Diavolo di un ponte!

Enzo Lunari, Le Chroniche di Fra’ Salmastro, 1966-1982. Un’immagine di quella che credo essere una vecchia raccolta delle strisce a fumetti di Fra’ Salmastro, creato da Enzo Lunari.

L’altra mattina, mentre mi riprendevo da un mal di testa, all’improvviso le mie orecchie hanno udito nuovamente le parole di un antico rituale magico-elettorale*: “ponte sullo Stretto”.

In prima battuta, le ho attribuite al forte tambureggiare che avvertivo alla tempia sinistra: probabilmente, era il segno di un mio non troppo precoce impazzimento. Poi mi sono accorto che le parole non venivano da una voce dentro la mia testa, e nemmeno da una voce ultramondana. In realtà venivano dalla televisione.

Parrebbe che qualcuno abbia ritirato nuovamente fuori l’idea del ponte sullo Stretto di Messina, con corollario annesso di millemila posti di lavoro e orgoglio patriottico.

A me invece, che sono abbastanza giovane d’età ma vetusto dentro, tutta questa allegrissima vicenda piena di folclore tipicamente italiano ha ricordato una storia a fumetti che avevo letto da piccolo, su un vecchio numero di Linus trovato per casa.

Con mia grande fortuna, tutta la storia è leggibile sul sito del fumettista, Enzo Lunari (classe 1937). Quindi vi rimando lì: basta cliccare QUI. Sempre se vi fidate, insomma.

Diciamo che la storia, ambientata in un fantarealistico medioevo italiano e narrata da un fraticello francescano – Fra’ Salmastro, per l’appunto – parla di un politico, di un patto col diavolo e della costruzione di un ponte in Italia…

Francesco

* Si attesta in Italia la presenza su mezzo audiovisivo di questo rituale, unito alla prova cartacea del cosiddetto “Contratto con gli italiani”, dal tardo XX secolo.

Annunci

La patria partecipata

Román Navarro, Ragazzo con vestito scozzese, 1878-1928. Trovata per caso, questa curiosa opera di un artista e soldato gallego rappresenta sì un bimbo vestito da piccolo scozzese, ma anche con un tricolore italiano.

Mesi fa ho lasciato su questo blog, come ultimo post, il ricordo di Umberto Eco. Ora che lo riprendo, sono i giorni del lutto nazionale per la morte del Presidente Ciampi.

A me non piace più di tanto dover parlare per forza di qualcuno d’illustre, soltanto perché è morto e quindi lo fanno tutti. Ci sarebbero tante considerazioni da fare, su come davvero gestiamo la memoria di quelle persone pubbliche che hanno dato qualcosa a tutti.

Ciò che mi spinge a prendere la parola, è l’insistere e lo sperticarsi, negli elogi funebri su Ciampi, sul suo attivismo patriota. Tutti hanno piacere a sentirsi italiani, soprattutto quando non costa nulla, e quindi ognuno sembra contento in questa celebrazione.

L’osservazione mi ha insegnato che spesso è proprio sui concetti di patria e nazione, soprattutto quando sono accolti con superficialità e senza ragionamento, che sorgono gli odii, le discriminazioni o anche quelle chiacchiere perbeniste a cui talvolta ci capita d’assistere sui mezzi pubblici. Quando perciò se ne parla, come ora avviene per ingessare Ciampi quale padre della patria, occorre perciò prestare attenzione.

Non fraintendetemi: Ciampi infatti è stato, a suo modo, un autentico custode del sentimento nazionale, specialmente negli anni delle derive regionalistiche di destra. Forse i latini avrebbero perfino detto un restitutor patriae¹. Ma nel mio ricordo giovane del suo settennato, le sue idee di patria e nazione non erano magnificazioni di una vuota italianità tricolore.

Nella concezione trasmessami da Ciampi, patria era anzitutto patrimonio collettivo, vivente nella dimensione pratica della realtà quotidiana: perché esiste una patria o una nazione solo dove dei cittadini se ne sentano partecipi protagonisti, e non sudditi. L’identità italiana quindi non era qualcosa di passivo, un povero ed inutile ossequio a incomprensibili simboli del passato, ma una forza dinamica che proprio a partire dalla memoria, soprattutto quella della lotta di liberazione contro la dittatura fascista, offriva una nuova energia per guardare al futuro.

