Frans Hals – Giovane uomo con teschio (Vanitas)

Frans Hals, Giovane uomo con teschio (Vanitas), 1626-28. Fonte immagine: Wikimedia Commons.

“Io ho veduto tutto ciò che si fa sotto il sole; ed ecco tutto è vanità e un correr dietro al vento” (Ecclesiaste, 1:14). Come promesso, eccovi una dimostrazione plastica dell’affinità fra Ensor e la propria tradizione fiamminga ed olandese. Questo quadro mi è tornato in mente proprio rivedendo quello di ieri: se avevate fatto caso, in mezzo alle maschere e ai teschi raffigurati nella tela alle spalle di Ensor, emergeva sbuffante una piuma rossa. Nel quadro di oggi, questo di Hals, non solo quindi ritorna il simbolo del teschio, ma per una coincidenza anche una evidente piuma rossa. Ed è proprio quest’ultima, curiosamente, a rivelarci ancora una sintonia fra Ensor e la pittura tradizionale dei Paesi Bassi: perché quella piuma ci rivela come pure il personaggio raffigurato nel dipinto di Hals sia a sua volta una “maschera” allegorica, proprio come avveniva nel simbolismo ensoriano.

Il quadro rappresenta un giovane, ma osserviamo i suoi abiti: anche a distanza di secoli, possiamo dire che probabilmente non sono le sue vesti quotidiane, quelle con cui affronta la vita di tutti i giorni. Anzi, tutto il contrario: mantello, cappello e piuma sembrano appartenere ad un costume di scena. È mia opinione infatti che Hals abbia fatto travestire il soggetto di questo dipinto, secondo un’usanza teatrale che massicciamente adopera anche Rembrandt: il grande mantello copre la maggior parte del suo corpo, lasciando in evidenza solamente il gesto del braccio, il volto ed un cappello reso vistoso sia dal colore, sia da una estesa e folta piuma – la stessa che rossastra sprizzava, come dicevamo, in mezzo a maschere e teschi nel dipinto di ieri su Ensor. E nella mano, poi, un teschio: il classico simbolo di quella vanità umana di cui parla il libro biblico dell’Ecclesiaste, e che è anche il secondo titolo del dipinto di Hals (Vanitas, vanità).

Il giovane diviene perciò una maschera dell’allegoria dell’esistere. Si sintetizzano due opposti: l’apertura alla vita della giovinezza, e la sua estrema chiusura nella morte. Al giovane viene dato perciò un avvertimento: potrai renderti bello, metterti un vistoso cappello rosso e adornarlo con una sfavillante piuma, ma il cranio umano di un tuo simile che tieni per la mani, quest’ultimo t’avverte che le energie che spenderai nell’arco della tua esistenza conosceranno un’inevitabile conclusione. Cosa quindi vorrai farne, le vorrai spendere dietro a ciò che è transitorio, o a ciò che è eterno?

Il vento della vanità soffia forte all’interno della vita di ognuno, anche senza che ci sia un simpaticissimo teschio a ricordarcelo. Ci sono tante cose che ci trascinano da una parte e dall’altra, e che eppure ci danno poco o sembrano, nella loro vuotezza (sinonimo di vanità), svuotarci da ciò che conta. In una vita quindi che può apparire troppo seria, forse è il momento di tornare a giocare al teatro, ed in questa commedia occorre mascherarsi come in questo quadro, per farci tornare in mente le meraviglie, anche piccole, da cui ci allontaniamo. In un gioco del genere, paradossalmente anche tenere un macabro teschio per le mani (come Amleto) può diventare qualcosa di positivo, ed essere un metro con cui giudicare quanto tempo si perde dietro a tante o troppe sciocchezze.

E nella nostra vicenda umana, l’amore sincero non è certo l’ultima di quelle meraviglie, soprattutto quando è rivolto alle persone che abbiamo vicine, con cui condividiamo la nostra storia, e che sono le uniche ad arricchirci nella nostra vita su questa terra. “Godi la vita con la moglie¹ che ami, durante tutti i giorni della vita della tua vanità, che Dio t’ha data sotto il sole per tutto il tempo della tua vanità; poiché questa è la tua parte nella vita, in mezzo a tutta la fatica che sopporti sotto il sole” (Ecclesiaste, 9:9).

Francesco

¹ Ovviamente il testo biblico risente di un’ottica maschile, ma credo si possa comprendere che il discorso può essere rivolto a tutti e a tutte. Ed anche se non si è sposati “ufficialmente”. 😉

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Gustav Klimt – Danae

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Gustav Klimt, Danae, 1907. Dopo la versione rinascimentale del mito di Danae, non poteva mancare, quasi fosse un obbligo, quella moderna di Gustav Klimt. Nell’opera di Mabuse, Danae era proiettata al centro della scena dal circostante colonnato classico; qui, invece, tutta la dimensione del quadro coincide con il suo corpo rannicchiato e nudo. Il dipinto vive interamente di questa ragazza, ne percorre l’intimità sorvolandone il viso preso fra il sogno e la carnalità. Intorno, convergono su di lei la massa dei suoi stessi capelli, il velo decorato e infine la pioggia d’oro, tutti elementi che sembrano volerla stringere in un abbraccio. In risposta, la sua mano cerca di avvinghiare con forza quelle briciole di desiderio che paiono sfuggire dal suo sogno. Fonte immagine: Wikimedia Commons.

