Che poi non era altro che una citazione del poeta tedesco Novalis. Altri tempi. Anche a me piacerebbe che si scoprisse l’arcano della fantasia, ma mi accontenterei pure semplicemente che si applicasse una pedagogia della curiosità, della ricerca di una letteratura sempre nuova e sempre da scoprire o riscoprire.

Mi sono soffermato molto sulla scuola, perché è lì che forzatamente la maggior parte di noi si schianta sui libri, ed è lì soprattutto che si sbatte il muso contro la Letteratura, quella con la ELLE maiuscola. Per me ci saranno miglioramenti solo quando quella dannata L scarlatta verrà abbattuta, e si passerà all’insegnare le letterature, scritto al plurale. Ma soprattutto ad insegnare l’amore di un incontro con uno scrittore, che rimane pur sempre un altro essere umano, alla stregua di chi legge.

Francesco ♠