Una volta quindi legata l’identità nazionale ad una prospettiva verso il futuro, essere italiani diveniva un qualcosa aperto a tutti. Perché paradossalmente vorrei sostenere che forse non si è automaticamente italiani, semplicemente perché “lo si nasce”, ma solo se ci si comporta prima di tutto da cittadini di questa comunità. E tutti lo possono fare, indipendentemente dal loro paese d’origine, perché chiunque in Italia stia costruendo con il suo lavoro e la sua fatica il futuro di questo paese, merita l’appellativo di italiano.

Francesco

¹ Ovvero un restauratore o salvatore della patria.

La Costituzione e la famiglia naturale: giusto due parole!

Ecco, ehm, io non volevo riaprire questo blog con un’immediata polemica, ma come d’uso sono questi tempi cattivi a forzarmi prima le imprecazioni fuor di bocca, e poi la mano per scrivere la mia più-che-soggettiva opinione.

Poiché forse non ho più la tempra di sostenere lunghe crociate morali, se scrivo lo faccio giusto per mettere in chiaro alcuni principî che dovrebbero informare, secondo me, ogni dibattito che abbia come oggetto la discussione di cosa si possa intendere per “famiglia” nell’ambito della legiferazione dello Stato.

La mia considerazione parte da una riflessione su cosa possa significare l’aggettivo “naturale” nel dettato dell’articolo 29 della Costituzione, che qui riprendo per intero:

La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare.

Di cosa ci informa quell’aggettivo, “naturale”? Si sta davvero facendo riferimento, come vorrebbe parte dell’opinione cattolica, alla naturalità del rapporto sessuale fra un uomo ed una donna? Potrebbe, certamente – ma io non penso, anzi credo ad una interpretazione più profondamente giuridica e decisamente più inclusiva ed aperta ai diritti umani, in piena fede allo spirito del dettame costituzionale.

Quel naturale, infatti per me è prima di tutto testimonianza di un’accortezza del legislatore: ovverosia, di riconoscere come la famiglia non sia fondata e creata da una legge dello Stato, ma che essa pre-esista allo Stato, in quanto formazione storica e sociale antecedente allo Stato stesso. Per i non addetti potrebbe sembrare un discorso innocuo o pedante, quindi chiariamone subito le conseguenze: affermare che non sia lo Stato a dettare cosa sia una famiglia, vuol dire che è la società – una cosa viva e non un pezzo di carta stampata – a decidere nella sua pratica quotidiana cosa sia una famiglia. Perciò allo Stato spetta quale compito principale di riconoscere, sancire e tutelare attraverso la legge ciò che la società vivente considera come famiglia, ovvero l’unione di due o più persone strette da un vincolo. Se al contrario lo Stato, per una colpevole pigrizia del legislatore, non si dota di leggi adatte a tutelare le nuove forme di associazione sociale rimanendo invece ancorato a forme vecchie ed univoche, ribalta il rapporto: non è più la società naturale ad indicare la forma della famiglia, ma è lo Stato che prescrive, incostituzionalmente, una forma di famiglia vecchia ed artificiosa a scapito di quelle naturali e vive presenti nel corpo della società.

Chi sul diritto di famiglia si fa esponente di una interpretazione intransigente del cristianesimo cattolico, infischiandosene di una società che non è più solo cattolica e che conosce altre forme di famiglia, non solo ignora volutamente le aspirazioni e le esistenze di altre persone, ma rischia quindi di tradire la stessa legge fondamentale dello Stato italiano, ovvero la Costituzione. Non solo, il cattolico ultra-ortodosso rischia oggi di condannarsi a quella preistoria giuridica in cui tutti abbiamo relegato per esempio il vecchio art. 144 del Codice Civile: perché credo che quasi nessuno fra i cattolici odierni si sognerebbe di difendere la potestà maritale e la subordinazione legale della moglie al marito. Eppure, quell’articolo era una volta vigente: quando la società è cambiata, il legislatore è intervenuto. Lo stesso compito spetta al legislatore di oggi: riconoscere altre forme legali di famiglia.