John Milton – Canzone su una mattina di Maggio

John Constable, La cattedrale di Salisbury vista dal Giardino del vescovo, 1826.

John Constable, La cattedrale di Salisbury vista dal Giardino del vescovo, 1826.

Concludo oggi le celebrazioni per il Maggio, che purtroppo non sono andate come previsto a causa di miei vari malesseri sia “spirituali” che fisici – i quali mi hanno costretto, in questi ultimi tempi, a proporvi molte meno cose di quante ne avrei voluto. Per chiudere però la fine di un mese che auguro di cuore esservi comunque stato sorridente e lieto, vorrei salutare decorosamente il Maggio con una poesia giovanile di John Milton pubblicata intorno al 1646.

SONG ON MAY MORNING – CANZONE SUL SORGERE DEL MAGGIO (1646 c.)

Now the bright morning Star, Dayes harbinger,

Ora la brillante Stella del Mattino, del Giorno annunciatrice,

Comes dancing from the East, and leads with her

Viene danzando da Oriente, e porta con sé

The Flowry May, who from her green lap throws

Maggio in Fiore, che getta dal di lei¹ verde grembo

The yellow Cowslip, and the pale Primrose.

la gialla Primula, e il pallido fiore di Primavera².

Hail bounteous May that dost inspire

Salute a te Maggio, che generosa ispiri

Mirth and youth, and warm desire,

Gioia e giovinezza, e caldo desiderio,

Woods and Groves, are of thy dressing,

Alberi e Boschi, sono il tuo abito,

Hill and Dale, doth boast thy blessing.

Collina e Valle, vantano la tua benedizione.

Thus we salute thee with our early Song,

Perciò ti salutiamo con la nostra Canzone mattutina,

And welcom thee, and wish thee long.

E ti diamo il benvenuto, e che possa tu rimanere a lungo.

E che davvero il sentimento di fioritura del Maggio possa accompagnarvi ben oltre la fine di questo mese.

Francesco ♠

¹ Milton personifica il Maggio in una donna. Per chiarirlo nella traduzione italiana, ho perciò usato “di lei” piuttosto dell’ambiguo “suo”.

² Cowslip e Primrose sono entrambe delle primule. Essendo però il nome primula coniato proprio ad indicare i primi fiori primaverili che si schiudono all’inizio della stagione, per evitare la ripetizione ho quindi per questo tradotto “fiore di Primavera”.

Nota: testo tratto da The poetical works of John Milton (Gutenberg Project), traduzione alla mano del sottoscritto.

Jean-François Millet – L’Angelus: tempo della Natura e tempo della religione

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MilletAngelus

Jean-François Millet, L’Angelus, 1857-9.

La luce chiara del giorno accompagna il sole ad occidente, verso il tramonto, lasciando via via spazio all’accumularsi di buio ed oscurità. Attraverso le nubi rese brune dalle ultime gocce sanguigne del sole, s’avventurano dei volatili in fuga dall’approssimarsi della notte. Tra le ombre crescenti, due figure emergono dai campi, come pure gli strumenti di una giornata di lavoro posti loro accanto. Mentre il ciclo giornaliero continua inesorabile, un uomo ed una donna se ne estraniano per qualche momento, quello necessario a recitare una preghiera. Il tempo della Natura, come il cielo al tramonto, è sullo sfondo delle loro parole, che noi non possiamo udire.

Un altro frammento del discorso che abbiamo iniziato con il precedente post – osservate infatti la calzatura dell’uomo.

La Resurrezione di Piero della Francesca: Pasqua, Cristo e la vittoria sulla Morte

Buona Pasqua a tutti. Concludiamo il percorso sulla danse macabre svolto nei giorni scorsi, parlando oggi del revenant più famoso della storia: Gesù Cristo.

Se c’è una festività che mi coinvolge più da vicino, fra quelle comandate dal rito cristiano, questa è la Pasqua.

Parliamoci chiaro: le ascendenze pagane di Natale, Carnevale e Ognissanti le conosciamo bene. Quindi, dal mio punto di vista, se c’è una festa che si può definire il più autenticamente cristiana, e che definisce l’essenza stessa del cristianesimo, è proprio la Pasqua.

Certo, festeggiare in primavera la resurrezione di un dio, non è cosa nuova: nel mondo classico il mito di Adone, figura mitica fra dio e semidio adorata in ambito mediorientale, non può essere dimenticato.

Ma quando arriva Cristo, è proprio tutta un’altra storia. La celebrazione della Pasqua di Resurrezione abbatte il significato circolare legato al ciclo del rinnovarsi delle stagioni. La rivoluzione cristiana non parla più di un cerchio, ma di una linea diretta inevitabilmente verso il Regno dei Cieli.

Ma la novità del cristianesimo rispetto alle divinità del mondo classico, passa anche attraverso altri importantissimi aspetti. Il mai troppo grande Auerbach, nei primi capitoli di quel viaggio attraverso le letterature e le culture che è il suo Mimesis, fa percepire in maniera chiara cosa cambia fra il mondo religioso dei pagani, e quello di ebrei e cristiani. E lo fa attraverso la letteratura.

Il mondo classico è fatto di armi splendenti, e le divinità sono narrate in altisonanti poemi epici che ne esaltano le passioni più che umane. Non è infrequente che questi dei intervengano direttamente nelle questioni degli uomini, che siano visibili nelle loro forme.

Il Dio della rivelazione biblica ed evangelica è al contrario misterioso, richiede una Fede assoluta, incondizionata. Ed è per eccellenza l’Invisibile, non esistono forme né intellettuali né fisiche capaci di contenerlo: è concetto incomprensibile.

Lo stesso stile letterario dei testi pagani e quelli cristiani dimostra la differenza fra i due mondi: allo stile elevato di Omero, risponde lo stile umile, dimesso, degli anonimi estensori dei primi misteri biblici. E non da ultimo, il carattere proprio della narrazione evangelica.

La storia di Cristo è estesa secondo parole semplici, la parola si scansa dalla grandezza del messaggio. Nelle pagine dei vangeli, soprattutto quelli di Marco e Matteo, la rivoluzione è espressa nella vita di tutti i giorni: Gesù attraversa gli spazi della vita quotidiana degli umili, ne condivide la miseria. Il linguaggio, lo stile letterario, non può essere quindi elevato, ma condivide la stessa sorte degli ultimi. Gente di taverna, zoppi, prostitute, indemoniati e pescatori non conoscono Omero.

La stessa morte del Dio incarnatosi in uomo, non è nulla di più contrario all’epica classica. Cristo è percosso, bagnato da sudore e sangue, crolla umiliato sotto lo strumento della sua morte: la Croce. Una volta crocifisso, ad alcuni sembra rimproverare l’abbandono del Padre (“Dio è un traditore“?). In una sequenza di poche ore, è un Dio che attraversa tutti i dolori dell’essere umano: il tradimento, le ferite fisiche, la disperazione di chi non ha scampo. Infine china per l’ultima volta il capo, dal costato le ultime gocce di sangue: la morte.

È forse impossibile rimanere indifferenti alla figura di Gesù il Nazareno: fosse stato anche solo impostore o semplice profeta, anche chi non crede nel cristianesimo, nella divinità incarnata in essere umano, avverte qualcosa davanti a quell’Uomo. Ma c’è dell’altro.

Perché Cristo risorge. Sconfigge la Morte, e promette lo stesso a chi lo seguirà. Dallo scontro con la grettezza degli uomini, dal buio dell’oscurità eterna, emerge vittorioso – ferito e pallido, ma solido come la Salvezza. Cristo stesso diventa segno della promessa di vittoria sulla Morte. Ma anche, per chi non crede, nulla d’altro che la rappresentazione eterna dell’aspirazione umana di vincere il proprio limite più estremo: l’ombra della Morte.

Francesco ♠

Esclusivo: dalle migliori discoteche medievali di Norimberga, la Danza Macabra!

Illustrazione dalla cronaca di Norimberga (1493).

Illustrazione dalla cronaca di Norimberga (1493).

No, non sono follemente impazzito. Almeno non più del solito.

Con questa immagine inauguriamo una serie di post dedicati all’allegoria della danse macabre (danza macabra).

Gli scheletri dei morti si alzano dalle tombe per coinvolgere nella loro danza i vivi e portarli con loro. Perché nessuno, né ricco né persona di prestigio, infatti può contrastare il suo momento. Ricchezza e potere sono strumenti vani nel confronto con la Morte: nessuna cosa di questo mondo varrà a proteggerci nell’ora fatale, perché la mietitrice è indifferente ad ogni corruzione e coglie indiscriminatamente chi vuole.

Certo, messa così sembra una mazzata all’inguine. Ma in realtà il significato dell’allegoria può essere considerato positivamente: se ogni ricchezza o prestigio che accumuliamo su questa terra non è altro che un omaggio alla nostra vanità, che cosa rimane? Chi crede può rispondere “l’anima”, e non avrebbe torto, essendo questo appunto un significato spirituale e anche cristiano della danza macabra.

Più secolarmente, però, se c’è qualcosa di invisibile che oltrepassa ciò che nella vita possiamo toccare con mano, sono i memorabili affetti e sentimenti di cui possiamo essere capaci una volta accettato il fatto che, se agiamo, non lo facciamo per interessi materiali: ma per dare qualcosa di noi stessi agli altri.

In ogni caso, proporvi la danse macabre serve, coraggiosi lettori, a prepararvi spiritualmente alla recensione del film che sto per pubblicare a breve – che è poi è lo stesso per cui ero arrivato a parlare delle cattedrali di Monet.

Francesco ♠

Nota: l’essere uguali davanti alla morte, è anche il concetto della livella di Totò. Per dire.