Ribadiamo, quindi: non è la legge dello Stato che precede la famiglia, ma è la famiglia, nelle varie forme che assume in società, ad essere antecedente alle leggi dello Stato. Scopo del legislatore è quello quindi di individuare forme legali ai negozi giuridici che persone concrete ed in carne ed ossa richiedono per essere tutelate e protette nei loro diritti sociali ed affettivi. L’impegnativo incarico a cui perciò, con attenzione e soprattutto umanità, deve ottemperare lo Stato è quello di riconoscere sia l’emergere in generale di nuove modalità familiari, sia quell’odierna e mutata sensibilità sociale per cui l’unione e l’amore fra persone dello stesso sesso non è più qualcosa di mostruoso¹.

In questi giorni il disegno di legge sulle unioni civili è finalmente la testimonianza dell’impegno del legislatore ad interpretare davvero se stesso, ovvero il tutore di istanze reali e presenti nella società. Legalmente, è vero, ancora non potremo chiamare “famiglie” queste unioni di persone: perché come ricorda l’articolo 29, vengono riconosciute come famiglie solamente quelle fondate sul matrimonio. C’è purtroppo quindi da superare ancora il doppio scoglio sia di una reinterpretazione inclusiva del significato del matrimonio – nella mentalità ancora troppo istituto sacramental-religioso piuttosto che negozio giuridico² – sia di una maggiore accettabilità sulla possibilità per una coppia omosessuale di adottare dei figli.

Ma, come si dice, Roma non è stata costruita in un giorno – e meno che mai il diritto. Anche senza poterle chiamare famiglie, per il momento possiamo anche accontentarci di questo surrogato giuridico, perché colma un tragico vuoto frutto di una maliziosa inerzia e di una cattiva volontà politica.

Francesco

¹ Lo so che, considerando l’omofobia che a volte circola, questa “mutata sensibilità sociale” sembra tutt’altro che raggiunta, ma voglio essere ottimista. 😉

² Che poi sul significato del matrimonio ci sarebbe molto da dire e ridire: mi limito a scrivere che i criteri esclusivi con cui viene di solito definito il matrimonio, secondo me sono irragionevoli. Se infatti prendiamo come caratteristica distintiva per poter sposarsi quella di essere da una parte un uomo e dall’altra una donna, rendiamo non necessario l’unico vero legame morale fra due persone: l’amore. Accampare il fatto che il matrimonio è possibile solo fra uomo e donna perché è l’unica combinazione capace sia d’amarsi che di aver figli, e spostare quindi il criterio di famiglia sulla capacità di aver figli, è assolutamente un indegno torto fatto alle coppie incapaci di generare – poiché secondo questo criterio esclusivamente procreativo, queste non potrebbero essere dette famiglie. Non sarà forse che l’unica vera saggezza sia nel rendere il matrimonio accessibile, con diritti e doveri, a qualunque coppia voglia percorrere assieme un tratto – ci si augura il più lungo e felice possibile – della propria vita?

Festa della Liberazione: il 25 Aprile delle Donne

Libdonne

Un fotogramma dal documentario di Liliana Cavani (1965) sulla resistenza al femminile.

Oggi potrei fare tanti discorsi sulla festa della Liberazione, il 25 Aprile. Ma preferisco lasciare la parola alle richieste di giustizia e libertà delle donne di un’altra epoca. C’è vera democrazia solo e solo quando l’indispensabile voce delle donne si sente forte e chiara. Ogni volta che vedo una donna lottare, ogni volta che sento non tanto commenti sessisti, ma veri e propri pregiudizi sulle capacità e sulle qualità delle donne, so che – con tutti i miei difetti – è mio dovere fare il possibile, perché la strada è ancora da completare. Questo vale anche a “sinistra” e fra le persone cosiddette “illuminate”, che nei loro rapporti privati smentiscono coi fatti la bellezza delle loro affermazioni.

Senza la Liberazione, il diritto al voto per tutte non ci sarebbe stato. Sono passati quasi 70 anni, ma facciamo che queste parole e questo spirito non siano mai dimenticati.

“Donne Italiane,

Dopo venti anni di fascismo, dopo venti anni di lotte, di patimenti, di umiliazioni e di forzato silenzio, oggi finalmente, l’Italia liberata da questo infame regime, liberamente vi parla.

Parla a voi che come gli uomini avete sofferto e lottato, a voi che mai siete state considerate, a voi che siete state sempre e solo oggetto di umiliazione e di sfruttamento.

Oggi non è più così, il nuovo ordinamento politico ha uguagliato i vostri diritti a quelli dell’uomo, oggi siete al pari di chiunque, considerate, valutate ed ascoltate.” (da un manifesto del 7 Giugno 1945 dell’Unione Donne Italiane di Voghera)

“Cittadini, Cittadine!

Un fatto nuovo si verificherà nelle prossime elezioni amministrative:

Le donne andranno pure esse alle urne; le donne potranno apertamente manifestare quali siano i loro orientamenti politici, quale la loro volontà.

Alle amministrazioni comunali che saranno prossimamente elette, le donne chiedono:

1 – La municipalizzazione dei servizi indispensabili alla collettività; appoggio alla cooperazione.

2 – Equa e sorvegliata distribuzione delle derrate alimentari e dei generi di prima necessità; lotta tenace contro il mercato nero.

3 – Precedenza assoluta alla ricostruzione delle abitazioni civili; lotta contro la disoccupazione e il banditismo.

4 – Energica azione nel campo dell’igiene e della sanità pubblica che se trascurato può portare delle conseguenze disastrose; aumento del numero dei medici e delle ostetriche, di condotta.

5 – Carattere di solidarietà umana nell’assistenza.

6 – Scuole, asili, collegi per i bimbi.

7 – Lo stato fallimentare delle finanze comunali sia risanato da una politica tributaria che non gravi sulle masse popolari.

A tutte queste richieste le donne aggiungono quella che è la più importante per la ricostruzione dell’Italia:

Lotta a fondo contro la reazione e contro il fascismo nelle sue più svariate forme.

L’Unione Donne Italiane di Parma”

(testo integrale di un manifesto del 1946)

#withsyria: la Siria e la guerra che continua

Quando ho visto apparire la Siria sui telegiornali era 3 anni fa, durante la Primavera Araba. All’inizio le notizie parlavano di proteste contro il regime di Assad, che si svolgevano per lo più durante i giorni di preghiera. Poi, più le forze governative siriane tentavano la repressione violenta del dissenso, più le fazioni ribelli si organizzavano e radicalizzavano. Perché quando gli spazi della democrazia cessano di esistere, i violenti prendono il sopravvento: un pacifico democratico non vale in guerra quanto un jihadista pronto a morire.

Nel mentre le grandi potenze internazionali, quelle che siedono al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, non trovavano una soluzione. La Siria ha il suo porco posto nello scacchiere globale, quindi le cose non possono essere semplici: specie quando la Russia mantiene una base nel Mediterraneo proprio in territorio siriano.

Ora sono passati 3 lunghi anni: una terra dilaniata, migliaia di profughi e morti. Soprattutto famiglie distrutte e vittime innumerevoli fra bambini e adolescenti.

Vite ancora da vivere, come quelle di ragazzi e ragazze, sono spezzate o piegate. Accartocciate. Riusciamo noi da qui, dall’Italia, a sentire che rumore fanno le loro speranze e illusioni che crollano? Credo che nessuno di noi abbia un udito così fine.

Noi spesso, quando scriviamo, dimentichiamo dove siamo nati. Non abbiamo avuto la preoccupazione di evitare di essere coinvolti in un conflitto a fuoco, o che un nostro familiare venisse rapito, torturato e ucciso. La carestia non l’abbiamo conosciuta, le cure mediche erano accessibili. E infine abbiamo potuto ricevere un’educazione, ovvero quella cosa per cui spesso ci illudiamo di avere qualche importanza su questa terra.

Invece ci sono parti del mondo dove a chi nasce il futuro è negato a priori. Posti dove crescere equivale a sopravvivere, sempre se ce la fai. Ne cito due ultimamente tornati recenti, il Sud Sudan e la Repubblica Centrafricana. Ma sapete che ce ne sono innumerevoli, tra cui anche alcune zone della nostra stessa Italia.

Cerchiamo di fare tutto quel che possiamo, almeno nelle nostre coscienze.

Francesco ♠

Un ultimo appello: vorrei richiamare alla memoria anche Padre Dall’Oglio, il gesuita italiano da mesi scomparso in Siria.

La struggente sequenza animata è ispirata allo street artist Banksy e al film Il palloncino rosso.

Renzi? Renzivich, Renzivich.

Video

Renzi? Renzivich, Renzivich.

Purtroppo solo chi ha visto il film Essere John Malkovich comprenderà appieno la genialità di questa trovata di Gazebo (e il titolo di questo post). Ma anche chi il film non se l’è visto, so che se la godrà almeno fin quando non si guarderà allo specchio.